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Vanità dei Titoli di Studio

10 maggio 2011

di Luigi Einaudi


da Scritti di sociologia e politica in onore di Luigi Sturzo (1947)

Ho l’impressione che alla costituente si corra, in materia di scuola, dietro alle parole invece che alla sostanza. Tutti vogliono la libertà dell’insegnamento; e tutti sono parimenti d’accordo nell’affermare la necessità degli esami di stato quando si debbano rilasciare diplomi di laurea, di licenza, di abilitazione alle professioni ecc. ecc. Ma libertà di insegnamento ed esami di stato sono concetti incompatibili. Esame di stato vuol dire programma, vuol dire interrogazioni prestabilite su materie obbligatorie; vuol dire certificato rilasciato, da uomini investiti legalmente di un pubblico ufficio, in nome di una determinata autorità pubblica, detta stato, certificato il quale attesta che il tale ha subito certi dati e non altri esami su certe materie prestabilite in regolamenti emanati da quella certa autorità; ed è, per aver subito quelle pubbliche prove, dichiarato atto ad esercitare questa o quella professione, od essere ammesso in dati impieghi presso la stessa od altre pubbliche autorità; ad esclusione di chi non sia proprietario di analogo certificato o diploma o licenza od abilitazione. …

Come può supporsi che, dato il punto di partenza, tutte le scuole, pubbliche e private, statali e municipali e consorziali, laiche e religiose, tradizionali o rivoluzionarie non si esemplino sul tipo conforme alle esigenze dell’esame di stato? Avremo ancora dei seminari; od i seminari non si trasformeranno in ginnasi e licei, con programma identico a quello delle scuole statali, chiamate con quel nome?

Finché non sarà tolto qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole, dalle elementari alle universitarie, noi non avremo mai libertà di insegnamento; avremo insegnanti occupati a ficcare nella testa degli scolari il massimo numero di quelle nozioni sulle quali potrà cadere l’interrogazione al momento degli esami di stato. Nozioni e non idee; appiccicature mnemoniche e non eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell’individuo.

Sono vissuto per quasi mezzo secolo nella scuola; ed ho imparato che quei pezzi di carta che si chiamano diplomi di laurea, certificati di licenza valgono meno della carta su cui sono scritti. Per alcuni – vogliamo giungere al 10 per cento dei portatori di diplomi? – il giovane vale assai di più di quel che sta scritto sui pezzo di carta od, almeno, del pregio che l’opinione pubblica vi attribuisce; ma « legalmente » l’un pezzo di carta è simile ad ogni altro e la loro contemplazione non giova a chi deve fare una scelta tra coloro che offrono se stessi agli impieghi ed alle professioni.

A qual fine dunque lo stato si affanna a mettere sui diplomi un timbro ufficiale privo di qualsiasi effettivo valore? Il più ovvio e primo effetto è quello di trarre in inganno i diplomati medesimi; inducendoli a credere che, grazie a quel pezzo di carta, essi hanno acquistato il diritto od una ragionevole aspettativa ad ottenere un posta che li elevi al disopra degli addetti alle fatiche manuali dei campi o delle officine. L’inganno dà ragione di quel piccolo germe di verità che è contenuto nelle querimonie universali intorno al crescente ed eccessivo numero degli studenti medi ed universitari. Querimonie assurde; ché tutti dovremmo augurarci cresca sino al massimo – intendendo per « massimo » la « totalità » dei giovani viventi in un paese ed in età di apprendere, ad eccezione soltanto degli invincibilmente stupidi, e dei deliberatamente restii ad ogni studio – il numero di coloro i quali giungano ad assolvere quegli studi medi od universitari, ai quali dalle loro attitudini essi sono fatti adatti. Che danno verrebbe al nostro paese se gli studenti universitari invece di essere meno di duecentomila, giungessero al milione? Dovremmo, è vero, sopportare un costo grandioso di edifici, di laboratori, di biblioteche; dovremmo formare un corpo adatto di insegnanti. Opera non di anni, ma di decenni. Quando si giungesse alla meta, il paese non sarebbe forse maggiormente prospero dal punto di vista economico; e più sano e gagliardo dal punto di vista morale e sociale? Un popolo di uomini istruiti non val di più di un popolo di ignoranti? Un popolo di lavoratori tecnicamente capaci non val di più di un popolo di manovali? Il danno non sta nei molti, nei moltissimi studenti; sta nell’inganno perpetrato contro di essi, lasciando credere che il pezzo di carta dia diritto a qualcosa; e cioè, nell’opinione universale, all’ impiego pubblico sicuro od alla professione tranquilla.

Il valore legale dei diplomi dà luogo, ancora, ad un altro inganno e questo contro la società. Esso eccita le invidie e gli egoismi professionali. L’ ingegnere, a causa di quel diritto a dirsi « ing. dott. », si reputa dappiù del geometra; ed ambi sono collegati contro i periti agrari. I dottori in scienze commerciali sono in arme contro i ragionieri; ed ambedue contro gli avvocati. Dottori in legge, avvocati e procuratori combattono lotte omeriche gli uni contro gli altri. Chi ha detto che gli esempi scolastici delle contese dei ciabattini contro i calzolai, degli stipettai contro  i falegnami, e di questi contro i carpentieri sono roba anacronistica, ricordi medievali? Si calunnia atrocemente il medio evo quando lo si fa’ responsabile dell’irrigidimento corporativo che fu invece opera dei governi detti assoluti dei secoli XVII e XVIII; ma le battaglie dei secoli più oscuri del corporativismo assolutistico parranno scaramucce in confronto a quelle che si profilano sull’orizzonte dei tempi nostri. Dare un valore legale al diploma di ragioniere vuol dire che soltanto all’insignito di quel diploma è lecito compiere taluni lavori ragionieristici e nessun altro può attendervi; ed egli a sua volta non può fare cosa che è privilegio del dottore in scienze commerciali o dell’avvocato. Quelle dei secoli XVII e XVIII erano idee atte a rovinare le finanze delle arti dei calzolai e dei ciabattini; ma, pur creando posizioni monopolistiche, non riuscivano ad impedire del tutto l’opera logoratrice dei non iscritti. Ché gli stati assoluti dei secoli scorsi disponevano, per farsi obbedire, di armi di gran lunga meno efficaci di quelle che sono proprie degli stati moderni; e dove non giungeva saltuariamente il dragone a cavallo, ivi prosperavano quei che non avevano diritto di dirsi né ciabattini né calzolai. Oggi, la potestà pubblica giunge in ogni dove; ed i magistrati hanno molta maggiore autorità per far rispettare, come è loro dovere, la legge. Anche la legge iniqua, la quale, creando diplomi ed attribuendo ad essi valore legale, condanna alla geenna della disoccupazione coloro che, essendone sforniti, non possono attentarsi a compiere il lavoro che essi sarebbero pur capacissimi di compiere ma è privilegio del diplomato.

From → ECONOMIA

One Comment
  1. Grande confusione, in questo scritto di Einaudi, che ha dato luogo ad inganni grandissimi nel dibattito politico-giornalistico italiano per oltre 60 anni, contribuendo a renderlo più che altro degno di una macchietta stile Walter Chiari.

    I titoli di studio non sono “pezzi di carta”, come spregiativamente li definiva Einaudi, ma certificati che attestano il superamento di quelle prove d’esame previste dall’ordinamento didattico, ed alle quali sono riconducibili le conoscenze e le competenze collegate con il livello consono al titolo di studio in oggetto…
    http://cronaca.anvur.it/2011/02/certificato-di-lodevole-profitto.html

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