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Referendum per l’Acqua Pubblica e le Bugie sul Libero Mercato

23 maggio 2011

di Arturo Doilo

Quando sentite i comitati referendari stracciarsi le vesti in merito alla cosiddetta “privatizzazione dell’acqua” (operazione neolinguistica senza precedenti, rideteci sopra, ma soprattutto siate consapevoli di una cosa: in questo paese – per quel che riguarda certi servizi – il privato è una goccia d’acqua nel mare magnum dello spreco collettivista. …

Come ha scritto Giorgio Santilli sul “Sole 24ore”, stime del mercato complessivo non sono state mai fatte ma Nomisma, con il suo Osservatorio economico sui servizi pubblici locali, ha analizzato la quota di mercato di gran lunga più rilevante, quella delle ex aziende municipalizzate che fanno capo a Confservizi. Sono anche le aziende oggetto dell’eventuale privatizzazione: un mercato di oltre 35 miliardi di fatturato annuo, 115 miliardi d’investimenti programmati, 137mila dipendenti nei soli settori di trasporto locale, rifiuti, acqua ed energia. Un mercato ancora in crescita negli anni della più forte crisi economica, che anche nel 2009 – secondo Nomisma – ha segnato un aumento del fatturato dell’1,7% (a fronte della caduta del Pil nazionale del 5%) e nel 2010 ha fatto un ulteriore salto superiore al 6 per cento.

Ed a fronte di questi numeri, il privato ci sguazza? Macché!

Gran parte delle 380 società più importanti di questi settori continuano a essere controllate dall’azionista pubblico. Si prendano i servizi idrici, oggi nell’occhio della polemica. Il 35% del mercato è gestito dalle società in house, controllate al 100% dagli enti locali e affidatarie del servizio senza gara. Il 17% è gestito da società miste a controllo pubblico, mentre un altro 19% è in mano a società quotate, anch’esse quasi tutte sotto il controllo pubblico. Il 20%, poi, non è stato mai affidato e viene gestito in economia dai Comuni. Ai privati resta il 5% sotto la forma della concessione a terzi.

Riportiamo le parole di Santilli: “Altro che la privatizzazione dell’acqua contro cui si battono i comitati referendari, non sembra avere mai fine la stagione del “socialismo municipale”, incarnata dal dilagare dell’in house negli ultimi otto anni: a legittimarlo fuori di ogni procedura di gara è stato l’emendamento Buttiglione all’articolo 14 del decreto legge 269/2003. Italia patria dell’Azienda di Stato, di Regione, di Comune e anche di Provincia e magari di Consorzio intercomunale. Se la legge Ronchi-Fitto (articolo 15 del decreto legge 135/2009 che a sua volta modificava l’articolo 23 bis del decreto legge 112/2008 oggi soggetto a referendum) aveva aperto una stagione nuova di possibile competizione per il mercato, di riaggregazioni territoriali, di parziale privatizzazione, il referendum del 12-13 giugno rischia di azzerare tutto, proclamando per i secoli dei secoli il dominio unico e incondizionato delle aziende pubbliche e dell’in house, ancora più di quanto sia stato finora”.

Aziende pubbliche e dunque poltrone pubbliche, il tutto con il ringraziamento della “casta” di parassiti che vive alle nostre spalle. Il tutto, mentre c’è chi si straccia le vesti e scende in piazza per il nulla assoluito, anzi, per preservare lo spreco imperante che fa dell’Italia il paese in testa alle classifiche dei “Paesi in via di sottosviluppo”.

Tra l’altro, a differenza di quanto pensate e di quanto hanno fatto credere i comitati promotori del referendum, in palio il 12-13 giugno non c’è soltanto la gestione dell’acqua, ma di tutti i servizi pubblici locali, rifiuti, bus, metropolitane. Ne stanno fuori elettricità, gas, ferrovie e farmacie perché escluse già dalla legge Ronchi-Fitto, con emendamenti mirati introdotti in Parlamento su segnalazione delle singole lobby.

E hanno il coraggio di chiamarlo libero mercato, ma ci facciano il piacere!

Tratto da link

From → LIBERALIZZAZIONI

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