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II vero furto dell’acqua è quello dei referendari

1 aprile 2011
Più di un milione di firmatari sono stati imbrogliati con slogan facili ma ingannevoli, che nascondono il vero obiettivo: difendere le cricche statali

Un milione e quattrocentomila italiani sono stati ingannati. Gli è stato chiesto di firmare contro la “privatizzazione dell’acqua” perché “l’acqua non è una merce”, gli è stato detto che a causa della “privatizzazione” le tariffe sono cresciute e cresceranno. Il Forum dei movimenti per l’acqua ha così depositato in Cassazione i suoi referendum. Se chiedere firme fosse un’attività commerciale, molto probabilmente verrebbe condannato per pubblicità ingannevole. …

Purtroppo in politica tutto è lecito, compreso il carpire firme raccontando balle. Così un milione e quattrocentomila italiani hanno in realtà appoggiato tre referendum che, se giudicati ammissibili e votati dalla maggioranza degli elettori, improvvisamente riporterebbe le lancette del paese, almeno nel settore idrico, ai tempi in cui i mariuoli si spartivano la torta e scambiavano voti contro occupazione clientelare.Un milione e quattrocentomila italiani sono stati fregati perché, pur firmando contro la privatizzazione, ignoravano che l’acqua non è stata privatizzata e non lo sarà, ché nessuno lo propone.

Il decreto Ronchi allinea l’Italia agli standard europei, esattamente come aveva tentato, e fallito, il ddl Lanzillotta durante il governo Prodi. Esso dice che la gestione dei servizi idrici (cioè l’intero ciclo che va dalla captazione dell’acqua alla sua distribuzione fino allo scarico e depurazione dei reflui) deve essere affidato per mezzo di una gara a evidenza pubblica, a cui possono partecipare soggetti indifferentemente pubblici o privati, e ciò allo scopo non potendo mettere in concorrenza, per ragioni tecniche ed economiche, diversi venditori d’acqua – di creare una concorrenza “per il mercato”. Dal confronto competitivo dei soggetti interessati a gestire le infrastrutture idriche, ci si attende si sprigionino spinte verso l’efficienza. Al contrario, in un sistema come quello che avevamo nel passato, come quello che parzialmente abbiamo oggi, e come quello che i referendari vorrebbero avessimo nel futuro, l’inevitabile situazione monopolistica non ha né vincoli temporali, né obblighi di trasparenza.

Il decreto consente a coloro che siano oggi titolari di concessioni affidate direttamente, cioè senza passare per una gara, di mantenerle, purché la quota in mani pubbliche scenda, entro il 2016 (non domani) al di sotto del 30% (che fa una certa differenza rispetto al privatizzare). La faccenda delle tariffe è del tutto diversa, e non ha nulla a che fare né coi referendum né con le gare. Infatti le tariffe vengono oggi decise dagli Ato (cioè, in sostanza, dai sindaci) sulla base della copertura dei costi operativi e della equa remunerazione dei capitali investiti. Se aumentano, è per effettuare investimenti che sono necessari alla tenuta del sistema o al miglioramento di copertura o qualità del servizio. In alternativa, o questi investimenti vengono finanziati dalla fiscalità generale oppure non si fanno.

Gli acquedotti italiani perdono mediamente un terzo dell’acqua trasportata, con punte superiori alla metà. In Germania, le perdite sono appena del 7 per cento, le tariffe – come nel resto d’Europa- assai più alte delle nostre. Federutility, l’associazione di categoria che raccoglie la maggior parte dei gestori di servizi idrici – calcola che siano necessari almeno 60 miliardi di euro per rafforzare le reti e realizzare quei depuratori la cui assenza non solo è causa diretta di inquinamento, ma ci espone anche a sanzioni comunitarie.

Gli aumenti delle tariffe possono essere sgraditi, ma non hanno nulla a che fare – letteralmente: nulla- col modo in cui è affidata la gestione del servizio. Peraltro, rispondono al principio che chi consuma, paga. Pretendere che non aumentino o addirittura scendano significa o chiedere più tasse, o più sprechi. I referendum non chiedono di scegliere tra acqua pubblica e privata: chiedono di scegliere tra la trasparenza del mercato e l’opacità delle cricche.

link http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9478

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