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“Io, imprenditore, vi spiego perché gli stranieri non investono in Italia”

6 giugno 2011
Guido Ghisolfi spiega il rischio-paese

 

Di mestiere faccio l’imprenditore. La mia azienda, Mossi & Ghisolfi, è un gruppo chimico multinazionale con sede in Piemonte. Fattura circa 4 miliardi di dollari, ha sedi e stabilimenti negli USA, in Messico, in Brasile, in India e in Cina. Investe circa 40 milioni all’anno in ricerca e sviluppo. Conserva la testa, il valore, la ricerca in Italia. …

Di qui abbiamo preso decisioni d’investimento e impostato programmi di ricerca in tutto il mondo. Questo è quindi il punto di vista da cui posso fare qualche osservazione circa la facilità, o meglio, la possibilità di investire ancora nel nostro Paese.

Tutte le statistiche ci dicono che in Italia s’investe poco sia nel manufacturing sia nei servizi, ancor meno nella ricerca. Secondo le classifiche europee siamo il paese dove è più difficile creare business insieme alla Grecia e uno dei più ostici al mondo. Le condizioni generali ci sono note. Tuttavia, vale sicuramente la pena di soffermarsi sulle ragioni di questa scarsa propensione all’investimento nel nostro paese. Prima di tutto vediamo chi potrebbe investire e poi ci potremo interrogare sul perché non lo fa.

Un investimento importante è una scommessa a lungo termine su un sistema Paese, e questa scommessa la può fare chi ha capitali a disposizione, è attrezzato con competenze per valutare delle alternative.

Se questa decisione la deve prendere un’azienda straniera il confronto tra più paesi è obbligato. Se invece la decisione spetta ad una azienda italiana o che ha già investimenti in Italia il processo decisionale è in primo luogo influenzato dai costi di un’eventuale delocalizzazione. Ne consegue che nuovi investimenti effettuati da aziende estere possono essere attirati altrove, ma anche che le aziende che già sono in Italia dovrebbero avere un tasso d’investimento almeno pari alle loro omologhe straniere. Invece così non è.

Tra le ragioni principali di questa stasi ve ne sono alcune che riguardano le aziende e che spiegano la scarsa propensione all’investimento dell’imprenditoria italiana. Altre invece dipendono dalle condizioni che un investitore trova nella nostra nazione e quindi ci riguardano tutti e, se vogliamo, definiscono appunto la ”facilità del fare business in Italia”

Non è questa la sede per analizzare l’evoluzione che l’impresa ha avuto in Italia negli ultimi 30 anni ed il ritardo della piccola e media azienda nel dotarsi di quegli strumenti che la renderebbero oggi appetibile per un investitore. Strumenti che risultano essere la base per una crescita degli investimenti. Infatti le nostre aziende medio piccole non hanno potuto e qualche volta saputo investire in informatica, sicurezza, organizzazione, qualità reale. Questo fatto è stato per anni considerato un alleggerimento della struttura aziendale e ha dato la sensazione di esser un elemento di flessibilità e di vantaggio competitivo. Oggi è uno svantaggio strutturale e la richiesta d’informazioni e di organizzazione che il mercato mondiale e le istituzioni finanziarie chiedono, preoccupa per l’onere che questi adempimenti caricano su imprese che per capitalizzazione e cultura non sono in condizione di affrontarlo.

Nei confronti di questa richiesta, che spesso viene considerata sterile burocrazia, monta la protesta e l’insofferenza che si concretizza nel chiedere meno carte e meno burocrazia. Ma il mondo va diversamente. L’esigenza di contabilità industriali trasparenti e controllate sistematicamente da organismi terzi all’estero è regola usuale; la dimestichezza con i moderni sistemi di programmazione e di gestione idem, la consuetudine a produrre le informazioni richieste in forma standard e in inglese è una regola. Qualità, sicurezza, norma ambientale sono effettivamente rispettate da tutti, e sono naturalmente anche costi aziendali. La minor dimensione delle nostre aziende e la distanza da questi standard ormai globali non aiuta questo processo di modernizzazione e impedisce l’accesso a risorse estere che operano secondo questi schemi. La semplicità e la rapidità richiesta è un’altra.

La domanda complessa è dunque: perché qualcuno dovrebbe investire in Italia avendo la possibilità di andare altrove? Il nostro possibile investitore valuta una serie di aspetti:

  • Il mercato
  • L’offerta di lavoro, le scuole, l’Università
  • Le infrastrutture
  • L’interazione con il territorio e l’attenzione che le amministrazioni dedicano all’investimento
Mercato 
Il mercato italiano e, più in generale, quello europeo sono un grande bacino di utenza composto da un pubblico sofisticato e mediamente benestante. Queste considerazioni sono vere se le si compara in valore assoluto medio sia nei confronti del mercato americano sia con quello asiatico. Ciò che sicuramente è cambiato nel consumatore europeo così come in quello americano è il “mood”  che determina la spesa per beni e servizi. Questa nuova propensione del consumatore maturo occidentale, un consumatore che si muove più per sostituire ciò che ha già, sposta l’attenzione di tutti i settori verso i mercati asiatici e non è probabile che a tempi brevi la situazione possa cambiare.
Da questo cambiamento di atteggiamento deriva una riduzione della spesa in assoluto ed una riduzione della qualità della spesa, facendo diventare l’Europa un mercato meno appetibile per prodotti di alta gamma. Non stupisce che in questo contesto marchi importanti della moda italiana decidano di quotarsi in Oriente, mercato ormai più vicino alle loro nuove prospettive.
L’offerta di lavoro, istruzione e Università
L’offerta di lavoro di questi tempi è ampia in tutta Europa e negli Stati Uniti e l’Italia non esce troppo male dal confronto di costo medio di tale offerta nei confronti dei concorrenti continentali ed americani.Certamente la vicenda FIAT ha riportato la luce dei riflettori su una situazione in cui il lavoro in produzione nel nostro Paese è al contempo poco remunerato e poco efficiente, ricordandoci come la sfida della produttività si giochi su queste variabili. Da una parte le aziende, soprattutto quelle dove il costo del lavoro incide in modo importante sul costo di produzione, chiedono di poter differenziare i salari in funzione della produttività. Dall’altra anche perché il valore in termini assoluti di questi salari è molto basso, il sindacato difende lo status quo resistendo alle richieste di flessibilizzazione e semplificazione delle regole.Un nuovo investitore deve valutare se l’ampia disponibilità di mano d’opera di buon livello qualitativo compensi una rigidità normativa e una produttività distante da quella dei nostri partner europei più competitivi.Dolente il confronto sui sistemi di istruzione. Tutti i test comparativi degli ultimi anni sulle scuole medie superiori e sulle nostre Università hanno dato esito impietoso soprattutto nelle materie scientifiche nel confronto non solo dei nostri  partner del G20 ma anche di molti paesi in via di sviluppo.La spesa per la scuola è relativamente più bassa della media europea, ma quello che diverge in modo imbarazzante è la disponibilità di denaro per la ricerca rispetto alla spesa per il personale. La spesa è poco focalizzata come dovrebbe su pochi atenei di qualità globale. Tutti vogliono la loro università sotto casa che generalmente non compete mai per i maggiori premi internazionali e non è quindi in condizione di attirare investimenti dall’estero basandosi sulle proprie competenze.A fronte di risorse decrescenti urge un dibattito serio su che cosa si deve fare per dare al Paese un’università più competitiva e con regole di funzionamento e gestione confrontabili con i competitori esteri.
Come sempre non si può generalizzare ed esistono eccellenze notevoli ma se si ci aspetta che un’azienda possa investire in Italia perché attirata dalla qualità delle nostre università, la delusione sarebbe all’ordine del giorno. Il nanismo dell’industria italiana certo non aiuta gli investimenti in ricerca dell’industria privata; la quasi totale assenza di fondi pubblici per la ricerca ci porta in fondo a tutte le classifiche di settore.Ho letto con attenzione e delusione il sistema del Credito di Imposta per la Ricerca Scientifica.
Prevede che acceda al credito di imposta quella azienda che affidi ad università o struttura di ricerca affine un valore di ricerca in eccesso a quella fatta nel triennio precedente.
Questo esclude o penalizza per definizione chi la ricerca la fa già da tempo e spinge le aziende ad avvalersi di strutture pubbliche che il governo stesso ha fortemente penalizzato criticandone l’efficienza spesso a ragione.

La ricerca è una cosa seria globalizzata che prevede investimenti costanti e di lungo periodo.
Intenzionato a investire 200 milioni in ricerca, 40 milioni all’anno nei prossimi cinque anni, ho personalmente chiesto al Ministero dell’Economia e delle Finanze 200 milioni di matching funds per una ricerca che dia speranza alla chimica italiana e la risposta testuale è stata: “Lei non si rende conto delle condizioni in cui verte il Paese. Non ci sono contributi per 200 milioni su un singolo progetto per quanto interessante, neanche come matching funds. Questi contributi ci sono però in Corea, in Cina ma anche in Turchia e in Russia, oltre naturalmente in Francia, Germania, Danimarca, Canada.

Infrastrutture
Questo è uno dei punti più critici per una decisione d’investimento in Italia. Nel nostro Paese il costo dell’energia è uno dei più alti del mondo industrializzato. I trasporti avvengono per una larga parte su gomma e le infrastrutture ferroviarie sono così penalizzate che le Ferrovie nel tentativo di recuperare competitività complessiva stanno tagliando e razionalizzando molti raccordi industriali già esistenti sul territorio escludendo una politica di promozione del trasporto su rotaia. L’Italia è un paese dove i raccordi si chiudono e non si moltiplicano.

Il ritardo importante accumulato dalle grandi opere di mobilità merci sia ferroviaria sia portuale ne mettono in discussione la realizzazione stessa. Se un imprenditore decidesse di investire in Italia il costo del trasporto e dei servizi non sarebbe un elemento che farebbe pendere la bilancia a favore del nostro Paese.

La cosa più preoccupante in questo settore è che forse non esiste un largo consenso politico nel Paese a favore della realizzazione delle infrastrutture.  Quando le popolazioni coinvolte nell’opera devono valutare un non precisato vantaggio collettivo rispetto al disturbo facilmente verificabile che la realizzazione dell’opera reca per lunghi anni, la loro reazione lascia spazio a forti contestazioni che altro non sono che la presa di coscienza di un malessere profondo.

Può essere un problema di comunicazione però è sotto gli occhi di tutti che qualunque opera pubblica di un qualche impatto ha sempre trovato l’opposizione di ampi settori dell’opinione pubblica. Questo ha scatenato dibattiti infiniti che di fatto hanno ostacolato e spesso fermato la realizzazione dell’opera stessa.

La conclusione è che l’Italia che ha goduto per buona parte della seconda metà del secolo scorso d’infrastrutture competitive, negli ultimi venticinque anni ha accumulato un ritardo grave che aumenta di anno in anno. Una soluzione strutturale non sembra immediata.

I rapporti con le Amministrazioni pubbliche 
Questo tema è fondamentale per le decisioni d’investimento da parte di un imprenditore, italiano o straniero che sia. E questo è anche il settore dove la differenza tra l’Italia e quasi tutto il resto del mondo è maggiore.

Assumendo che le perplessità elencate prima fossero superate, l’imprenditore che deve decidere l’investimento si pone sempre il problema di come e con quali tempi questa sua decisione verrà valutata dal territorio e dalle amministrazioni locali .

La nostra legislazione non è stata scritta per favorire un investimento, al contrario per difendere il territorio dall’impatto che tale investimento porterà.
Le nostre amministrazioni non sono organizzate per dare elementi certi all’investitore.
Si trovano invece a sostenere i costi importanti che le verifiche che conducono comportano.
Il risultato è che quelle amministrazioni che sono favorevoli nella maniera più assoluta ad attirare investimenti sul loro territorio si trovano a dover applicare procedure di controllo senza strutture adeguate, con costi spesso enormi che si risolvono in oneri di urbanizzazione molto importanti.
I tempi di queste procedure non sono mai certi ed i ritardi nelle concessioni non generano mai oneri nei confronti delle  amministrazioni meno efficienti.

Negli Stati Uniti è compito del Sindaco procurarsi i necessari permessi per gli investimenti sul proprio territorio e l’amministrazione comunale ha l’onere di dimostrare la propria sollecitudine. Su di essa ricade il danno economico dei ritardi.

Purtroppo nel nostro caso il cittadino non sembra disposto a lasciare che l’amministratore che elegge periodicamente si prenda la responsabilità di decidere cosa è bene per il territorio. Al contrario con regolarità tutte le volte che qualche investimento viene prospettato sorgono comitati civici che esercitano pressione sugli amministratori che sono assediati dai cittadini, dall’opposizione, dalla stessa maggioranza nei consigli comunali e/o di quartiere. A quel punto gli amministratori badano soprattutto a giustificare la propria condotta nei confronti dell’opinione pubblica e mantenere il proprio consenso.

Nella maggioranza dei Comuni italiani mancano gli strumenti di programmazione urbanistica e quando ci sono non sono aggiornati al momento della decisione dell’investimento.
Un ipotetico investitore deve scegliere il sito in funzione di un Piano Regolatore approvato anni o decenni prima e soggetto a varianti continue.

Non va meglio su altri tipi di investimento. Per esperienza personale per arrivare all’atto di approvazione di un piano di ricerca passano in media in Italia 260 giorni e quando passi questo primo esame ne aspetti altri 400 per vedere il primo anticipo del cofinanziamento pubblico. I disincentivi per il nostro possibile investitore sono molti insomma.

Conclusioni
Non credo sia compito di un imprenditore dettare delle soluzioni. Io sono qui a testimoniare le difficoltà che incontro tutte le volte che decido di investire in Italia.

Cerco inoltre di localizzare attività di ricerca di avanguardia nel mio paese, valuto anche di investire nel Mezzogiorno, ma facciamo fatica ad avere una risposta chiara da Regioni che pure il problema del lavoro dovrebbero porselo seriamente, mentre ho sul tavolo offerte reali francesi, americane, russe, canadesi, turche.

La mancanza di interlocutore interessato e competente è cronica e dopo aver passato anni ad aspettare ti vien detto che i tuoi fondi, quelli che per merito a te sono stati assegnati 5 anni prima rischiano la perenzione per mancanza di “ente pagatore”

From → ECONOMIA, ITALIA

2 commenti
  1. aurelio lucarelli permalink

    Che vada rivisto il sistema? Quello per il quale sisono devastati interi comprensori sociali, cancellate culture e saperi? Impoverito intere comunità a vantaggio di quel 10% che tiene in mano l’80% della ricchezza del paese, come dicono alcune statistiche? O che non sia il caso di restaurare paesaggio, ambiente e magari vedere cosa di buono possiamo fare con meno politica e più società- quella che dice no ai progetti costruiti al tavolo ristretto di quei 5/10 soggetti che decidono cosa, dove e quando. E tante altre ragioni ovviamente: un paese arretrato culturalmente e schiavo dei poteri forti, prima di tutto la finanza e l’industria che fino ad oggi si è retta sulla mano pubblica e sui vari monopoli, preda di tante mafie, quelle che sparano e quelle che non sparano ma che stanno sulla stessa medaglia…

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