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Wall Street: il problema non sta nella speculazione, ma negli incentivi che le si danno

9 maggio 2011

Il Sole 24 Ore di martedì 26 aprile ha aperto sul ritorno dei titoli a rischio a Wall Street, a distanza di poco più di due anni e mezzo dal fallimento di Lehman Brothers. La lezione, evidentemente, non sembra essere servita.

ABS (Asset-backed Security) con sottostanti particolarmente rischiosi hanno rifatto la loro comparsa in breve tempo. …

Gli ABS sono cartolarizzazioni i cui flussi di cassa provengono da un pool di varie attività diversificate al fine di ridurre i rischi, mentre le cartolarizzazioni sono operazioni finanziarie che consistono nell’emettere titoli sostenuti dai flussi di cassa provenienti da un investimento a lungo termine. Ad esempio, una banca cartolarizza quando “vende” i suoi diritti di riscossione su un’ipoteca a un “fondo di cartolarizzazione” in cambio di un ammontare proveniente dalla vendita di cedole sostenute dai flussi di cassa relativi ai diritti di riscossione dell’ipoteca in questione. Purtroppo, siamo di nuovo in presenza di cartolarizzazioni garantite dai flussi di cassa di categorie di debito a forte rischio di morosità, come, ad esempio, i prestiti auto. Del resto, non c’è da sorprendersi più di tanto. I fattori che hanno scatenato le crisi dell’agosto 2007 e dell’ottobre 2008 sono presenti anche oggi. Basti pensare che la riforma del sistema finanziario (la legge Dodd-Frank firmata da Obama nel luglio scorso) attende ancora l’entrata in vigore dei regolamenti attuativi; oppure all’opacità degli strumenti finanziari. Oggi come allora il mercato è invaso da veicoli finanziari strutturati ad alto rischio come gli asset backed Securities, mentre Cdo e Cds hanno lasciato il posto agli ETF (Exchange Traded Funds – Fondi Indicizzati Quotati), una particolare categoria di fondi, le cui quote sono negoziate in Borsa in tempo reale come semplici azioni, attraverso una banca o un qualsiasi intermediario autorizzato.

Ma il fatto che la riforma del sistema finanziario stia languendo e che sia ancora forte la presenza di strumenti finanziari ad alto contenuto di opacità, non spiega la crescita dimensionale del fenomeno, la cui causa è dovuta essenzialmente all’eccesso di liquidità presente sui mercati a seguito degli interventi predisposti da governo e Federal Reserve. Oggi come allora, politiche monetarie fortemente accomodanti stanno creando i presupposti per altre bolle speculative, il cui scoppio minaccia di essere ancor più doloroso. Infatti, quando i mercati sono inondati di liquidità, vuoi a seguito dell’immissione di denaro creato dal nulla da parte della banca centrale, vuoi a seguito di un regime creditizio particolarmente favorevole per determinati soggetti (es. hedge funds), si crea una situazione per cui tutta questa liquidità non trova sufficienti occasioni di business. E questo fa sì che sia investita in settori ad alto rischio (e perciò ad alto rendimento), senza vagliare adeguatamente i rischi connessi agli investimenti effettuati, contando di uscire dal business al momento giusto così da guadagnare grosse cifre e lasciare la patata bollente in mano ad altri.

La possibilità di ottenere a prestito denaro a condizioni artificialmente vantaggiose spinge le banche americane a optare per operazioni speculative, ossia a indebitarsi in dollari a tassi molto bassi per poi investire in altre divise o in altri prodotti ad alto rischio che danno possibilità di alti guadagni, che difficilmente si otterrebbero da operazioni di credito alle imprese. Ma, come ho altre volte ripetuto, il problema non sta nella speculazione, bensì negli incentivi che ad essa si assegnano. Negli Stati Uniti ha fatto molto scalpore il caso Madoff. Il finanziere newyorchese prometteva alti guadagni pagando gli interessi maturati dai vecchi investitori con i soldi dei nuovi investitori, facendo tanti più profitti, quanto meno liquidità teneva a disposizione per rimborsare gli investitori. Ebbene, le banche non agiscono tanto diversamente; soltanto che, mentre Madoff si è beccato (giustamente) 150 anni per aver operato in maniera imprudente e truffaldina, le banche americane (ma anche il gigante Usa delle assicurazioni Aig), ai primi pericoli di dissesto, si sono beccate gli aiuti di Stato, sotto forma di salvataggi, o della banca centrale, sotto forma di iniezioni di liquidità o di tassi praticamente a zero. Allora, perché mai essere prudenti?

Se in Italia abbiamo uno stato feudale impegnato nella difesa dei privilegi esistenti, gli Stati Uniti sono uno stato mercantile, la cui azione è improntata allo stimolo degli affari. Di conseguenza, l’economia italiana è come una macchina con il freno a mano tirato, mentre quella americana, a forza di stimoli artificiali continui, finisce talvolta per avere i problemi di una Cinquecento in cui è stato impiantato il motore di una Ferrari. Certo, fare impresa in Italia è quasi proibitivo, ma anche lo stato mercantile ha i suoi difetti, poiché genera anch’esso squilibri molto forti e dolorosi. Stimolare gli affari attraverso lo strumento monetario significa attuare politiche inflazionistiche favorendo qualcuno (chi si indebita) a discapito di qualcun altro (chi risparmia), che vede la sua proprietà diminuita di valore. E danneggiare l’altrui proprietà è la negazione del libero mercato. Per questo, lo stato mercantile, nella sua difesa di interessi forti come quelli del big business, è illiberale quasi quanto quello feudale che impedisce a chi non gode di privilegi di concorrere sul mercato. Entrambi sono illiberali, perché si occupano di cose di cui non si dovrebbero occupare. Lo fanno in modi differenti, ma gli effetti sono ugualmente nefasti.

di Carlo Zucchi, dal suo blog (Link)

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