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La Deregolamentazione non è Assenza di Regole: il Caso della Moneta

28 aprile 2011

di Pascal Salin

La deregolamentazione non significa dunque la scomparsa delle regole ma il passaggio da un ordine costruito ad un ordine spontaneo che implica, eventualmente, la creazione di regole nuove ed evolutive. Essa, evidentemente, non implica la deregolazione dei sistemi ma il passaggio da una deregolazione imperfetta (centralizzata) ad una regolazione più complessa e più evolutiva, a condizione, chiaramente, che essa sia l’occasione per reinstaurare le regole generali di giusto comportamento.

Prendiamo, ora, qualche esempio in campi estremamente differenti. …

Le regolamentazioni sui limiti di velocità, per esempio sulle autostrade, non costituiscono evidentemente regole universali: esse non forniscono una regola di comportamento (contrariamente alla regola consistente nel viaggiare a destra ed ancora più alla regola che consiste nell’affermare che gli individui sono responsabili dei loro atti) ma impongono un risultato, senza tener conto delle condizioni specifiche della circolazione. Esse sono quindi inefficaci ed ingiuste o, piuttosto inefficaci perché ingiuste.

Sono inefficaci perché non si adattano alle condizioni della circolazione (secondo le circostanze può essere preferibile viaggiare più veloce o meno veloce della velocità massima imposta). Un certo numero di studi hanno d’altra parte dimostrato che la sicurezza stradale non dipende dalla velocità ma dalla variabilità della velocità. Da questo punto di vista è altrettanto pericoloso (o anche più pericoloso) viaggiare lentamente che viaggiare velocemente.

Queste regole sono ingiuste perché hanno come conseguenza la creazione di falsi reati. In una società libera, l’esercizio della responsabilità implica che si debba riparare ai torti fatti ad altri. Ciò non significa che si debba essere puniti; attualmente, se si supera la velocità massima regolamentata, si è puniti anche se non si è arrecato danno ai diritti altrui.

Se le autostrade fossero effettivamente private e nessuna regola amministrativa potesse essere imposta alla circolazione, si vedrebbe probabilmente comparire non un vuoto giuridico anarchico ma un gioco complesso di regole; ovvero delle regole sull’esercizio della responsabilità dei conducenti, delle regole specifiche dettate dalle compagnie di assicurazione e di quelle imposte dai proprietari di autostrade che potrebbero, per esempio, vietare ai veicoli di viaggiare al di sotto di 150km/h. Il sistema sarebbe regolato, non in modo perfetto – perché la perfezione non esiste – ma in maniera coerente, giusta ed efficace.

Prendiamo un esempio in un campo completamente differente, quello della creazione della moneta. Un dibattito tradizionale su questo argomento consiste nel domandarsi se sia preferibile seguire delle regole o praticare una politica monetaria discrezionale (“rules vs. Discretion”). La politica tradizionale è evidentemente difesa da quelli che credono che si conosca perfettamente il funzionamento del sistema monetario ed economico a dispetto della sua complessità; si agisce quindi di sorpresa per indurre effetti reali nell’economia. Il fine della politica monetaria è allora abbastanza strano: esso contribuisce a fornire una cattiva informazione. Ora è evidente che non si può ottenere una buona regolazione di un sistema fornendo una cattiva informazione. Questa é la ragione per la quale le politiche monetarie discrezionali hanno fallito.

Una politica di regole monetarie, quale Milton Friedman l’ha preconizzata, consiste per esempio nel decidere in anticipo una regola di crescita monetaria, nel farla conoscere e nel metterla in opera. La produzione di monete resta centralizzata ma si fornisce una buona informazione a degli agenti economici decentralizzati.

Ben inteso, la regola monetaria può consistere nell’annunciare in anticipo non un tasso di crescita monetaria ma un tasso di inflazione. In tutti questi casi il sistema monetario è regolato grazie ad una regola ma si tratta di una regola dei risultati concernente la massa monetaria o il tasso di inflazione. Ora, non si sa in anticipo in quale misura il risultato così imposto è quello realmente desiderato da coloro che sono interessati, cioè i detentori di moneta.

La regolazione del sistema monetario sarebbe ancora migliore se essa fosse tale da permettere di rilevare i bisogni e dunque di creare nuova conoscenza. La migliore soluzione, da questo punto di vista, risiede nel ristabilire la concorrenza, nel permettere la libertà monetaria, cioè la libertà di inventare e dividere una moneta, la libertà di utilizzare la moneta che si preferisce.

Un sistema di produzione monetario totalmente deregolamentato poggia su regole universali, quelle che prevalgono in tutti i campi di attività, ovvero il rispetto dei diritti di proprietà e la libertà contrattuale.

Così, se un’impresa (una “banca”) emette dei “segni” monetari – biglietti di banca o depositi legati all’oro – essa prende un impegno di convertibilità a prezzo fisso di questi strumenti monetari in rapporto all’oro che essa detiene in riserva. I proprietari di questa impresa sono responsabili proprio in quanto tali. Se essi decidono di svalutare, cioè di dare una quantità di oro più scarsa di quella promessa si ha la rottura del rapporto contrattuale e, quindi, la possibile condanna davanti ad un tribunale con conseguenti sanzioni di mercato.

Per “sanzioni di mercato” bisogna intendere, in realtà, la reazione dei partecipanti al mercato che abbandonano i produttori che non hanno rispettato le regole universali. Un sistema di libertà monetario si distingue dai sistemi monetari moderni precisamente perché esso è sottomesso a regole universali e non solamente a “regole monetarie” (concernenti la crescita monetaria o la crescita dei prezzi) che sostituiscono delle regole specifiche e delle regole di risultati. Le prime – le regole universali – permettono l’esercizio della responsabilità ed assicurano dunque un’eccellente regolazione, mentre le seconde, anche se sono preferibili all’assenza totale di regole che caratterizzano la politica discrezionale, non permettono una così buona regolazione.

Osservando al passaggio l’unificazione monetaria dell’Europa e la creazione dell’Euro, si assiste alla trasposizione in scala europea (o di una parte dell’Europa) dei sistemi monetari nazionali della nostra epoca. Si é elaborato un sistema costruttivista e regolamentare che si basa sull’esistenza di un monopolio monetario europeo come se si fosse in grado di conoscere preventivamente la dimensione ottimale dell’area monetaria ed i migliori mezzi per produrre una “buona” moneta. Si è mancata l’occasione di ritornare alla libertà monetaria che è esistita nel passato. Ora, la regolazione si attua meglio in un sistema totalmente deregolamentato. Contrariamente a ciò che asseriscono gli interventisti, il rischio di crisi sistematiche è molto più debole in un sistema deregolato che nei sistemi monetari moderni: un errore di gestione non coinvolge il funzionamento di tutto il sistema monetario ma solamente ed eventualmente un produttore di moneta particolare che è però normalmente indotto ad evitare la produzione di “cattiva” moneta. Così, nel XIX secolo il sistema monetario di New York, che era molto regolamentato, più instabile contrariamente a quelli del Massachusset o di Rhode-Island che non erano regolamentati e nei quali le banche avevano degli importanti fondi propri. Così, nel XIX secolo il sistema monetario di New York, che era molto regolamentato, divenne instabile contrariamente a quelli del Massachusset o di Rhode-Island, che erano non regolamentati e nei quali le banche avevano importanti fondi propri – fonte di stabilità.

Occorre a questo punto ribadire che la soppressione della regolamentazione non conduce all’anarchia ma alla sostituzione di un ordine costruito con un ordine spontaneo basato su delle regole universali e, eventualmente, su delle regole specifiche  ma che siano volontariamente elaborate da coloro i quali ne sono interessati e che siano modificabili in funzione dell’esperienza e dell’evoluzione delle necessità.

All’interno della vita sociale, si devono risolvere due tipi di conflitti. Il primo é dettato dalla necessità di differenziazione degli esseri umani e delle loro attività e la necessità di armonizzazione (che porta, per esempio, ad adottare norme tecniche, a creare dei marchi commerciali, a realizzare delle strutture di patner-ship tra produttori, ad adottare regole di comportamento comune, a rispettare le tradizioni) E’ tramite la sperimentazione sociale che si possono risolvere questi conflitti, cioè determinare il grado ottimale di differenziazione e di armonizzazione, e quindi di adottare regole comuni e farle evolvere in funzione delle necessità. Al contrario un modo di procedere centralizzato ed autoritario con la conseguente produzione di regolamentazioni, impedisce questo sottile adattamento; un esempio eclatante è fornito dalla costruzione europea il cui processo costitutivo, lontano dall’essere di natura liberale, tende costantemente ad armonizzare le attività. L’armonizzazione fiscale, regolamentare, legale, sociale, monetaria dell’Europa è agli antipodi di una buona regolazione.

Il secondo conflitto da risolvere è quello che esiste tra la necessità di stabilità delle regole – senza la quale esse non costituirebbero più delle regole – e la necessità di adattamento di queste all’evolversi delle condizioni. La stabilità deve essere evidentemente totale per le regole universali, dal momento che l’adattamento di regole specifiche è sovente auspicabile.

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From → ECONOMIA

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