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Perché i privati gestiscono l’acqua molto meglio dei politici?

4 aprile 2011

Privato è bello, anche nell’acqua. L’esperienza delle gestioni pubbliche è tipicamente fallimentare, o sotto il profilo finanziario, o sotto quello delle perdite idriche o dell’inadeguatezza del trattamento dei reflui, o sotto entrambi. …

Tipicamente esse sono del tutto esposte alla “cattura” politica – come se fossero semplici strumenti clientelari – e si prestano, contemporaneamente, a essere creditori molto generosi, specie verso le amministrazioni pubbliche. Quando si aggiunge la scelta (anch’essa politica) di mantenere basse le tariffe, si producono voragini finanziarie: che possono essere chiuse solo con gli aumenti in bolletta. All’obiezione che il coinvolgimento, parziale o totale, dei privati non è garanzia di una buona gestione, si può replicare così. Anzitutto, il privato deve rispettare il vincolo di bilancio e non può permettersi di chiudere l’anno in passivo: sicché è disincentivato per sua natura a prendere posizioni troppo onerose. Secondariamente, omissioni e opacità dei privati sono generalmente riconducibili ai fallimenti della regolazione.
L’attuale normativa, dalla legge Galli del 1994 al decreto Ronchi del 2009, ha spinto verso logiche relativamente più industriali e competitive attraverso le gare, ma non è perfetta. Per esempio, mantiene un margine di ambiguità riguardo al conflitto di interesse che sorge quando gli enti locali affidanti hanno partecipazioni azionarie nei gestori del servizio; consente ancora affidamenti diretti (pur limitandone l’applicazione); non chiarisce il contesto regolatorio, mantenendolo di fatto frammentario e politicizzato.

Manca, cioè, un regolatore indipendente. In questo senso, la spada di Damocle dei referendum – ancora da calendarizzare – rischia di ingigantire i problemi. Se i “sì” dovessero prevalere nelle consultazioni promosse dai Forum dell’acqua, l’Italia tornerebbe a un passato fatto di sprechi (economici) e perdite (idriche). Lo stesso passato nel quale è maturata la situazione attuale. Lo stato delle nostre reti idriche – con la dispersione del 37 per cento dell’acqua trasportata, il 30 per cento della popolazione italiana priva di un servizio di depurazione e innumerevoli deroghe anche agli standard sanitari – non è comprensibile al di fuori dell’impostazione fortemente pubblicistica che ha storicamente caratterizzato il nostro paese.

Ed è a causa di questa impostazione e dei ritardi e delle inefficienze che essa ha determinato, se oggi dobbiamo far fronte a oltre 64 miliardi di euro di investimenti che inevitabilmente, a prescindere dagli assetti proprietari, dovranno ribaltarsi in bolletta (o, al limite, sull’erario). Il quesito referendario (che peraltro investe tutti i servizi pubblici locali) non riguarda, a ben vedere, la natura pubblica o privata del bene acqua o simili questioni, diciamo, filosofiche.Riguarda, piuttosto, le modalità di determinazione delle tariffe – se esse debbano riflettere la regola “chi più consuma, più paga” o se invece possano essere scaricate sulla fiscalità – e le modalità di affidamento. Una recente ricerca coordinata da Lanfranco Senn, a questo proposito, ha trovato che generalmente la presenza di soci privati è associata a una performance migliore. Un risultato ampiamente ricorrente in letteratura.

La domanda a cui gli italiani dovranno rispondere, allora, non riguarda la “privatizzazione” dell’acqua o la sua “mercificazione”. E’ molto più concreta. La domanda è: volete che questi 64 miliardi siano gestiti in modo efficiente, oppure lasciarli alla mercé di un ceto politico che si è dimostrato sprecone e incapace?

di Carlo Stagnaro

link: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10114

From → LIBERALIZZAZIONI

2 commenti
  1. Luigi Calabrese permalink

    Privatizzare NON è liberalizzare.

    Con l’acqua si opera una privatizzazione senza liberalizzazione perché ciò è impossibile tecnicamente.

    Infatti, un monopolio tecnico non è liberalizzabile per definizione e il monopolio gestito da un privato, non dà migliori garanzie al consumatore di un monopolio gestito dal pubblico, soprattutto vista l’efficienza della nostra giustizia.

    Ciò perché, con evidenza, se al cittadino non piace la gestione del servizio non può rivolgersi ad un altro acquedotto, ma si tiene il cattivo gestore. Neppure può cambiare il proprio voto, sanzionando la responsabilità della cattiva gestione, perché il contratto ha durate più lunghe del mandato elettorale

    Pertanto, mentre oggi la modalità di gestione è liberalizzata, nel senso che gli enti locali in modo autonomo, federale, possono decidere se gestire il servizio “in house”, con propria società, oppure modulare la gestione con soggetti privati, col decreto, il settore viene deliberalizzato, nel senso che gli enti locali non possono più scegliere come gestire il servizio per i propri cittadini.

    Quindi:

    1) l’obbligatorietà della gestione ad opera di soggetti privati viola la libertà e l’autonomia locale con uno spirito non “federalista”. Questa obbligatorietà è illiberale nel senso che non tocca il mercato e migliora il servizio.

    2) l’approccio è ideologicamente demagogico, ingenerando confusione fra privatizzazione e liberalizzazione

    3) il presunto efficientamento è indimostrabile e non generalizzabile.

    Generalizzare spesso è una facile scorciatoia dialettica, ma nella realtà . Esistono grandi professionalità e aziende pubbliche anche ben gestite, come pure esistono pirati mordi e fuggi nel privato: i tribunali fallimentari li hanno inventati per i fallimenti privati…

    I carrozzoni pubblici malgestiti talvolta è sufficiente gestirli meglio, talvolta vanno rivoltati come un calzino o privatizzati come terapia gestionale,

    Aggiungo la considerazione che il termine del contratto di concessione spaventa il privato concessionario: l’avvicinarsi dei termini e l’incertezza del rinnovo può scatenare istinti predatori sull’azienda di proprietà pubblica gestita, riduzione degli investimenti che rischia di scontare il successore… o l’amministrazione che non riesce a trovare un subentrante che paghi ciò che si chiede per affidare la gestione…

    Il privato può falsificare i costi, simulare le manutenzioni, gonfiare i costi con consulenze, e chiedere revisione tariffarie che pagano i cittadini esattamente come un amministratore pubblico oppure prendere un’azienda efficiente e lasciarla allo sfascio al termine del contratto.

    Certe cose non sono così automatiche..

    Anche in questo ambito, la lentezza della nostra giustizia rende la tutela contrattuale flebile e formalistica, insufficiente ad una tutela sostanziale.

    Come liberale, in generale, mi concentrerei sui servizi dove è possibile attivare un mercato, cioè un sistema di controllo automatico della qualità – prezzo: lì farei le privatizzazioni finalizzate a un mercato libero. Lì assicurerei l’assenza di monopoli o di posizioni dominanti, perché sull’efficienza il controllo lo assicura il mercato cioè la facoltà di scelte alternative da parte dei consumatori, cosa che nella gestione dell’acqua non esiste.

    La gestione dei servizi a rete pone problemi legati al monopolio e all’assenza di mercato che la privatizzazione “tout court” non risolve. Anzi diventa un alibi e un deresponsabilizzazione della politica sulla gestione di servizi essenziali: se non funziona c’è il capro espiatorio.

  2. Luigi Calabrese permalink

    Disciplinati i mercati dove tecnicamente possibile applicando soglie antimonopolio/oligopolio, bisogna dare un codice di legislazione sui servizi tecnicamente monopolistici, come nella gestione dei servizi a rete, (servizi via cavo, via condotto, viari, ecc…), istituendo organismi specialistici di sorveglianza che determinino costi standard di gestione del servizio uguali per tutti gli operatori, considerando le diverse condizioni operative (territori urbani, popolati, spopolati, montagna pianura, ecc…) e ponendo criteri comuni per determinare prezzi e le tariffe da applicare ai servizi richiesti dagli utenti.

    Un buon modello in Italia è l’Autorità per l’energia elettrica e il gas (AEEG).

    “Le finalità indicate dalla legge istituiva devono essere perseguite assicurando “la fruibilità e la diffusione [dei servizi] in modo omogeneo sull’intero territorio nazionale, definendo un sistema tariffario certo, trasparente e basato su criteri predefiniti, promuovendo la tutela degli interessi di utenti e consumatori, …”. Il sistema tariffario deve inoltre “armonizzare gli obiettivi economico-finanziari dei soggetti esercenti il servizio con gli obiettivi generali di carattere sociale, di tutela ambientale e di uso efficiente delle risorse”. “ (http://www.autorita.energia.it/it/che_cosa/presentazione.htm)

    Nel mondo dell’energia infatti sono stati individuati i costi relativi al vettoriamento dell’energia anche in conseguenza di esigenze economiche. Infatti, l’energia è un bene costoso (energia elettrica e il gas) e poiché ha un valore elevato ed è anche pericoloso, a differenza dell’acqua condotta, è necessario minimizzare e standardizzare le perdite di rete e le conseguenti manutenzioni e i costi conseguenti per creare condizioni omogenee a far funzionare un mercato interconnesso.

    Infatti, ad esempio, non per caso Inghilterra esiste un soggetto regolatore che per l’acqua in Italia non è previsto(http://www.ofwat.gov.uk).

    In Italia, pPer l’acqua non si è operato in questa direzione, ma si è deliberato per la panacea della “privatizzazione”: essersi concentrati sul CHI taumaturgico invece che sul COME è stato fuorviante, anche se è un portato generale della cultura politica degli ultimi tempi: una cosa non è positiva o non positiva in sé, a seconda di CHI la propone o la fa.

    Infatti, nell’ambito dell’acqua, la materia trasportata in rete non appartiene a un qualcuno che l’ha generata/ comprata e non ha un valore economico in quanto tale: pertanto, non c’è un soggetto interessato a preservarlo (è pubblica). Inoltre, neppure è pericolosa.

    Tutto il costo dell’erogazione consiste di fatto nel suo trasporto (acquedotto) e nel recupero (fognature). Nel processo decisionale è mancato perciò l’interessamento del proprietario del bene trasportato a disciplinare e minimizzare i costi di trasporto e di perdita di rete.

    Ma questa è la prima e fondamentale cosa che è utile da fare per il cittadino per determinare tariffe certe e omogenee a parità di condizioni su cui misurare la reale efficienza del servizio e il suo buon funzionamento.

    La telefonia è stata disciplinata in un altro modo ancora, che ha lasciato in mano a un operatore (Telecom) concorrente con gli altri per i servizi, la gestione della rete fissa, mancando la condizione di neutralità oggettiva del gestore di rete verso tutti gli operatori.

    Pertanto è opportuno proporre un codice legislativo di armonizzazione che inquadri la gestione di tutti servizi monopolistici a rete e determinare criteri guida omogenei per la disciplina di tali servizi in modo da avere costi standard e tariffe eque per gli utenti, neutralità sostanziale dei gestori di rete verso i diversi operatori di servizio, raggiungere l’efficienza necessaria a migliorare i servizi e gli oneri per i cittadini.
    Definito ciò, costi standard tariffe e parametri gestionali, l’appartenenza delle azioni e la proprietà diventano fattori secondari.
    Un buon liberale si accompagna sempre ad un buon dubbio: l’ideologia con i suoi automatismi, “anche liberista”, non è mai liberale.

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