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E se mettessimo in Concorrenza i Contratti?

29 maggio 2011

di Massimo Famularo

Una proposta per rispondere al dualismo che caratterizza il mercato del lavoro italiano: un contratto nuovo di lavoro da mettere in concorrenza con quelli esistenti e un meccanismo di compensazione per fare in modo che chi beneficia di maggiori tutele contribuisca in misura maggiore al loro finanziamento. …

Il contesto

Il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da un ingiusto e probabilmente inefficiente dualismo (Andrea e Giulio ne hanno parlato diffusamente qui, proponendo delle riforme). Da una parte ci sono gli insiders, cioe’ i lavoratori protetti e che beneficiano degli ammortizzatori sociali, dall’altra gli outsiders, cioe’ i “precari”, un gruppo altamente flessibile che controbilancia la rigidita’ che caratterizza l’altro gruppo. Una proposta per superare questo dualismo (il cosiddetto “contratto unico”) è  stata avanzata da Boeri e Garibaldi ed è poi diventata un disegno di legge. Andrea l’ha analizzata (evidenziandone i limiti) qui.

Questo post contiene la mia modesta proposta, che si riassume cosi’:

  • introdurre un nuovo tipo di contratto di lavoro più flessibile
  • lasciarlo coesistere con le forme attualmente esistenti
  • introdurre un solido sistema di ammortizzatori sociali
  • articolare la contribuzione in modo che chi sceglie un contratto caratterizzato da maggiori tutele contribuisca in misura maggiore al finanziamento degli ammortizzatori

La proposta

Il nuovo tipo di contratto che vorrei mettere in concorrenza con quelli esistenti ha le seguenti caratteristiche:

  • A tempo indeterminato
  • Libertà di recesso per entrambe le parti con preavviso ed eventuale indennizzo da concordare
  • Disponibilità di ammortizzatori sociali ad hoc specifici per chi sceglie questo tipo di contratto
  • Finanziamento degli ammortizzatori specifici con contributi in tutto o in parte a carico dei lavoratori con contratti tradizionali
  • Libertà di scelta delle modalità di determinazione del compenso (fisso, variabile, benefit, bonus, stock options, etc) e della prestazione (ore lavorate, risultati conseguiti etc.)
  • Libertà per il lavoratore di destinare a fondi pensione privati parte dei contributi previdenziali obbligatori e di modificare la distribuzione temporale dei versamenti
  • Vincoli largamente accettati a tutela dei lavoratori (condizioni igieniche e di sicurezza del posto di lavoro, etc.)

La ratio della proposta è quindi:

  • consentire la coesistenza di contratti di “vecchio tipo” rigidi e contratti nuovi “flessibili”
  • fare in modo che  la maggiore flessibilità che viene a crearsi sia compensata da ammortizzatori
  • differenziare la contribuzione dei lavoratori al finanziamento degli ammortizzatori in modo che i contratti più tutelati paghino proporzionalmente di più

In prima battuta, il nuovo contratto è pensato per il settore privato, questo non toglie che anche gli enti pubblici che volessero utilizzarlo (visto che,peraltro,  taluni enti pubblici o privati di proprietà sostanzialmente pubblica già oggi adottano contratti del settore privato) potrebbero farlo.

La coesistenza di contratti vecchi e nuovi dovrebbe avere la finalità di:

  • introdurre in modo non traumatico la flessibilità
  • non eliminare un certo tipo di tutele, ma trasformarle di fatto in un benefit che possa essere “prezzato” dal mercato
  • lasciare che sia il mercato a decidere le proporzioni di contratti vecchi e nuovi

Quali ammortizzatori?

Il modo in cui il sistema degli ammortizzatori viene strutturato è fondamentale. In proposito esiste un’ampia letteratura, in particolare sul problema del possibile disincentivo a cercare un nuovo lavoro determinato da ammortizzatori troppo generosi. Senza pretesa di novità o di rigore scientifico provo a suggerire degli spunti di riflessione.

In primo luogo un elemento essenziale per la logica della proposta è che i lavoratori insider paghino di più per la maggior tutela che ricevono. Questo potrebbe sollevare questioni di equità: come giustificare il fatto che un gruppo paga per il sostegno che un altro gruppo riceve?

La mia proposta sugli ammortizzatori prevede quanto segue:

  • Tutti gli ammortizzatori esistenti vengono sostituiti da un fondo anti disoccupazione (FAD)
  • Il FAD opera secondo un meccanismo di tipo mutualistico/assicurativo pertanto non grava sull’erario che quindi risparmia quello che attualmente devolve agli ammortizzatori esistenti
  • Il FAD si finanzia attraverso contributi obbligatori a carico dei lavoratori e delle imprese
  • I lavoratori con contratto di vecchio tipo pagano contributi più elevati rispetto a quelli con contratto flessibile poichè beneficiano di tutele maggiori
  • Alle imprese viene, eventualmente, chiesto un contributo solo per i lavoratori con contratto nuovo, a fronte della maggiore flessibilità che ottengono assumendoli

Il meccanismo assicurativo da un lato mette al riparo da comportamento opportunistico del governo (che ad esempio potrebbe aumentare le tasse dicendo che i fondi vanno ai disoccupati e poi farci altro) in tema di spesa sociale, dall’altro incorpora una regolazione implicita delle erogazioni: il sussidio è commisurato ai premi versati e da versare (logica tipo bonus-malus) e i premi sono calcolati in base all’andamento della disoccupazione.

Le prestazioni erogate dal FAD potrebbero essere di tre tipi:

  1. Sussidio di disoccupazione.
  2. Contributo o prestito per la riqualificazione professionale.
  3. Contributo o prestito per lo spostamento geografico.

Il problema del punto 1 è che percepire un indennità di disoccupazione può costituire un disincentivo a trovare una nuova occupazione. Dettagliare eccessivamente questo punto, esula degli intenti della proposta, mi limito a riassumere la mia opinione sul tema:

  • Il sussidio dovrebbe essere limitato nel tempo e decrescente
  • Una parte del sussidio potrebbe essere erogata come prestito a interessi zero piuttosto che come contributo a fondo perduto

I due punti potrebbero essere combinati come segue: l’indennizzo abbia sempre una quota a fondo perduto e una da restituire a interessi zero: all’inizio la quota a fondo perduto prevale (anche 100%) poi gradualmente diminuisce, mentre aumenta la parte in prestito. Quando la parte in prestito raggiunge il 100% inizia a decrescere per rispettare il criterio che l’intero sussidio abbia comunque un limite temporale di durata.

In merito al punto 2, onde evitare forme fittizie di formazione inutile, l’unica formazione  finanziabile dovrebbe essere quella che effettivamente aumenta le chances del lavoratore di trovare un impiego. Al fine di misurare in via preliminare la formazione si potrebbe:
  • attribuire un rating di utilità basato sulle posizioni attualmente richieste dal mercato;
  • coinvolgere le imprese per capire quali competenze potrebbero essere utili in futuro;
  • valutare casi ad hoc di formazione mirata all’assunzione.

Partendo dalle offerte di lavoro presenti, si stila  un set di competenze richieste; ciascuna competenza avrà un voto di utilità basata sul numero di casi in cui è richiesta ponderato per il salario della posizione. Successivamente, il rating di utilità viene integrato un giudizio formulato dalle imprese in merito all’utilità prospettica di quelle competenze.

Trattamento a parte meritano i casi in cui l’azienda X si dichiara preliminarmente disponibile ad assumere i lavoratori Y e Z a patto che sostengano un determinato corso (ad es da orafo a pellettiere), considerata la flessibilità consentita dal nuovo contratto non dovrebbe essere un ipotesi troppo irrealistica.

In sintesi si finanzia (in parte o in toto a fondo perduto) solo la formazione che sia qualificabile come utile al reinserimento nel mondo del lavoro, secondo un criterio il più possibile obbiettivo e derivante da evidenze riscontrabili.

Il punto di vista delle imprese

Le imprese dovrebbero ottenere da questa proposta un vantaggio certo e uno svantaggio eventuale. Il vantaggio certo è dato dalla possibilità di usare contratti di lavoro più flessibili, lo svantaggio deriva dal maggior costo da sostenere per i nuovi contratti, nella misura in cui le condizioni di mercato non gli consentono di  dedurlo dalla remunerazione dei lavoratori.

In ogni caso è plausbilile che le imprese mantengano un mix di nuovo e vecchio contatto:

  1. il vecchio contratto sarà preferito per i lavoratori ad alto “valore aggiunto” con competenze difficili da reperire sul mercato
  2. il nuovo contratto sarà utlizzato per le professionalità più fungibili

A sostegno del punto 1 c’è da dire che probabilmente il lavoratore con skill particolari e ricercate ha già un contratto del vecchio tipo e quindi è disponibile a cambiare lavoro solo mantenendo la tipoligia di contratto o in cambio di un aumento di salario tale da compensare le minori tutele. Quindi potremmo dire che l’interesse delle imprese ad assumere col vecchio contatto consiste nel premio aggiuntivo pagato per acquisire/mantenere un lavoratore con caratteristiche difficili da rimpiazzare.

Si potrebbe quindi considerare la maggiore protezione del contratto di vecchio tipo come un particolare benefit utilizzabile per fidelizzare i dipendenti più capaci, che eventualmente in una certa fase della carriera può essere accordato al posto di una promozione o di un aumento salariale.

Conclusioni

Mettere in discussione le tutele dei lavoratori sembra essere un argomento tabù nel nostro paese. Perchè non dare semplicemente a lavoratori e imprese la possibilità di scegliere?

L’idea di fondo è che per intervenire in modo non troppo traumatico sui delicati equilibri attualmente esistenti sia opportuno

  1. consentire agli insiders che desiderano mantenere un certo livello di tutela di farlo, a patto di pagarne il costo;
  2. offrire agli outsiders nell’immediato uno strumento per ottenere maggiore stabilità e ammortizzatori che oggi non hanno.

Sul punto 1 credo che sia perfettamente accettabile per un lavoratore a tempo indeterminato contribuire ad un fondo anti-disoccupazione che aiuta i lavoratori che non godono delle sue tutele nei momenti di difficoltà. In particolare, mentre le maggiori tasse il governo può sprecarle, i contributi al fondo rimangono vincolati all’impiego a vantaggio dei lavoratori che ne hanno bisogno.

Sul punto 2 il vantaggio per gli outsiders, oltre all’ovvio accesso agli ammortizzatori, consisterebbe nell’evitare quel meccanismo perverso per il quale le imprese, dopo n contratti a tempo indeterminato, non assumono dei lavoratori che ritengono validi a causa di certe rigidità imposte dalla legge che per i lavoratori stessi non costituiscono una necessità imprescindibile.

Credo che questa proposta potrebbe costituire un buon meccanismo di transizione fra il vecchio e il nuovo contratto di lavoro.

2 commenti
  1. MAX permalink

    E se aumentassimo stipendi a dipendenti e pensionati?
    Inoltre sarebbe opportuno riPENALIZZARE il FALSO IN BILANCIO….per cominciare…

  2. Cosa vorresti ottenere dall’aumento degli stipendi di pensionati e dipendenti?

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