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L’etica senza istruzioni per l’uso e la fallacia del relativismo

23 maggio 2011

Quante volte abbiamo sentito che, siccome non esiste una morale oggettiva, allora ogni proposta morale deve avere la stessa dignità? Innumerevoli volte, da ultima su Libertiamo qualche giorno fa. E quante volte abbiamo visto applicare un tale principio nel mondo reale? Fortunatamente, mai.

Il “tutto va bene” del relativismo morale non ha alcun fondamento logico, e si basa sulla fallacia dell’infinito: dato che visti dall’infinito tutti i numeri finiti sono ugualmente distanti, allora tutti i numeri sono uguali. In altri termini, dato che dagli irraggiungibili standard epistemologici dell’assolutismo etico (che impone di fondare oggettivamente un’etica) tutte le proposte morali sono ugualmente arbitrarie, allora sono tutte equivalenti. …

Come dal relativismo morale possa venir fuori qualcosa di buono è un mistero: se tutte le proposte sono ugualmente degne, che dire delle proposte morali dei comunisti o dei nazisti? Evidentemente, alcune proposte sono indegne, o perlomeno voglio sperare che tutte le persone sane di mente considerino certe proposte morali indegne.

Il relativista obietterà che non esiste un criterio di indegnità. Pazienza: tra torturare un bambino e aiutare una vecchietta ad attraversare la strada non c’è una differenza logicamente dimostrabile, ma che non ci sia differenza è un’oscenità. Molto semplicemente, la dimostrabilità logica è irrilevante in morale, e dunque non è una condizione che si possa imporre ad una teoria morale: non tutte le differenze rilevanti sono fortunatamente differenze logiche. I relativisti prendono troppo sul serio una condizione che ha senso solo in una mentalità assolutista, dove le fondamenta razionali esistono e sono attivamente ricercate.

La filosofia morale è piena di teorie prive di contenuto morale che vengono spacciate per teorie morali: il relativismo, il pluralismo, il giusnaturalismo, l’utilitarismo sono solo alcuni esempi. Non si capisce per quale motivo una bottiglia vuota possa essere considerata una bottiglia di birra, visto che ci si potrebbe mettere anche del vino: una bottiglia vuota è una bottiglia vuota. Tutte queste teorie non hanno nulla da dire sulle scelte morali: la morale serve a scegliere, se queste teorie non indicano cosa scegliere, non sono teorie morali.

Quando i pluralisti ci dicono che l’idea liberale è “essere tolleranti con i tolleranti, ma non con gli intolleranti”, cosa intendono? Che ci sono cose che si possono e altre che non si possono tollerare. Il criterio è vuoto, però. Che io sappia sono le persone normali che non tollerano gli assassini, e non viceversa. Credo che i più tolleranti di tutti siano i pedofili: alla fine, a me non hanno mai detto nulla per il fatto di non esserlo. Sono io l’intollerante, e ne sono fiero.

Il giusnaturalismo ci dice che esiste un’idea oggettiva di giustizia. Di recente ho letto due libri, l’uno di Franca D’Agostini e l’altro di Roberta de Monticelli, in cui si sosteneva in qualche modo non direttamente associabile alle teorie giusnaturaliste che una qualche idea di giustizia fosse conoscibile. Non ho però mai conosciuto un giusnaturalista che me ne mostrasse una: il cognitivismo etico è un po’ come la teologia, tutti che parlano di Dio senza dimostrarne l’esistenza.

Poi c’è l’utilitarismo, che ci dice che bisogna scegliere ciò che è utile: sto ancora aspettando una definizione oggettiva di utilità, però. Chiamare “utile” ciò che gli altri chiamano “buono” non aiuta a risolvere i problemi etici, a meno che non esista un criterio di utilità più obiettivo dei criteri di bontà, ma trattandosi di preferenze individuali, si tratta di equivalenti ontologici. Il consequenzialismo poi dice di valutare le cose in base alle conseguenze: sono d’accordo, ma come le valutiamo queste conseguenze? Io potrei essere consequenzialista e valutare irrilevante ogni consequenza immaginabile. Contenti loro.

Tutte queste teorie si basano sul tentativo di risolvere un problema spostandolo su un altro problema logicamente equivalente, e dunque analogamente irrisolvibile. Il relativismo etico invece si basa sulla negazione del valore della scelta morale. L’uomo però è nato per scegliere, la scelta implica una discriminazione, dunque non tutto può “andare bene”. D’altra parte, non esistono criteri oggettivi per ordinare le possibili scelte in una scala di preferenze. Insomma, c’è da disperarsi: l’uomo ha bisogno di criteri morali ogni volta che agisce, ma non esistono criteri morali oggettivi. Per evitare di finire come l’asino di Buridano (non è logicamente possibile: anche non far niente è una scelta, e quindi comunque riveleremmo una valutazione nel non agire), conviene tagliare la testa al toro e dire una volta per tutte: chissenestrafrega.

Però un attimo. Perché c’è tanta difficoltà ad accettare che un problema inevitabile sia anche irrisolvibile? Perché c’è un’ipotesi metafisica dietro: che ogni problema ammetta una soluzione. Il “ghe pensi mi” della filosofia: siccome gli uomini devono fare scelte morali, deve esistere un modo razionale e oggettivo per fare scelte morali. No, non esiste.

Il bestiario di reazioni pavloviane a questa banale affermazione non è ancora terminato: sei nichilista! Cos’è il nichilismo? E che ne so? Ho comprato un libro che ne parlava, ma mi sono arreso dopo dieci pagine. Secondo me, è negare che tutto abbia valore.

Il nichilismo è insito nella fallacia del relativismo morale: siccome non esiste una morale oggettiva, allora ogni proposta morale è equivalente. La virtù salvifica del relativismo morale è che nessuno ci crede veramente, altrimenti vivremmo in un mondo di psicopatici.

Da libertarian ho conosciuto versioni diverse del nichilismo: l’idea più aberrante in cui mi sono imbattuto a riguardo è “fiat iustitia, pereat mundus”. Si tratta di un’altra istanza della fallacia dell’infinito: dato che vista dai lontani lidi dell’Iperuranio della morale astratta il mondo fa schifo, allora non serve curarsi che il mondo sopravviva, purché sopravviva la speculazione morale.

Un esempio è il pacifismo libertario: non è vero che i libertari sono pacifisti, in teoria, ma è vero in pratica. Secondo la loro astratta morale, non è possibile uccidere qualcuno in un’azione bellica in nessuna occasione (a meno che non sia l’aggressore), e dunque in pratica non è possibile nessuna azione bellica, salvo casi rarissimi in cui non c’è nessun civile nel raggio d’azione dei propri armamenti, cioè mai. E se una tale norma morale non fosse applicabile? Pazienza, è solo il mondo reale, che tanto fa schifo, a soffrirne. Ricordate: l’Italia è una repubblica democratica fondata sulle bombe degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Insomma: le scelte normative non sono solo inevitabili ma razionalmente infondabili: sono anche praticamente fondamentali. Invece di crogiolarci in pseudosoluzioni filosofiche che non portano da nessuna parte, perché non ci semplifichiamo la vita e ammettiamo una volta per tutte che il diritto, la morale, la bellezza, è ciò che noi riteniamo giusto, buono, e bello, e se prendiamo una cantonata su queste cose, noi e i nostri cari rischiamo di finire a vivere in un mondo ingiusto, cattivo e brutto?

L’articolo finisce qua. Se vi aspettavate di più, il problema non è che sopravvalutavate me: è che sopravvalutate la ragione. Capisco che avere una garanzia di non fare scemenze in un campo importante come le scelte morali sarebbe una grande conquista, capisco anche il desiderio di illudersi che una tale garanzia esista, capisco il sentirsi disorientati senza una guida: ma il non averne una è la naturale condizione umana, e lo è sempre stata. E credo che sempre lo sarà.

di Pietro Monsurrò

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From → POLITICA

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