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Public choice, cultura e psicologia di massa

14 giugno 2011

 

di Pietro Monsurrò

La politica si può vedere da molti punti di vista: l’analisi economica della politica fatta dalla public choice, l’analisi delle idee e del pensiero filosofico, e l’analisi della psicologia dei movimenti politici (o più correttamente, per non commettere peccato contro l’individualismo metodologico, la psicologia dei “movimentati” politici). …

Settimana scorsa è comparso un mio articolo su Libertiamo in cui dicevo che il pensiero politico contemporaneo ha perso la distinzione tra società e stato, mettendo in luce come il recupero del liberalismo passa anche attraverso una nuova (o forse antica) concettualizzazione della politica.

Sul mio appena nato blog “Mercato e Libertà” ho invece scritto un brevissimo riassunto della visione della politica che esce fuori dalla public choice, o se vogliamo, dagli scritti di Bastiat.

Per completare le premesse, aggiungo una sconsolata nota psicologica.

La public choice dimostra che gli elettori sono male informati perché non hanno incentivi ad informarsi, come spiego sul blog, e questo tra l’altro implica che gli elettori sono facilmente manipolabili, attraverso i canali di informazione, che possono finire nelle mani di gruppi ben organizzati ed informati. Secondo Bryan Caplan, dimostra anche che i pregiudizi sono pressoché inestirpabili perché i benefici di rivedere le proprie posizioni sono nulli, mentre i costi di cambiare idea (e dunque approfondire nuove questioni) sono in genere notevoli.

L’idea che mi sono fatto è che il dibattito pubblico è pressoché inutile: il suo livello è basso per i motivi ben descritti dalla public choice, la possibilità di persuadere le persone con buoni argomenti è scarsa perché i pregiudizi rimangono anche dopo che sono stati confutati e dopo che gli argomenti a favore sono stati tutti respinti, e le persone prendono posizione soprattutto per motivi di identificazione con una qualche causa o persona, senza ragionare sulla questione più di tanto.

Respinta l’ipotesi dunque che il discorso pubblico sia e anzi possa essere razionale (o almeno ragionevole), c’è da chiedersi: come si vince un dibattito? Cosa avvantaggia una delle tesi rispetto all’altra? Come si diffondono nuove idee e pregiudizi? Sappiamo che la ragione non gioca un ruolo di primo piano, ma allora cosa cosa rimane? L’emozione, il sentimentalismo, il senso di identificazione, l’immaginario? Occorre parlare al fegato, allo stomaco e al cuore delle persone anziché al loro cervello?

Per come sono abituato a pensare, ciò equivale ad abdicare alla funzione di portare ragionevolezza e rigore nel dibattito e scendere allo stesso livello dei demagoghi e dei populisti. Potrebbe questa essere l’unica strategia concepibile in un contesto in cui informazione e ragionevolezza sono soggette ad una tragedia dei beni comuni, o è lecito e forse necessario sperare che prima o poi ci si sveglierà?

Gli incentivi sono contro la ragione: parrebbe che la politica sia necessariamente oggetto di analisi superficiali e distorte, vittima di manipolazioni e mistificazioni, e parrebbe che più una società viene politicizzata, e meno la ragione sia rilevante: un ritorno all’adolescenza, la cui comprensione richiede la lettura di Eric Hoffer, e non di Ludwig von Mises. Una sconfitta per le facoltà più elevate dell’uomo: “a playground for the demented”, citando a sproposito Dave Mustaine.

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From → TEORIA POLITICA

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