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Senza Capitalismo, Scordiamoci un Futuro di Pace

27 aprile 2011

Questo vivace saggio è comparso in James H. Tessitore, ed., Modern Political Economy (Boston: Allyn and Bacon, 1973), pp. 419-430, come capitolo 28; seguiva un saggio del professor Robert T. Averitt, a cui Rothbard si riferisce una o due volte nel suo pezzo. Una nota a piè di pagina fornita dal redattore originale è stata rimossa).

di Murray N. Rothbard

Per discutere del “futuro del capitalismo,” dobbiamo in primo luogo decidere quale sia in realtà il significato del termine “capitalismo.” Purtroppo, il termine “capitalismo” è stato coniato dal suo nemico più grande e più famoso, Karl Marx. Realmente non possiamo contare su di lui per un uso corretto e arguto. Ed infatti, quello che Marx e autori successivi hanno fatto è raggruppare due concetti ed azioni estremamente differenti e perfino contraddittori sotto lo stesso termine ambivalente. Questi due concetti contradittori sono ciò che chiamerei “capitalismo del libero-mercato” da una parte e “capitalismo di stato” dall’altra. …

La differenza fra il capitalismo del libero mercato ed il capitalismo di stato è precisamente la differenza fra, da una parte, lo scambio pacifico e volontario, e dall’altra, l’espropriazione violenta. Un esempio di uno scambio nel libero mercato è il mio acquisto di un giornale all’angolo per una moneta da dieci centesimi; ecco uno scambio pacifico e volontario che beneficia entrambe le parti. Compro il giornale perché lo valuto più della moneta da dieci centesimi che dò in cambio; e l’edicolante lo vende perché, a sua volta, stima il valore del decino superiore a quello del giornale. Entrambe le parti nello scambio ottengono un vantaggio. E cosa stiamo entrambi facendo è uno scambio di titoli di proprietà: cedo la proprietà della mia moneta in cambio del quotidiano e l’edicolante esegue il cambio di titolo esattamente opposto. Questo scambio semplice di una moneta da dieci centesimi per un giornale è un esempio di unica azione nel libero-mercato; è il mercato al lavoro.

In contrasto con questo atto pacifico, c’è il metodo dell’espropriazione violenta. L’espropriazione violenta si ha quando vado dall’edicolante e sequestro i suoi giornali o il suo denaro con la pistola puntata. In questo caso, naturalmente, non vi è beneficio reciproco; Guadagno a scapito dell’edicolante vittima. Tuttavia la differenza fra queste due transazioni – fra lo scambio reciproco volontario e la pistola puntata – è precisamente la differenza fra il capitalismo del libero mercato e il capitalismo di stato. in entrambi i casi otteniamo qualcosa – ma che siano soldi o giornali li otteniamo in modi completamente diversi, modi dagli attributi morali e dalle conseguenze sociali completamente diversi.

Qui non posso resistere alla tentazione di precisare che ho un’interpretazione completamente diversa di Jefferson e di Hamilton da quella del professor Averitt. Non considero Jefferson come una certa specie di Franz Boas in anticipo – leggi, un antropologo di sinistra in anticipo. Non lo fu. La mia lettura di Jefferson è completamente diversa; nella mia lettura, Jefferson era molto precisamente per il laissez-faire, o il libero-mercato, il capitalismo. E quella era la vera discussione fra loro. Non era realmente che Jefferson fosse contro le fabbriche o le industrie di per sé; era contro lo sviluppo imposto, cioè tassare i coltivatori con tariffe e sussidi per sviluppare artificialmente l’industria, che era essenzialmente il programma di Hamilton.

Jefferson, incidentalmente, con altri statisti del suo tempo, era una persona molto istruita. Leggeva Adam Smith, leggeva Ricardo, conosceva bene l’economia classica del laissez-faire. E così il suo programma economico, lontano dall’essere l’espressione di una bucolica nostalgia agraria, era un’applicazione molto specializzata di economia classica per la scena americana. Non dobbiamo dimenticarci che i classicisti del laissez-faire erano inoltre contro le tariffe, le sovvenzioni e lo sviluppo economico imposto.

Ancora, il termine “uguaglianza,” come usato da Jefferson e dai jeffersoniani, fu impiegato allo stesso modo dall’amico e collega di Jefferson George Mason incorniciando la Dichiarazione dei Diritti della Virginia poco prima che Jefferson scrivesse la Dichiarazione di Indipendenza:

“tutti gli uomini sono per natura ugualmente liberi e indipendenti”. In altre parole, “uguaglianza” allora non significava ciò che ora spesso intendiamo per uguaglianza: uguaglianza di condizione o uniformità. “Uguaglianza” significava che ogni persona ha il diritto di essere ugualmente libera ed indipendente, per godere il diritto “all’uguale libertà,” come Herbert Spencer la esprimerebbe un secolo dopo. Cioè, quello che ripeto ancora è che l’ala jeffersoniana dei Padri Fondatori era essenzialmente formata da capitalisti del libero mercato, del laissez-faire.

Per ritornare al mercato: il libero-mercato è realmente una rete ampia, un intreccio, di queste piccole unità di scambio cui ho accennato prima: come lo scambio della moneta da dieci centesimi di dollaro per un giornale. Ad ogni passo sulla via, ci sono due persone, o due gruppi di persone e queste due persone o gruppi scambiano due prodotti, solitamente denaro ed un altro prodotto; ad ogni passo, ciascuno si avvantaggia tramite lo scambio, altrimenti non lo avrebbero fatto in primo luogo. Se dovesse risultare che si sono sbagliati nel pensare che lo scambio gli avrebbe procurato vantaggi allora rapidamente si fermano e non fanno più lo scambio.

Un altro esempio comune di mercato libero è la pratica universale dei bambini che scambiano le figurine del baseball – il tipo di cosa dove scambiate due “Hank Aaron[s]” per un “Willie Mays”. Il “prezzo” delle varie figurine e gli scambi che sono avvenuti, sono stati basati sull’importanza relativa che i ragazzi hanno attribuito ad ogni giocatore di baseball. Come modo per turbare i liberali potremmo mettere il caso questa maniera: i liberali si suppone siano a favore di tutte le azioni volontarie realizzate, come recita il famoso cliché, tra “due adulti consenzienti.” Tuttavia è particolare che mentre i liberali sono a favore di ogni attività sessuale praticata da “due adulti consenzienti”, quando questi adulti consenzienti interagiscono nel commercio o nello scambio, i liberali si attivano per aggredire, paralizzare, limitare, o proibire quel commercio. Ma sia l’attività sessuale consenziente che il commercio sono espressioni simili della libertà in azione. Entrambi dovrebbero essere favoriti da ogni libertario coerente. Ma il governo, particolarmente un governo liberale, abitualmente si muove per regolare e limitare tale commercio

È proprio come [comunque] se io stessi per scambiare due Hank Aarons per un Willie Mays ed il governo, o qualche altra terza parte, avanzassero e dicessero: “no, non potete farlo; è diabolico; è contro il bene comune. Proscriviamo perciò questo proposto scambio; ogni scambio di tali figurine del baseball deve essere uno per uno, o tre per due” – o qualunque altro termine il governo, nella sua saggezza e grandezza, desideri arbitrariamente imporre. Che diritto hanno di fare questo? Per i libertari, nessun diritto.

Generalmente, l’intervento di governo può essere classificato in due modi: sia proibendo o parzialmente proibendo uno scambio fra due persone – fra due adulti consenzienti, uno scambio favorevole ad entrambe le parti; o forzando qualcuno a fare uno “scambio” unilateralmente con il governo, in cui la persona offre qualcosa al governo sotto la minaccia di coercizione. Il primo può includere l’autentica proibizione di uno scambio, regolandone i termini – il prezzo – o impedendo a determinate persone di fare lo scambio. Come esempio del primo intervento, per essere un fotografo nella maggior parte degli stati, bisogna essere un fotografo debitamente autorizzato – dimostrando di essere “di buon carattere morale” e pagando un importo determinato di grano all’apparato statale. Questo per avere il diritto di fotografare qualcuno! Il secondo genere di intervento è uno “scambio” forzato fra noi ed il governo, uno “scambio” che avvantaggia soltanto il governo e non noi stessi. Naturalmente, le tasse ne sono un ovvio ed evidente esempio. Contrariamente allo scambio volontario, le tasse sono questione di entrare e sottrarre con la forza le proprietà della gente senza il loro consenso.

È vero che molta gente sembra credere che le tasse non siano imposte senza il nostro consenso. Credono, come il grande economista Joseph Schumpeter una volta ha detto, che le tasse siano qualcosa come i debiti del club, in cui ogni persona paga volontariamente la sua parte delle spese del club. Ma se davvero lo pensate, provate un momento a non pagare le vostre tasse e state a vedere quel che succede. Nessun “club” che conosca ha il potere di venirvi a sequestrare i beni o di imprigionarvi se non pagate i relativi debiti. Nel mio punto di vista, allora, le tasse sono sfruttamento – le tasse sono un gioco “a somma zero”. Se c’è qualche cosa nel mondo che è un gioco a somma zero, è la tassa. Il governo sottrae i soldi da un insieme di persone, li dà ad un altro insieme di persone e nel frattempo naturalmente taglia via una grande fetta per il proprio “maneggiare le spese.” Le tasse, quindi, sono puramente e chiaramente una rapina. Punto.

In effetti, sfido chiunque tra voi a sedersi e lavorare ad una definizione di tassa che non sia applicabile anche alla rapina. Come il grande scrittore libertario H. L. Mencken ha precisato una volta, fra il pubblico, anche se non sono libertari convinti, rubare al governo non è mai considerato sullo stesso piano morale del rubare ad un’altra persona. Rubare ad un’altra persona è generalmente deplorato; ma se è il governo ad essere derubato tutto ciò che accade, come Mencken ha detto, “è che certe canaglie e fannulloni hanno meno soldi per giocarci di quelli che avevano prima.”

Il grande sociologo tedesco Franz Oppenheimer, che ha scritto un piccolo, magnifico libro chiamato Lo Stato, ha definito il caso brillantemente. Essenzialmente, egli disse, ci sono soltanto due maniere per gli uomini di acquistare la ricchezza. Il primo metodo è producendo un bene o un servizio e volontariamente scambiandolo per il prodotto di qualcun altro. Questo è il metodo dello scambio, il metodo del mercato libero; è creativo ed espande la produzione; non è un gioco a somma zero perché la produzione si espande ed entrambe le parti dello scambio ottengono un vantaggio. Oppenheimer ha denominato questo metodo “mezzi economici” per l’aquisizione di ricchezza. Il secondo metodo è sottrarre la proprietà di un’altra persona senza il suo consenso, cioè, con la rapina, lo sfruttamento, il saccheggio. Quando sottraete la proprietà di qualcuno senza il suo consenso, ottenete un vantaggio a sue spese, a scapito del produttore; questo è davvero un “gioco” a somma zero – non molto “un gioco,” a proposito, dal punto di vista della vittima. Anziché espandere la produzione, questo metodo della rapina chiaramente intralcia e limita la produzione. Così oltre che essere immorale mentre lo scambio pacifico è morale, il metodo della rapina intralcia la produzione perché è parassita sullo sforzo dei produttori. Con brillante arguzia, Oppenheimer ha chiamato questo metodo di ottenere la ricchezza “mezzi politici.” Ed ha quindi continuato definendo lo stato, o il governo, come “l’organizzazione dei mezzi politici,” cioè, la regolarizzazione, la legittimazione e l’istituzione permanente dei mezzi politici per l’aquisizione di ricchezza.

In altre parole, lo stato è furto organizzato, rapina organizzata, sfruttamento organizzato. E questa natura essenziale dello stato è evidenziata dal fatto che lo stato non rinuncia mai allo strumento cruciale delle tasse.

Devo qui commentare ancora la dichiarazione del professor Averitt circa “l’avidità.” È vero: l’avidità ha avuto una stampa molto negativa. Francamente non vedo nulla di male nell’avidità. Penso che le persone che attaccano sempre l’avidità sarebbero più coerenti con la propria posizione se rifiutassero il loro prossimo aumento di stipendio. Non vedo neppure lo studioso più a sinistra di questo paese bruciare con disprezzo il suo assegno mensile. In altre parole “avidità” significa semplicemente che state provando ad alleviare la natura data la penuria in cui l’uomo è nato. L’avidità continuerà fino a che il giardino dell’Eden non arriverà, quando tutto sarà sovrabbondante e non dovremo preoccuparci affatto per l’economia. Naturalmente non abbiamo ancora raggiunto quel punto; non abbiamo raggiunto il punto in cui ognuno brucia i suoi aumenti di stipendio, o l’assegno mensile in generale. Così la domanda allora diventa: che genere di avidità avremo, “l’avidità produttiva,” dove la gente produce e volontariamente scambia i propri prodotti con altri? O l’avidità sfruttatrice, la rapina e la depredazione organizzata, dove realizzate la vostra ricchezza a scapito di altri? Queste sono le due reali alternative.

Ritornando allo stato ed alle tasse, preciserei incidentalmente che Sant’Agostino, che non è famoso per essere stato un libertario, ideò tuttavia un’eccellente parabola libertaria. Scrisse che Alessandro Magno aveva catturato un certo pirata e gli aveva chiesto che cosa significasse prendere possesso del mare. Ed il pirata rispose orgogliosamente: “quello che tu intendi per conquistare la terra intera; ma poiché lo faccio con una piccola nave, mi chiamano ladro, mentre voi, che lo fate con una grande flotta, siete chiamato imperatore. Qui Agostino sottolinea il fatto che lo stato è semplicemente grande rapina, su una scala enorme, ma rapina legittimata dall’opinione intellettuale.

Prendete, per un altro esempio, la mafia, che anch’essa soffre per una cattiva stampa. Ciò che la mafia fa su scala locale, lo stato fa su una scala enorme, ma lo stato naturalmente ha una stampa molto migliore.

Contrariamente all’antichissima istituzione dello statalismo, dei mezzi politici, il capitalismo del libero mercato è arrivato come grande movimento rivoluzionario nella storia dell’uomo. Perché esso ha fatto il suo ingresso in un mondo precedentemente contrassegnato dal dispotismo, dalla tirannia, dal controllo totalitario. Emergendo in primo luogo nelle città-stato italiane il capitalismo del mercato libero è arrivato in grande scala con la rivoluzione industriale in Europa occidentale, una rivoluzione che ha determinato un notevole rilascio di energia creativa e di abilità produttiva, un aumento di produzione enorme. Potete chiamarla “avidità” se volete; potete attaccare come “ avidità” il desiderio di qualcuno che, ad un livello di povertà, vuole migliorare la sua condizione.

Ciò mi ricorda di un punto interessante sull’“avidità” che attraversa l’usuale continuità “sinistra-destra”. Mi ricordo di quando Russell Kirk in primo luogo lanciò il movimento conservatore contemporaneo in questo paese, a metà degli anni ’50. Uno dei principali giovani conservatori di quell’era arringò un raduno ed opinò che il vero problema del mondo ed il motivo per lo sviluppo della sinistra, è che tutti sono “avidi,” le masse dell’Asia sono “avide,” e così via. Ecco una persona che possedeva la metà del Montana, attaccare la massa della popolazione del mondo, che stava provando a salire sopra il livello di sussistenza, per migliorare un poco la loro condizione. Ma erano “avide.”

Ad ogni modo, il capitalismo del libero mercato, la rivoluzione industriale, vide un enorme flusso di energie produttive, un flusso che costituì una rivoluzione contro il sistema mercantilista del diciassettesimo e diciottesimo secolo. In effetti il sistema mercantilista è essenzialmente quello che abbiamo ora. C’è pochissima differenza tra il capitalismo del monopolio nazionale, o il capitalismo corporativo di stato, comunque lo vogliate chiamare, negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale di oggi ed il sistema mercantilista dell’era pre-rivoluzione industriale. Ci sono soltanto due differenze; una è che la sua attività principale era il commercio e la nostra è l’industria. Ma il modus operandi essenziale dei due sistemi è esattamente lo stesso: privilegio di monopolio, un miscuglio totale in ciò che ora è chiamato “associazione di governo e industria,” un sistema pervasivo di militarismo e di contratti bellici, una tendenza verso la guerra e l’imperialismo; l’intero pacchetto che caratterizzò il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo; la vera differenza chiave è che non avevano un gigantesco apparato di P.R.; non avevano una flotta di intellettuali che strombazzano in giro le meraviglie del sistema: come esso promuova il bene comune ed il welfare generalizzato, come questo sia il Liberalismo in Azione. Loro dicevano, “siamo qui per fregare il pubblico e lo stiamo facendo!” Erano molto sinceri in quei tempi. È davvero rinfrescante, a proposito, andare a leggere il materiale di prima del 1914 e godere della sincerità di quel tempo.

Uno dei concetti importanti a questo proposito è quello di Albert Jay Nock, un grande pensatore libertario e seguace di Franz Oppenheimer. Nock ha coniato due concetti: ciò che ha chiamato “potere sociale” da un lato e “potere statale” dall’altro. Il potere sociale è essenzialmente quello di cui sto parlando: le energie produttive liberate dal mercato libero, tramite scambi volontari, dalle persone che interagiscono volontariamente e pacificamente. Il “potere statale” è parassitismo, sfruttamento e generalmente l’apparato di stato – tasse organizzate, regolamenti, ecc.. E Nock vide la storia essenzialmente come una gara fra il potere sociale e il potere statale. Nel periodo della rivoluzione industriale, per esempio, per varie circostanze il potere statale era minimo, e questo permise al potere sociale di aumentare vertiginosamente. E ciò che è accaduto nel ventesimo secolo è essenzialmente che il potere statale si è aggiornato; si sono infilati nella società ed hanno cominciato ancora una volta a paralizzarla.

Qual è, allora, il mio punto di vista sul “futuro del capitalismo” – il nostro tema di oggi? Il mio punto di vista sul futuro è altamente ottimista. Davvero penso che il capitalismo del libero mercato, anche se si suppone essere un’istituzione reazionaria, neanderthaliana, sia il movimento del futuro. Per un motivo, esso era il movimento del futuro cento o duecento anni fa, e quello che abbiamo ora è soltanto una reversione reazionaria al sistema precedente. Il sistema attuale non è in realtà affatto “progressista”.

In secondo luogo, è stato scoperto da Ludwig von Mises nel 1920 che il socialismo – l’altro polo alternativo al nostro attuale neo-mercantilismo – non può far funzionare un sistema industriale. Un sistema agricolo può essere guidato indefinitamente da quasi chiunque, finchè lasciate i contadini vivi. Potete avere quasi qualsiasi genere di sistema tirannico sui contadini. Ma in un sistema industriale avete bisogno di molto più di questo: avete bisogno di un mercato, avete bisogno di profitti e perdite, non potete far funzionare il sistema aleatoriamente. E Mises ha dimostrato che un sistema socialista non può eseguire il calcolo economico, perché non ha un sistema di prezzi per i beni capitali e quindi il socialismo non potrà operare un sistema industriale. Tutti i manuali dicono che Mises è stato rapidamente confutato da Oskar Lange ed altri, ma in realtà non è stato confutato affatto. Non ho avuto il tempo di entrare in una discussione teorica. Ma in pratica ciò che è accaduto è che, in risposta all’industrializzazione, c’è stata una variazione tremenda negli ultimi quindici anni nei paesi socialisti dell’Europa Orientale dal socialismo verso un mercato libero.

Per chi crede nella libertà e nel libero mercato, questo spostamento è uno degli sviluppi più emozionanti dei due decenni passati. Oggi ci sono soltanto due interpretazioni di questo sviluppo: o dovete dire, che i cinesi, gli yugoslavi, i polacchi, i cechi, gli slovacchi, gli ungheresi si sono tutti venduti al capitalismo – sono andati in segreto all’ambasciata americana ed hanno ricevuto la loro paga. Oppure dovete dire che qualcosa di più profondo sta accadendo, che quello che essenzialmente sta accadendo è che hanno provato il socialismo e non ha funzionato, particolarmente quando le economie hanno cominciato ad industrializzarsi. Hanno scoperto in pratica, pragmaticamente, senza leggere Mises (anche se ci sono prove che abbiano letto Mises entro questo tempo) e Hayek ed altri, che il socialismo non può calcolare, sono giunti a questa conclusione da soli.

Lenin, in effetti, giunse molto presto a questa conclusione, quando il “comunismo di guerra” venne scartato nel 1921. Il “comunismo di guerra” era un tentativo, subito dopo la rivoluzione dei bolscevichi, di passare al comunismo totale, ad un’economia senza moneta e senza prezzi, in cui, si supponeva, ognuno era tenuto – in pratica sarebbe stato forzato – a portare le sue merci al mucchio comune, per ritirare poi da quel mucchio per soddisfare i suoi bisogni. Il sistema del comunismo di guerra è risultato essere un disastro totale – non a causa della guerra civile (quella razionalizzazione è venuta solo molto più tardi), ma a causa del sistema comunista in sé. [1] Lenin presto realizzò quello che stava accadendo e rapidamente istituì la nuova politica economica, che era essenzialmente un ritorno ad un sistema di mercato quasi-libero. Ed ora i paesi dell’Est, particolarmente la Yugoslavia, stanno muovendosi molto velocemente dagli anni 50 via dal socialismo e dalla pianificazione centrale e verso un sistema del libero mercato.

In Yugoslavia, per esempio, l’agricoltura, ancora l’industria principale, è quasi completamente privata; un settore privato fiorente esiste nel commercio e nella piccola industria; e il “settore pubblico” è stato trasferito in effetti per legge dallo stato alla proprietà degli operai delle varie fabbriche – essenzialmente funzionando come cooperative di produttori. Ancora, c’è un mercato sostanzialmente libero fra le cooperative di questi produttori, con un sistema fiorente di prezzi e una severa legge dei profitti e delle perdite (quando una ditta perde troppi soldi, fallisce). Inoltre, la riforma economica yugoslava più recente che è cominciata nel 1967 ed è ancora in corso, ha visto un calo tremendo nel livello di tassazione delle loro cooperative – un calo dal precedente livello di imposta sul reddito di circa il 70% a circa il 20. Ciò significa che, il governo yugoslavo centrale non esercita più il completo controllo sugli investimenti: gli investimenti, inoltre, sono stati decentralizzati e destatalizzati. In effetti, se si leggono gli economisti comunisti in Yugoslavia – particolarmente nelle regioni relativamente industrializzate di Croazia e Slovenia – suonano molto come Barry Goldwater o Ronald Reagan. “Perchè dovremmo noi croati o sloveni produttivi” chiedono, “essere tassati per sovvenzionare quei pigri fannulloni giù in Montenegro?” E: “perchè dovremmo costruire fabbriche antieconomiche (“politiche”)? Ognuno deve reggersi sulle proprie gambe”, ecc. Il prossimo passo in Yugoslavia è la spinta delle banche – che, incidentalmente, sono in gran parte cooperative private competitive possedute dai loro clienti di affari – per un mercato azionario in un paese comunista, che sarebbe stato considerato incredibile dieci o vent’anni fa. Ed il nome che propongono di dare a questo sistema – letteralmente – è “capitalismo del popolo socialista.”

Su questo punto, alcuni anni fa stavo tenendo un corso sui sistemi economici comparativi. Naturalmente, ho speso il tempo elogiando il mercato libero ed attaccando la pianificazione centrale e il socialismo. Per concludere, ho invitato un professore di scambio dall’Ungheria – un eminente economista comunista – a tenere una conferenza come ospite ed i ragazzi hanno pensato: “Ah, almeno potremo sentire anche l’altra campana.” E cos’ha fatto l’economista ungherese? Ha speso l’intera conferenza elogiando il mercato libero ed attaccando la pianificazione centrale. Ha detto quasi esattamente quello che avevo detto fino a quel momento.

In Europa Orientale, quindi, penso che le prospettive per il mercato libero siano eccellenti. Penso che stiamo ottenendo il capitalismo del libero mercato e che il suo trionfo laggiù sia quasi inevitabile. Negli Stati Uniti, le prospettive sono un poco più offuscate, ma anche qui vediamo la “nuova sinistra” raccogliere molte posizioni che noi “di estrema destra” eravamo soliti avere. Gran parte delle posizioni che si usava chiamare “di estrema destra” venti anni fa sono ora considerate piuttosto di sinistra.

Di conseguenza, io, con la stessa posizione che tenevo allora, sono stato spostato materialmente dalla destra estrema alla sinistra senza alcuno sforzo da parte mia. Decentralizzazione; controllo della comunità; attacco al governo del Leviatano, alla burocrazia, all’interferenza di governo nella vita di ogni persona; attacco al sistema di istruzione guidato dallo stato; critica del sindacalismo colluso con lo stato; opposizione al militarismo, alla guerra, all’imperialismo ed alla coscrizione; tutte queste cose che la sinistra ora sta cominciando a vedere, è precisamente quello che noi “di estrema destra” stiamo dicendo da sempre. E, finché la “decentralizzazione” va, non c’è niente così decentralizzato come il libero mercato e forse anche questo giungerà all’attenzione del pubblico.

E così, sono molto ottimista sul futuro del capitalismo del libero mercato. Non sono ottimista sul futuro del capitalismo di stato – o piuttosto, sono ottimista, perché penso che finalmente terminerà. Il capitalismo di stato inevitabilmente genera ogni tipo di problemi che diventano insolubili; come ancora Mises ha precisato, un intervento nel sistema per provare a risolvere dei problemi genera soltanto altri problemi, che a loro volta richiedono ulteriori interventi, ecc. e così l’intero processo continua a scendere a valanga fino ad un sistema completamente collettivista, un sistema totalitario. Assomiglia molto all’escalation nel Vietnam, a proposito; il principio, come ben sappiamo a questo punto, è che l’intervento del governo in Vietnam genera problemi che richiedono un’ulteriore escalation, ecc. La stessa cosa accade nell’intervento domestico, con il programma agricolo che è uno splendido esempio di questo processo.

Sia nel Vietnam che nell’intervento domestico del governo, ogni passo nell’escalation genera soltanto altri problemi che mettono il pubblico davanti alla scelta: premi per avere ulteriori interventi, o abrogali – in Vietnam, ritirati dal paese. Ora in Yugoslavia e nel resto dell’Europa Orientale, hanno preso il percorso opposto: della deëscalation progressiva, dell’abrogazione continua di un intervento dopo l’altro e verso il mercato libero. Negli Stati Uniti finora abbiamo preso il percorso di accelerare gli interventi, di intralciare come non mai il mercato libero. Ma sta cominciando a diventare evidente che il sistema misto sta crollando, che non funziona. Sta cominciando ad essere palese, ad esempio, che il welfare non tassa i ricchi per dare ai poveri; tassa il più povero per dare al più ricco ed i poveri essenzialmente pagano per il welfare. Sta cominciando ad essere palese che l’intervento straniero è essenzialmente un metodo di sovvenzione delle società americane favorite invece di assistenza ai poveri nei paesi non sviluppati. Ed ora sta diventando evidente che le politiche keynesiane sono riuscite soltanto a portarci all’impasse attuale della inflazione con recessione e che i nostri olimpici economisti non hanno affatto modo di uscire dal pasticcio attuale, se non incrociando le dita ed i loro modelli econometrici e pregando. E, naturalmente, possiamo guardare avanti ad un’altra crisi della bilancia dei pagamenti in un paio di anni, un altro episodio della crisi inflazionistica in un paio di anni, un altro episodio di isteria da fuoriuscita di oro.

Quindi, abbiamo molte crisi che appaiono in lontananza in America, alcune sono per strada, altre imminenti o già qui. Tutte queste crisi sono i prodotti dell’intervento e nessuna di esse può essere realmente risolta per mezzo di altri interventi. Di nuovo, credo che finalmente invertiremo il nostro corso attuale – forse prendendo la Yugoslavia come nostro paradigma. Incidentalmente, il professor Averitt ha accennato alla Grande Depressione. La Grande Depressione è sempre stata considerata come il prodotto del capitalismo del libero mercato degli anni ’20. Fu il risultato dell’intervento molto pesante degli anni ’20, un intervento di governo, a proposito, che è molto simile all’intervento corrente. Negli anni ’20 venne imposto il nuovo sistema della Riserva Federale, che tutti gli economisti istituzionali del momento assicurarono che avrebbe eliminato tutte le future depressioni; il sistema della Riserva Federale da quel momento in poi avrebbe manipolato i prezzi e la riserva monetaria ed eliminato i cicli congiunturali per sempre. Il 1929 e la Grande Depressione furono il risultato di quella manipolazione guidata dalle mani saggie dell’economia istituzionale – non il risultato di qualcosa come il capitalismo del libero mercato.

In breve, l’avvento dell’industrialismo e la rivoluzione industriale ha irreversibilmente cambiato la prognosi per la libertà e lo statalismo. Nell’era pre-industriale, lo statalismo e il dispotismo poterono imperversare indefinitamente, contenti di mantenere i contadini al livello di sussistenza e di vivere della loro eccedenza. Ma l’industrialismo ha rotto i vecchi schemi; perché è diventato evidente che il socialismo non può far funzionare un sistema industriale e sta diventando gradualmente evidente che neanche il neo-mercantilismo e l’interventismo, a lungo termine, non possono far funzionare un sistema industriale. Il capitalismo del libero mercato, la vittoria del potere sociale e dei mezzi economici, non è solo l’unico sistema morale e di gran lunga il più produttivo; si è trasformato in nell’unico sistema possibile per l’umanità nell’era industriale. Il suo trionfo finale è quindi virtualmente inevitabile.
___________________________

[1] Su comunismo di guerra, vedere l’importante articolo di Paul Craig Roberts, “War Communism: A Re-examination,” Slavic Review (giugno 1970), pp. 237-61.

Link all’articolo originale.

From → ECONOMIA

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