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La proprietà privata è un’istituzione libertaria

20 aprile 2011
Se la proprietà privata introduce la pace e il diritto, la proprietà pubblica è la forma contemporanea dell’antico bottino di guerra

Ora che un po’ ovunque soffia un vento fortemente avverso ai principi del libero mercato e che si torna a parlare in modo sempre più ossessivo di nazionalizzazioni (sulla base di progetti certamente “emergenziali”, ma destinati a perpetuare i propri effetti per decenni), quanti si dicono liberali sono chiamati a riaffermare il loro attaccamento alle istituzioni fondamentali della libertà: a partire dalla proprietà privata. Perché non ci può essere civiltà se mancano regole schierate a tutela della proprietà o se non sono fatte rispettare. …Vi sono, senza dubbio, ragioni di ordine strettamente economico che ci aiutano a comprendere l’importanza della proprietà, dato che – come rilevò Ludwig von Mises in un celebre articolo del 1920 – in assenza di prezzi di mercato, o anche quando essi sono perturbati da ogni genere di intervento pubblico, è impossibile un comportamento razionale da parte degli attori sociali. Il colossale spreco di risorse che si ebbe nel nostro Paese, ad esempio, prima dell’introduzione dei ticket sui farmaci (quando ogni famiglia italiana disponeva di una propria farmacia nell’armadietto di casa) e, per venire all’attualità, i pessimi investimenti imprenditoriali indotti da un costo del denaro tenuto artificiosamente basso dalla politica monetaria della Fed (uno dei fattori cruciali della crisi in corso) sono solo alcune riprove di come la società perda la bussola quando i prezzi non emergono più dalla libera contrattazione tra privati. Ma perché si eviti tale esito è necessario che la proprietà sia garantita nel modo più rigoroso.

Essa è inoltre indispensabile per delineare quel sistema di premi e punizioni, incentivi e disincentivi, che porta ognuno a dare il meglio di sé. Nelle loro private economie, famiglie e imprese cercano oggi di far fronte alle difficoltà degli ultimi tempi adottando varie strategie: riducendo gli sprechi, riorganizzando le attività, cercando le opportunità più favorevoli per approvvigionarsi. Tali cambiamenti non hanno luogo, o comunque non con tale determinazione, nel settore pubblico: e questo perché mantiene sempre la propria validità l’antico adagio di Aristotele, che nella Politica rilevò che di quanto è di tutti non si preoccupa nessuno.
Una società è insomma tanto più dinamica e meglio gestita quanto meno lo Stato è presente: il che è un altro modo per dire che essa cresce e si sviluppa soltanto se la proprietà privata è rispettata.

Ma c’è anche molto altro. Non si deve infatti credere che la proprietà sia importante innanzi tutto per ragioni squisitamente economiche: quale condizione (necessaria) dello sviluppo. Oltre a ciò, essa rappresenta il cuore della libertà umana e il perno di ogni ordine giuridico che intenda proteggere le persone nelle loro interazioni.
Quando i titoli di proprietà sono assenti o mal definiti (come spesso succede in ambito ambientale, con conseguenze sotto gli occhi di tutti) ne risulta una forte conflittualità sociale e una reciproca prevaricazione. Proviamo ad immaginare come potrebbe svolgersi la convivenza tra due agricoltori confinanti se non fosse chiaro dove finisce una proprietà e ne inizia un’altra. Nel corso dell’età moderna (e soprattutto durante gli ultimi due secoli) il trionfo di logiche stataliste ha impedito l’emergere di titoli di proprietà in merito all’utilizzo di beni come l’acqua o l’aria: e non a caso è esattamente in questi ambiti che trionfano sistematicamente le pretese dei più arroganti e l’arbitrio della politica.

Se la proprietà privata introduce la pace e il diritto, la proprietà pubblica è la forma contemporanea dell’antico bottino di guerra. Nel passato, quando una tribù ne sconfiggeva un’altra il frutto della vittoria era costituito dalla distribuzione di quanto si riusciva a sottrarre ai vinti. Nel momento in cui alcuni gruppi hanno iniziato ad invadere territori prima controllati da altri, lì si sono insediati e hanno imposto la loro dominazione, il bottino di guerra ha perso il proprio carattere eccezionale e ha finito per protrarsi nel tempo: grazie in particolare alla tassazione.

Ancora oggi un gruppo politico che vince le elezioni conquista il diritto allo “spoils system”, e cioè a dividere tra i propri membri una larga parte delle cariche, delle risorse e delle posizioni eminenti all’interno della società. Questa ripartizione delle spoglie è la forma moderna e democratica della ripartizione del bottino, ma soprattutto rappresenta la prova più lampante di quanto la proprietà pubblica (di imprese, banche, infrastrutture, ecc.) sia distruttiva sul piano dei rapporti sociali e ponga le premesse per il trionfo di nomenklature irresponsabili.

La grande alternativa a tutto questo è la proprietà, e non a caso un importante teorico del liberalismo del diciannovesimo secolo, Antonio Rosmini, ha parlato della proprietà come di una “sfera attorno alla persona”. La proprietà su di sé e sui beni legittimamente detenuti è quindi uno spazio integralmente sottratto al Potere: un autentico fortino di libertà, da difendere dinanzi ad ogni pretesa di dominio.

Riconoscere e rispettare la proprietà significa poi fare esperienza di un altro da sé. È porre un limite invalicabile dinanzi alla propria “volontà di potenza” e disporsi ad avere rapporti giuridici con gli altri solo sulla base di intese volontarie, pacifiche, consensualmente accettate. Significa rinunciare all’uso della forza e anche alla prepotenza dei numeri e delle maggioranze.
La proprietà delinea quindi l’area del diritto e dei diritti, ma muove da un’esperienza etica della persona quale soggetto meritevole di un rispetto assoluto.

Fino ad oggi i nemici della libertà e della proprietà hanno brandito i loro (modesti, ma retoricamente efficaci) argomenti etici contro quanti difendono il mercato e le sue logiche libertarie. Coloro che si sono opposti al moralismo della redistribuzione, del pauperismo e dello statalismo assistenziale hanno quasi sempre insistito su argomenti economici: senza dubbio importanti, eppure insufficienti.
Una vera rinascita della società liberale deve invece partire da una riaffermazione delle ragioni più autentiche che ci obbligano a rispettare fino in fondo il prossimo e la sua dignità. Senza pretendere d’imporgli nulla e senza mettere le mani sui suoi beni.ù

From → POLITICA

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