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L’Acqua ‘Privata’ è un Equivoco Montato ad Arte

29 maggio 2011

 

 

A meno di un mese dai referendum sull’acqua è opportuno analizzare le argomentazioni che il comitato del SI porta a sostegno della sua campagna. Anche perchè l’intervento contenuto nel decreto sviluppo non fa che trasformare la Commissione risorse idriche in Authority senza modifiche sostanziali all’impianto su cui è stato richiesto il referendum. Mi permetto quindi di esprimere qualche dubbio che il governo ne otterrà  l’annullamento. …

La domanda che ci dobbiamo porre è: “Votare SI garantirà, come sostenuto dai referendari, la tutela del diritto all’acqua ?

Partiamo dall’asserzione fondante il loro ragionamento, quella cioè che l’acqua debba essere un “servizio privo di rilevanza economica”. Nel momento in cui portare l’acqua ai cittadini ha un costo e richiede degli investimenti non si capisce come si possa definirlo “privo di rilevanza economica”. Qualcuno alla fine paga. D’altronde anche la casa è un diritto ma nessuno si sognerebbe di asserire che tutti abbiamo diritto ad avere la casa ad un prezzo politico. Ecco quindi che si garantisce la casa a chi non ha realmente le possibilità economiche di comprarla o affittarla.  Se si affermasse per via referendaria il principio generale proposto dal comitato, è chiaro che altri diritti potrebbero essere successivamente sottoposti allo stesso approccio ideologico. Il diritto al cibo ad esempio potrebbe essere il prossimo candidato, o l’accesso ad Internet, o il pluralismo nel sistema radiotelevisivo. La difesa di questi diritti, pur legittima, non implica però che la loro erogazione debba essere garantita esclusivamente dal pubblicoUn fine pubblico può essere realizzato infatti con strumenti privati. Detto che l’acqua deve rimanere di proprietà pubblica e il diritto ad accedervi per i servizi essenziali deve essere garantito per legge a chi non ha le possibilità economiche, bisogna anche dire con chiarezza che la proprietà e la distribuzione sono due cose diverse.

Nessuno ha messo sinora in discussione in Italia la proprietà pubblica dell’acqua e la distribuzione verrà comunque data in concessione per periodi definiti e non a tempo indeterminato. E’  quindi fuorviante parlare di privatizzazione dell’acqua come fanno al comitato del SI. Dovrebbero avere il coraggio di spiegare e di non ricorrere a semplificazioni grossolane nella difesa dei propri argomenti. Analogamente ho forti perplessità rispetto alla loro prassi di prendere alcuni casi specifici di aumento dei prezzi o di tagli ingiustificati delle forniture e di elevarli a regola, generalizzarli al fine di dimostrare che l’unica soluzione è quella di ridare in mano tutto ad un monopolio pubblico.

Andrebbe invece creato un “ecosistema” dove la soluzione migliore viene selezionata al confronto con i fatti e con la realtà e non venga scelta per massimi sistemi o teorie astratte. Non c’è alcuna necessità di scegliere preventivamente ed ideologicamente chi tra il pubblico, i privati o il terzo settore sia più bravo a garantire i servizi ed i diritti. Dobbiamo lasciare la scelta della soluzione ottimale alle municipalità ed ai cittadini perchè non è detto che una soluzione che dà risultati in una realtà debba adattarsi altrettanto bene ad un’altra a mille chilometri di distanza.

In prospettiva andrebbe creato un mercato concorrenziale, separando la captazione, la gestione della rete (aggregando il territorio per step successivi), la distribuzione e la depurazione e creando interconnessioni tra gli acquedotti, che permetta ai cittadini di scegliere operatori presi in regime di concorrenza sulla falsariga di quanto si sta facendo per le altre infrastrutture come gas ed elettricità. E bisogna imparare dalle esperienze precedenti e porre paletti precisi ai concorrenti in questo processo di liberalizzazione a garanzia dei diritti e del servizio agli utenti. Solo grazie alla concorrenza possiamo sperare di ridurre i prezzi nel lungo periodo e riportare efficienza nel settore.

Il decreto Ronchi è quindi perfettibile da una norma che apra ad un modello realmente concorrenziale. Cancellarla ora come prevede il 1 quesito è però buttare via il bambino con l’acqua sporca.

E altrettanto debole è la tesi che accompagna il quesito 2 che abrogherebbe la possibilità per il distributore di fare profitti. Il problema non si pone in termini di quanto profitto fanno su di essa i privati ma di quanto costa l’acqua. Se infatti l’acqua ipoteticamente costasse 100 senza profitti per i privati e 80 con i privati che lucrano sulla distribuzione, è evidente che il cittadino preferirebbe la soluzione in cui i privati lucrano. Quella che va garantita è la concorrenza. E l’iniziativa privata è legittima ed auspicabile fintanto che non va a scapito della utilità sociale mentre il SI escluderebbe di fatto di utilizzare capitali privati nel rinnovo della rete. Il SI rimetterebbe invece in auge un modello che è stato posto in discussione proprio perchè non riusciva a garantire nè una gestione efficace nè gli investimenti sulla rete idrica. Dobbiamo chiederci se l’ obiettivo dei referendari è di difendere i diritti – il fine – o il dogma della erogazione pubblica – uno strumento.

Con l’impostazione del decreto Ronchi è facile che una ristrutturazione del servizio di questo tipo provochi nel breve periodo un aumento delle tariffe. Nel momento in cui non c’è più il pubblico a sovvenzionare la distribuzione dell’acqua coprendo le perdite è prevedibile che i maggiori costi si riverseranno sulle tariffe. Questa situazione però non dipende dai profitti bensì dalla necessità di remunerare gli investimenti. Infatti si verificherà anche con il pubblico nel momento in cui lo scenario del debito impedirà più di oggi di ricoprire i disavanzi di gestione.

Il  costo degli investimenti e della manutenzione in qualche modo lo pagheremo: in modo visibile, attraverso le tariffe se seguiremo un modello concorrenziale non sovvenzionato; o in modo invisibile attraverso le tasse e i meccanismi di compensazione se vincerà l’approccio proposto dal comitato dei referendum.

Ogni agente ha i suoi pro e i suoi contro, privato, pubblico e terzo settore. Se scegliamo di tornare esclusivamente al pubblico, per almeno 15 anni ci precluderemo ogni alternativa.

C’è un’altra importante questione da evidenziare. Scegliere la concorrenza è per i “politici” una scelta difficile, perchè è un sistema che premia il merito e le capacità. Ecco che allora cercano di garantirsi lo stipendio nell’unico modo che conoscono da sempre, e cioè quello di occupare le poltrone disponibili nei consigli di amministrazione di società pubbliche e nel caso crearne di nuove.

E’ una cosa che oggi non ci possiamo più permettere.

di Andrea Benetton

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From → ECONOMIA

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