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Alla scuola farebbe molto bene il “buono scuola”

4 aprile 2011
Liberalizzare la scuola…si può fare!

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di Alberto Mingardi

Se lei fosse ricco, sceglierebbe per i suoi figli una scuola privata? Il sondaggio confezionato da Vanity Fairaveva la risposta incorporata: e infatti il 72% ha risposto doverosamente di no, se fosse ricco non sceglierebbe per i suoi figli un istituto non statale.  Sarebbe stato più utile fare agli italiani un’altra domanda. Se fosse povero, sarebbe contento di non poter scegliere altra scuola che quella statale? …

Un cinico direbbe che sono i casi della vita. Come i più ricchi possono permettersi vestiti migliori, macchine migliori, e appartamenti più grandi, così potranno garantire ai propri figli un’istruzione di miglior livello.

Le cose, del resto, sono abbastanza correlate. Siccome si impara tanto dai propri insegnanti quanto dai propri compagni di scuola, non ci stupiamo se decine di studi empirici registrano come le scuole dei quartieri più eleganti (pubbliche o private) siano spesso anche quelle che insegnano meglio. Gli studenti sono in media meglio educati e più rispettosi dell’autorità dei docenti, ci sono meno “casi difficili” (che sovente sono legati a povertà e disagio sociale), le famiglie a reddito più alto è probabile siano più colte, quindi trasmettono ai propri ragazzi migliori competenze di base. Insomma, le circostanze concorrono a far sì che “a chi ha sarà dato”: questo, indipendentemente dal fatto che gli istituti siano privati oppure pubblici.

Tuttavia, non risulta che il pensiero comune sia molto ben disposto verso un realismo così brutale. Rettificare il corso delle cose, porre un argine alle conseguenze dell’ineguale distribuzione dei talleri e dei talenti, è un compito che la politica ha preso per sé. E se vogliamo, al centro della stessa idea che lo Stato debba istruire i sudditi (cosa che curiosamente prendiamo a considerare aberrante, non appena quello Stato veste una camicia che non ci garba: bruna o nera che sia) trova la sua motivazione più forte e nobile proprio nella necessità di evitare l’uguaglianza delle diseguaglianze, di generazione in generazione. E’ per questo che in tanti ritengono legittimo che lo Stato si occupi di scuola: in questo modo esso dovrebbe garantire a tutti la possibilità di assorbire nozioni che possono fare la differenza della vita. Siccome non è detto che nelle famiglie dei ricchi nascano dei geni, né in quelle dei poveri dei perfetti imbecilli, rendere più facile l’accesso all’istruzione contribuisce ad una migliore valorizzazione dei talenti, con ricadute positive su tutta la società.

Questi argomenti non sono perfetti, ma sono diffusi: è possibile che, grosso modo, la pensino così fornai, autisti di autobus, avvocati, medici, elettricisti. Insomma, quel 72%. E’ però difficile capire perché, se prendiamo per buono il loro ragionamento, la scuola “buona” dev’essere solo quella “pubblica”.

E’ difficile sul piano teorico. Poniamo di essere tutti d’accordo: lo Stato deve finanziare l’educazione del popolo. Questo significa che lo Stato deve possedere tutte le scuole? Potrebbe tranquillamente limitarsi a finanziare il servizio, equipaggiando ogni giovane cittadino con una “dote” liberamente spendibile nell’istituto che alla sua famiglia piace di più.

Ma è anche difficile su quello pratico. Da una parte, c’è la questione dei quartieri “brutti”: realtà in cui il disagio sociale viene conservato, non rimosso, dalle scuole pubbliche. Negli Stati Uniti, a Washington fra i più grandi sostenitori del “buono scuola” ci sono le famiglie di colore: che vorrebbero avere la possibilità di finanziare scuole alternative, siano messe in pista da imprenditori convinti di poter venire incontro a un bisogno o espressione di cooperative di insegnanti animati da un senso di “missione”. La burocratizzazione, implicita nel monopolio pubblico, non aiuta le scuole che stanno nei posti “peggiori”. L’allocazione degli insegnanti sulla base di criteri puramente formali non è ideale da nessuna parte, ma è pericolosa tanto più complesse sono le condizioni in cui si troveranno a lavorare.

Dall’altro, immaginate di chiedere a qualcuno: saresti contento di guidare, per sempre, solo Volkswagen? Solo un pazzo risponderebbe di sì, oggi per l’eternità, ignorando quali saranno le sue condizioni future, di che cosa avrà bisogno, che genere di macchine farà la Volkswagen e che genere di vetture produrranno i suoi concorrenti. Le conseguenze del monopolio pubblico dell’educazione non sono sorprendenti: la struttura burocratica ingessa la macchina che dovrebbe “fornire il servizio”, i costi lievitano e vengono limitati solo con sforbiciate poco efficaci ed arbitrarie, l’assenza di concorrenza rende “stupido” lavorare sulla qualità del servizio offerto.

E’ vero che la scuola di Stato è piena di insegnanti che fanno con coscienza e entusiasmo il loro mestiere. Ma è così “nonostante” gli incentivi con cui si confrontano, e non in ragione di quelli.

Lasciando perdere le sparate di Berlusconi, le iniziative di cui per fortuna si è tornati a parlare in questi giorni renderebbero più facile proprio a chi non può pagare due volte, una con le tasse e una coi suoi soldi, l’istruzione dei figli, scegliere per loro le scuole che desidera. Questa “liberalizzazione” avrebbe effetti dirompenti specie per i più umili: potrebbe aprirsi un mercato nuovo, esisterebbe anche per loro un’alternativa. Imperfetta come tutte, ma ci sarebbe. A difendere una scuola e una società rigidamente divise per classi sono proprio i sostenitori del monopolio statale.

link: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10169

From → ECONOMIA

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