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L’incertezza del diritto penalizza gli investimenti

6 maggio 2011
L’imprevedibilità della giustizia costituisce un ostacolo per lo sviluppo delle aziende 
 

“La riforma della giustizia la aspettavo da vent’anni”. L’ha detto Silvio Berlusconi e non è il solo a pensarlo. Non se ne parla spesso però, e forse ne ha colpa anche il sistema confindustriale: attentissimo ad avere posizioni puntuali e propositive su molti temi, ma non su questo, magari per un certo timore. Eppure, l’imprevedibilità della giustizia italiana, l’estrema arbitrarietà del «potere» giudiziario, ha un costo, eccome se ce l’ha, per le nostre imprese. Questo vale certo per i processi civili, ma pure, anche se la questione è stata poco sottolineata, anche per quelli penali. E la lentezza e le lungaggini della nostra giustizia sono figlie, in linea diretta, di un sistema basato sull’obbligatorietà (formale) dell’azione penale e sulla totale irresponsabilità del magistrato che sbaglia. …

A dare i numeri, in senso positivo, è stato Carlo Stagnaro, dell’Istituto Bruno Leoni, sul Foglio. Stagnaro ha citato una ricerca dell’Adr Center, per cui in Europa solo la Slovenia fa peggio di noi, quanto a velocità e linearità del sistema giudiziario. In Italia, una causa civile dura mediamente 1.210 giorni, contro una media comunitaria di appena 547. Scrive Stagnaro: «I Paesi più simili all’Italia stanno nella parte alta della graduatoria: in Francia bastano 331 giorni, in Germania 394 e nel Regno Unito 399. Peggio ancora, adire a mezzi legali ha costi proibitivi: la Banca mondiale stima che, per vedere garantiti i termini contrattuali, le imprese debbano sborsare mediamente il 29,9 per cento delle somme contestate, dieci punti percentuali sopra la media Ocse».

Tutto va bene, i giudici non si toccano? Cause civili e cause penali in Italia si assomigliano drammaticamente: lasciate ogni speranza voi che entrate. Questo non significa che in Italia non ci siano tanti magistrati, e sono la maggioranza, che lavorano secondo scienza e coscienza. Tuttavia, come sempre, non ci si può fidare di un sistema in cui è la coscienza individuale ad assicurare esiti benefici. In Italia c’è il tribunale di Torino: un esempio di efficienza con oltre il 50% dei procedimenti civili che si conclude entro un anno e oltre il 95% che rispetta il termine triennale di durata in primo grado. Ma è un caso isolato, che si deve all’abilità manageriale di chi ha saputo restaurare la fama dell’efficienza sabauda col duro lavoro e imponendo una cultura diversa.

Il resto del Paese è un disastro che cresce progressivamente scendendo a Sud. E i tempi della giustizia, assieme con la difficoltà di conoscere e interpretare in modo corretto una cornucopia di norme come non ce n’è nell’Occidente civilizzato, tengono lontane le imprese estere. Bisognerebbe studiare in dettaglio come e perché gli investimenti diretti esteri si dirottano in altri Paesi, anziché in Italia, a causa della nostra incertezza del diritto. È un fattore forse ancora più preoccupante dell’alta pressione fiscale: tasse alte sono, se non altro, note. Una giustizia imprevedibile, proprio perché imprevedibile, non lo può essere.

È il Paese che paga il conto, non solamente Silvio Berlusconi. Per questo bisogna procedere con decisione, all’insegna di tre principi che mi piace citare da due intellettuali di sinistra, Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi: «Primo, aumento delle procedure di garanzia per gli imputati (per esempio separazione delle carriere, responsabilità civile dei giudici, riduzione delle intercettazioni e della loro diffusione); secondo, riduzione delle pene; terzo, depenalizzazione dei reati minori».

Una giustizia così riformata potrebbe rassicurare i mercati e richiamare in Italia nuovi investimenti.

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From → GIUSTIZIA, ITALIA

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