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Riforme non riformiste

30 maggio 2011
La riforma finanziaria voluta da Obama permette ancora alle banche di giocare alla roulette
Il ricordo della crisi finanziaria del 2007-08 sta svanendo nell’opinione pubblica. A parte la voragine che si è spalancata nel bilancio federale, non è ancora chiaro quali siano state le sue conseguenze più durature. Quello che possiamo dire, tuttavia, è che tra i lasciti più importanti della crisi vi sono la memorabile lezione sul potere delle banche statunitensi e l’inconsistenza della riforma del sistema finanziario avviata proprio in reazione alla crisi.
Certo, la crisi non è andata sprecata per tutti. Ciò è vero in particolar modo per il deputato democratico Barney Frank e l’ex senatore. Chris Dodd (appartenente al medesimo partito), che hanno sfruttato l’opportunità offerta dalla crisi per ripulire le loro immagini macchiate da scandali. …

Come i precedenti riformatori, prima Carter Glass (Democratico della Virginia) e Henry Steagall (Democratico dell’Alabama) e successivamente Paul Sarbanes (Democratico del Maryland) e Micheal Oxley (Repubblicano dell’Ohio), Frank e Dodd si sono assicurati un posto nella storia statunitense per la loro creazione, la riforma Dodd-Frank. Analizzare la riforma Dodd-Frank significa determinare se la legge ha raggiunto l’obiettivo di riformare Wall Street e proteggere i consumatori.
La riforma di Wall Strett doveva di ridurre i gravosi rischi assunti dalle istituzioni troppo-grandi-per-fallire come Citygroup e Bank of America. I, viceversa, consumatori dovevano essere protetti dai truffatori coinvolti nei mutui “predatori” nel mercato immobiliare.

La legge Dodd-Frank tratta questi problemi nel modo più tradizionale: crea una nuova burocrazia e gli assegna budget smisurati e ampi poteri di attuare nuove normative.
Per i consumatori abbiamo un nuovo Consumer Financial Protection Bureau. Al tempo stesso, tuttavia, è previsto che i consumatori continuino a badare a se stessi. C’è un nuovo Office of Financial Literacy, dove possono imparare quando li stanno defraudando; e una nuova “hotline” nazionale per i reclami dei consumatori” che dà ai proprietari delle case la possibilità di chiamare un utile numero verde per comunicare di essere vittime di un raggiro.

È impossibile immaginare che qualcuno realmente creda che questa legge avrebbe potuto prevenire le truffe sui mutui che hanno avuto luogo nel 2007-08.
Nel frattempo, lo ispettore generale speciale del Programma Troubled Asset Relief ha recentemente riconosciuto che le grandi banche come Bank of America e Citygroup sono ancora troppo importanti per essere lasciate fallire. L’ispettore Generale ha anche ammesso che i funzionari pubblici non dispongono di criteri oggettivi per decidere che un istituto finanziario è troppo grande per fallire.

Quando il Segretario del Tesoro Timothy Geithner stava cercando di convincere il Congresso e gli elettori dell’importanza della legge Dodd-Frank, l’aveva ampollosamente etichettata come “la fine del «troppo grande per fallire»”. Oggi, tuttavia, Geithner ha dovuto rimangiarsi questa incauta affermazione.
Il Segretario del Tesoro oggi ammette che, quando il prossimo grande shock colpirà il sistema finanziario, le autorità dovranno effettuare ancora interventi straordinari.
In altre parole, a parte portare il deficit del bilancio federale al valore mai visto di 1.650 miliardi di dollari trilioni e indurre Standard and Poor’s a ventilare l’ipotesi di retrocedere il rating degli Stati Uniti da “stabile” a “negativo”, l’effetto della legge Dood-Frank è che lo spettro di una nuova crisi finanziaria continua ad incombere sulle spalle di ogni contribuente statunitense.

Queste preoccupazioni non sono accademiche. Il mercato immobiliare è debole e si sta indebolendo ulteriormente. Nel rapporto annuale della Bank of America, si legge che prezzi delle case più bassi avrebbero “significativi effetti negativi sulla nostra condizione finanziaria e sui risultati delle nostre attività”.
Inaspettatamente, la Bank of America ammette anche che continua affrontare il rischio di liquidità che ha obbligato il governo a salvarla tre anni fa.

Ma è Citygroup, non Bank of America, la banca che fa venire i sudori freddi tra quelle sopravvissute alla crisi. I suoi rendiconti finanziari mettono in luce la leggerezza con cui sono stati affrontati i problemi di bilancio della società. Il report annuale della banca arriva addirittura a lamentare le possibili perdite causate da eventuali denunce interne ai regolatori in merito a possibili attività illegali non ancora venute alla luce.
Peggio ancora, Citygroup è una recidiva dei salvataggi di prim’ordine. La banca è andata in bancarotta tre volte dal 1982 – due per colpa di cattive scommesse nel mercato immobiliare e una causata dalla concessione scriteriata di prestiti in paesi in via di sviluppo.

In questo momento, l’economia è in ripresa, le imprese stanno riportando solide entrate e il mercato azionario è forte. Ma non appena l’economia vacilla, le banche hanno buone probabilità di d’iniziare a fallire nuovamente – e le banche più grandi, come sempre, sarebbero particolarmente vulnerabili perché sono loro che si assumono i rischi più grandi.

Sembra che la prossima ondata di fallimenti potrebbe essere innescata da una crisi del debito sovrano, piuttosto che da una crisi del mercato immobiliare. Contrariamente a quanto ritengono gli analisti di Citygroup, chi pensa che il debito sovrano sia una materia di poca importanza, e che al massimo possa interessare i paesi in via sviluppo, la recente esperienza a Dubai e in Grecia e, in misura minore, in Italia, Portogallo e Spagna, indica che nessuno Stato è immune dalle conseguenze di una spesa eccessiva e un deficit di bilancio fuori controllo.
La capacità di ottenere prestiti da parte di Gran Bretagna e Stati Uniti – insieme a Spagna, Grecia e Irlanda – sembra probabilmente compromesso nel prossimo decennio.

In fatti, esperti del settore bancario come Simon Johnson, professore del MIT ed ex-economista capo della Banca Mondiale, riconoscono che il Dodd-Frank in realtà rende i salvataggi pubblici più probabili. La certezza che le istituzioni finanziarie più grandi siano “troppo grandi per fallire” è falsa e rischiosa.
Le banche sono soggette a maggiori rischi perché i loro manager sono ancor più sicuri di poter fare grandi scommesse con i soldi dei contribuenti. Se le scommesse dovessero risultare vincenti, questi manager otterranno bonus da milioni di dollari. In caso contrario, saranno i contribuenti a pagare.

L’ingiustizia è evidente: solo le banche più grandi sono sicure che saranno salvate. La certezza del salvataggio gli permette di raccogliere molto più capitale a termini più vantaggiosi di quanto non sia possibile per i concorrenti più piccoli, che hanno meno probabilità di essere salvati in caso di crisi.
C’è solo una via d’uscita dall’incubo ricorrente di una crisi ricorrente delle banche: smembrare le banche cosicché non siano più troppo grandi per fallire. Se abbiamo imparato qualcosa dalla storia delle regolamentazioni bancarie negli ultimi 100 anni, è che i governi qui e altrove hanno dimostrato di essere incapaci di resistere alle pressioni per il salvataggio delle grandi istituzioni finanziarie.
I populisti l’hanno riconosciuto anni fa e sono assennatamente favorevoli ad una stretta limitazione delle dimensioni delle istituzioni finanziarie.

La soluzione è smembrare le banche. Potremmo così immaginare un limite invalicabile delle passività complessive di una banca pari al 5 per cento del valore stabilito dal Federal Deposit Insurance Fund, che rappresenta una ragionevole stima di quello che le autorità federali possono sostenere per salvare una banca.

Fatto ciò, alle banche dovrebbe essere permesso di assumersi i rischi che credono. Noialtri possiamo dormire sonni tranquilli, se abbiamo la certezza che le perdite degli investimenti colpiranno i soggetti giusti: gli investitori delle banche, non i contribuenti.

Solo allora avremo un sistema finanziario sicuro.

Jonathan Macey è Sam Harris Professor of Corporate Law, Corporate Finance & Securities Law presso la Yale Law School. Per IBL Libri Macey ha pubblicato Corporate Governance. Quando le regole falliscono.

From → ECONOMIA

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