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L’armonia degli interessi “giustamente compresi”

30 marzo 2011

Leggere Mises prima e dopo i pasti è una buona abitudine. Con questo estratto dall’Azione Umana l’autore si focalizza principalmente su come la competizione biologica sia sostituita da una catallattica quando si lavora (cooperando) per interessi “giustamente compresi”. Inoltre fornisce una critica al socialismo interventista, secondo cui una pianificazione centrale delle attività e degli investimenti è possibile e realizzabile (attenzione alla green energy, difatti).



di Ludwig von Mises

Da tempo immemorabile gli uomini hanno fantasticato sulle felici condizioni che i loro antenati godevano nello “stato di natura” originario. Dai vecchi, miti, favole e poemi, l’immagine di questa felicità primitiva è passata in molte flosofie popolari del diciassettesimo e del diciottesimo secolo. Nel loro linguaggio il termine naturale denotava ciò che era buono e benefico nelle cose umane, mentre il termine civiltà aveva connotato di obbrobrio. La caduta dell’uomo era vista nella deviazione dalle condizioni primitive di età in cui non c’era che una piccola differenza tra l’uomo e gli altri animali. Questi eulogisti romantici del passato affermavano che allora non c’era conflitto tra gli uomini. La pace era indisturbata nel Giardino dell’Eden. …

Ma la natura non genera pace e buona volontà. Caratteristica dello “stato di natura” è un conflitto inconciliabile. Ogni esemplare è rivale a tutti gli altri. I mezzi di sussistenza sono scarsi ed insufficienti per tutti. I conflitti non possono mai scomparire. Se una banda di uomini, unita allo scopo di sconfiggere bande rivali, riesce ad annientare i nemici, nuovi antagonismi insorgono tra i vittoriosi sulla distribuzione del bottino. La fonte dei conflitti è sempre il fatto che la porzione di un uomo riduce le porzioni di tutti gli altri uomini. Questo è un dilemma che non permette alcuna soluzione pacifica.

Ciò che rende possibile relazioni amichevoli tra gli esserei umani è la più alta produttività della divisione del lavoro. Essa rimuove i naturali conflitti d’interesse. Perchè dove c’è divisione del lavoro lì non è più una questione di distribuzione di una provvista non suscettibile di aumento. Grazie alla più alta produttività del lavoro eseguito nella divisione dei compiti, la provvista dei beni si moltiplica. Un’interesse comune preminente, la preservazione e l’ulteriore intensificazione della cooperazione sociale, diventa dominante e mette in disuso tutte le collisioni essenziali.

La competizione catallattica si sotituisce alla competizione biologica e lavora per l’armonia degli interessi di tutti i membri della società. La stessa condizione da cui insorgono i conflitti inconciliabili della competizione biologica – cioè, che tutte le persone ambiscano più o meno alle stesse cose – è trasformata in fattore d’armonia di interessi. Poichè molti o addirittura tutti vogliono pane, vestiti, scarpe ed automobili, la produzione su larga scala di questi beni diventa fattibile e riduce i costi della produzione in misura tale da renderli accessibili a bassi prezzi.

Il fatto che i miei simili vogliano acquistare scarpe come me, non mi rende più difficile l’acquisto, ma me lo facilita. Ciò che fa elevare il prezzo delle scarpe è il fatto che la natura non fornisca una provvista più abbondante di pelli ed altri materiali grezzi richiesti, e che si debba sottostare alla disutilità del lavoro per trasformare in scarpe questi materiali grezzi. La competizione catallattica di chi, come me, è desideroso di acquistare scarpe le rende meno care, non più dispendiose.

Questo il significato dell’armonia degli interessi rettamente intesi di tutti i membri della società di mercato.[1]

Quando gli economisti classici facevano questa enunciazione, tentavano di mettere in rilievo due punti:

  1. che ognuno è interessato a preservare la divisione sociale del lavoro, sistema che moltiplica la produttività degli sforzi umani;
  2. che nella società di mercato la domanda dei consumatori decide in definitiva tutte le attività produttive.

Il fatto che non tutti i bisogni umani possano essere soddisfatti non è dovuto ad istituzioni sociali inappropriate o a deficenze del sistema dell’economia di mercato. E’ una condizione naturale della vita umana. La credenza che la natura offra all’uomo ricchezze inesauribili e che la miseria sia conseguenza della sua incapacità ad organizzare una buona società è completamente fallace.

Lo “stato di natura” che riformatori ed utopisti descrivevano come paradisiaco era in effetti uno stato di estrema povertà e miseria.

La “povertà”, dice Bentham, “non è opera delle leggi, ma condizione primitiva della razza umana”.[2]

Anche quelli che stanno alla base della piramide sociale si trovano molto meglio di come sarebbero stati in assenza di cooperazione sociale. Essi pure sono avvantaggiati dal funzionamento dell’economia di mercato e partecipano ai vantaggi della società civile.

I riformatori del diciannovesimo secolo non hanno sradicato la favola cara del paradiso terrestre originale. Friedrich Engels la incorporava nell’esposizione marxista dell’evoluzione sociale dell’umanità. Tuttavia essi non presero più lo stato dell’aurea aetas come modello di ricostruzione economica e sociale. Confutavano la supposta depravazione del capitalismo con la felicità ideale che l’uomo godrà nell’Elysium socialista del futuro. Il modo socialista di produzione abolirà le catene con le quali il capitalismo arresta lo sviluppo delle forze produttive, ed aumenterà la produttività del lavoro e della ricchezza oltre ogni misura. La preservazione della libera impresa e della proprietà privata dei mezzi di produzione favorisce solo una piccola minoranza di sfuttatori parassiti e danneggia l’immensa maggioranza dei lavoratori. Quindi nell’ambito della società di mercato prevale un conflitto inconciliabile tra gli interessi del “capitale” e quelli del “lavoro”. Questa lotta di classe può sparire solo se un giusto sistema di organizzazione sociale – socialismo o interventismo – viene sostituito al modo palesemente ingiusto di produzione capitalistica.

Tale è la filosofia quasi universalmente accettata nel nostro tempo. Non fu creata da Marx, sebbene debba la sua popolarità principalmente agli scritti di Marx e dei marxisti. Oggi è portata avanti non solo dai marxisti, ma anche dalla maggior parte di quei partiti che dichiarano con enfasi il loro anti-marxismo e rendono omaggio alla libera impresa. E’ la filosofia sociale ufficiale del cattolicesimo romano come del cattolicesimo anglosassone; è sostenuta da molti eminenti assertori delle varie denominazioni protestanti e della chiesa ortodossa orientale. E’ una parte essenziale dei principi del fascismo italiano, del nazismo tedesco e di tutte le varietà delle dottrine interventiste. Fu l’ideologia della Sozialpolitik degli Hohenzollerns in Germania e dei realisti francesi tendenti alla restaurazione della casa di Borbone-Orléans, del New Deal del presidente Roosevelt e dei nazionalisti dell’Asia e dell’America Latina. Gli antagonismi fra questi partiti e fazioni si riferiscono ad aspetti accidentali – come il dogma religioso, le istituzioni costituzionali, la politica estera – e, soprattutto, ai tratti caratteristici del sistema sociale da sostituire al capitalismo. Ma tutti sono d’accordo sulla tesi fondamentale che l’esistenza stessa del capitalismo danneggia gli interessi vitali della immensa maggioranza dei lavoratori, artigiani, e piccoli agricoltori. E tutti ne domandano l’abolizione in nome della giustizia sociale.[3]

Tutti gli autori ed i politici socialisti ed interventisti basano la loro analisi e la loro critica dell’economia di mercato su due errori fondamentali. Primo, non sanno riconoscere il carattere speculativo inerente a tutti gli sforzi umani di provvedere alla futura soddisfazione dei bisogni, per esempio il carattere speculativo di tutta l’azione umana. Affermano ingenuamente che non ci sia dubbio sulle misure da applicare per provvedere nel miglior modo possibile ai consumatori. In una comunità socialista non ci sarà bisogno che lo zar della produzione (o ufficio centrale di direzione della produzione) debba speculare. Questi dovrà ricorrere “semplicemente” a quelle misure che sono vantaggiose alle sue guardie.

I sostenitori dell’economia pianificata non si sono mai resi conto che il compito è di provvedere ai bisogni futuri che possono differire da quelli odierni e di impiegare i vari fattori di produzione disponibili nel modo più soddisfacente per questi incerti bisogni futuri. Non si sono resi conto che il problema è di assegnare i fattori di produzione scarsi alle varie branche della produzione in un modo che nessun bisogno considerato più urgente possa rimanere insoddisfatto perchè i fattori di produzione richiesti per la loro soddisfazione erano impiegati, ovvero sprecati, per la soddisfazione di bisogni considerati meno urgenti.

Questo problema economico non deve essere confuso col problema tecnologico. La conoscenza tecnologica può dirci semplicemente che cosa potrebbe essere ottenuto allo stato presente della nostra conoscenza scientifica. Essa non può rispondere alle questioni del come si dovrebbe produrre ed in quale quantità, e quali fra la moltitudine dei processi tecnologici disponibili dovrebbero essere scelti. Confusi dalla loro incapacità di afferrare questo problema essenziale, i sostenitori di una società pianificata credono che lo zar della produzione non sbaglierà mai nelle sue decisioni.

Nell’economia di mercato l’imprenditore ed i capitalisti non possono fare a meno di commettere seri errori perchè non conoscono né ciò di cui i consumatori hanno bisogno, né ciò che i loro concorrenti stanno facendo. Il direttore generale di uno stato socialista sarà infallibile perchè egli solo avrà potere di determinare ciò che dovrebbe essere prodotto e come, perchè nessuna azione altrui si intrometterà nei suoi piani.[4]

Il secondo errore fondamentale insito nella critica socialista dell’economia di mercato scaturisce dalla sua erronea teoria dei salari. Essa non si è resa conto che i salari sono il prezzo pagato per la prestazione dei salariati, ovvero per il contributo dei loro sforzi alla produzione dei beni in qustione o, come dice la gente, per il valore che i loro servizi aggiungono al valore dei materiali. Non importa se a tempo o a cottimo, il datore di lavoro acquista sempre la prestazione ed i servizi del lavoratore, non il suo tempo.

Non è quindi vero che in una libera economia di mercato il lavoratore non abbia particolare interesse all’esecuzione del suo compito. I socialisti sbagliano gravemente affermando che coloro i quali sono pagati ad un certo saggio, orario, giornaliero, settimanale, mensile o annuale, non sono costretti dal loro stesso interesse egoistico se lavorano in modo efficiente. Non sono gli alti ideali ed il senso del dovere a scoraggiare un lavoratore pgato secondo la durata del tempo di lavoro dalla negligenza e dall’ozio, ma argomenti molto sostanziali. Colui che lavora di più e meglio ottiene una paga più alta, e colui che desidera guadagnare di più deve aumentare la quantità e migliorare la qualità della sua prestazione.

Gli incalliti assuntori non sono così creduloni da farsi ingannare da impiegati accidiosi; non sono negligenti come quei governi che pagano salari a schiere di oziosi burocrati. Né i salariati sono così stupidi da non sapere che pigrizia ed inefficienza vengono gravemente penalizzate sul mercato del lavoro.

Sul terreno scosso della loro errata concezione della natura catallattica dei salari, gli autori socialisti hanno avanzato fantasie circa l’aumento della produttività del lavoro da attendersi dalla realizzazione dei loro piani. Sotto il capitalismo, dicono, lo zelo del lavoratore è seriamente compromesso perchè conscio del fatto che non sarà egli stesso a cogliere i frutti del proprio lavoro e che la sua fatica arricchirà semplicemente quel parassita ed ozioso sfruttatore del suo datore di lavoro. Ma sotto il socialismo ogni lavoratore saprà lavorare a vantaggio della società, della quale egli stesso è parte. Questa consapevolezza gli farà da potente incentivo a fare del suo meglio. E ne conseguirà un’enorme aumento della produttività del lavoro e quindi della ricchezza.

Tuttavia l’identificazione degli interessi di ogni lavoratore con quelli della comunità socialista è semplicemente una finzione legalistica e formalistica che non ha nulla a che fare con lo stato reale delle cose. Mentre i sacrifici che un lavoratore individuale fa nell’intensificare la sua prestazione gravano su di lui solamente, solo una frazione infinitesimale del prodotto del suo sforzo addizionale torna a suo vantaggio migliorandone il benessere. Mentre il lavoratore individuale gode completamente dei piaceri che può ottenere cedendo alla tentazione della trascuratezza e della pigrizia, il risultato di una diminuzione del dividendo sociale riduce la sua partecipazione solo in misura infinitesimale.

In siffatto modo socialista di produzione tutti gli incentivi personali che l’egoismo fornisce sotto il capitalismo sono rimossi, e viene premiata la pigrizia e la negligenza. Laddove in una società capitalistica l’egoismo incita tutti alla massima diligenza, in una società socialista essa fomenta inerzia e fiacchezza. I socialisti possono ancora fantasticare sul miracoloso cambiamento che l’avvento del socialismo produrrà nella natura umana, e sulla sostituzione di un grande altruismo all’egoismo meschino. Ma essi non devono più fantasticare sui meravigliosi effetti che l’egoismo di ogni individuo produrrà sotto il socialismo.[5]

Nessun uomo giudizioso può mancare di concludere dall’evidenza di queste considerazioni che nell’economia di mercato la produttività del lavoro è incomparabilmente più alta di quanto sarebbe stato sotto il socialismo. Tuttavia questa nozione non risolve la questione tra i sostenitori del capitalismo e quelli del socialismo da un punto di vista prasseologico, ovvero scientifico.

Un sostenitore in buona fede del socialismo, libero da bigottismo, pregiudizio e malizia, potrebbe ancora obiettare: “Può essere vero che P, reddito netto totale ottenuto in una società di mercato, sia maggiore di p, reddito totale netto ottenuto in una società socialista. Ma se il sistema socialista assegna ad ogni suo membro una porzione uguale di p (cioè p/z = d), tutti coloro il cui reddito nella società di mercato è minore di d sono favoriti dalla sostituzione del socialismo al capitalismo. E può darsi che questo gruppo includa la maggioranza degli uomini. Ad ogni modo diventa evidente che la dottrina dell’armonia degli interessi giustamente compresi di tutti i membri della società di mercato è insostenibile. C’è una classe di uomini i cui interessi sono danneggiati dall’esistenza stessa dell’economia di mercato e che si troverebbe meglio sotto il socialismo”.

I liberali oppongono l’inconsistenza di questo ragionamento. Essi credono che p rimarrà tanto al di sotto di P che d sarà più piccolo del reddito che ottengono anche coloro che guadagnano i salari più bassi nella società di mercato. Senza dubbio l’obiezione sollevata dai liberali è ben fondata. Tuttavia la loro confutazione delle pretese socialiste non è basata su considerazioni prasseologiche e quindi manca della forza dell’argomentazione apodittica ed incontestabile inerente alla dimostrazione prasseologica. Essa si basa su un giudizio di rilevanza, l’apprezzamento quantitativo della differenza tra le due grandezze P e p. Nel campo dell’azione umana tale conoscenza quantitativa è ottenuta mediante la comprensione, riguardo alla quale non può essere raggiunto pieno accordo tra gli uomini. Prasseologia, economia e catallattica non servono alla sistemazione dei dissensi concernenti le questioni quantitative.

I sostenitori del socialismo vanno oltre dicendo: “Concesso che ogni individuo sotto il socialismo si troverà peggio del più povero sotto il capitalismo. Tuttavia noi critichiamo l’economia di mercato nonostante il fatto che provveda tutti di una quantità di beni maggiore che il socialismo. Disapproviamo il capitalismo sul terreno etico, come sistema ingiusto ed amorale. Preferiamo il socialismo su una base comunemente detta non economica e prescindiamo dal fatto che esso diminuisca il benessere materiale di ognuno”.[6]

Non si può negare che questa altezzosa indifferenza riguardo il benessere materiale sia privilegio riservato agli intellettuali nella torre d’avorio, esclusi dalla realtà, ed agli anacoreti ascetici. Ma ciò che ha reso popolare il socialismo all’immensa maggioranza dei suoi sotenitori fu, al contrario, l’illusione che li avrebbe provveduti di agi maggiori rispetto al capitalismo. Ma comunque sia è ovvio che questo tipo di argomentazione in favore del socialismo non può essere intaccata dal ragionamento liberale concernente la produttività del lavoro.

Se nessun’altra obiezione potesse essere sollevata contro i piani socialisti al di fuori di quella in cui esso ridurrà il tenore di vita di tutti o almeno dell’immensa maggioranza, sarebbe impossibile alla prasseologia pronunciare in giudizio finale. Gli uomini dovrebbero decidere tra capitalismo e socialismo sulla base dei giudizi di valore e di giudizi di rilevanza. Avrebbero da scegliere tra due sistemi come scelgono tra molte altre cose. Nessuna base oggettiva potrebbe essere scoperta per rendere possibile la sistemazione della disputa in maniera da non ammettere contraddizioni e da dover essere accettata da ogni individuo normale. La libertà della scelta e della discrezione di ognuno non darebbe annientata dalla necessità inesorabile.

Tuttavia il vero stato di cose è completamente diverso. L’uomo non può scegliere tra questi due sistemi. La cooperazione umana nel sistema della divisione sociale del lavoro è possibile solo nell’economia di mercato. Il socialismo non è un sistema realizzabile di organizzazione economica della società perchè manca di qualsiasi metodo di calcolo economico. […]

Accettare questa verità non significa sminuire la consistenza e la forza di convinzione dell’argomento antisocialista derivato dalla riduzione di produttività da aspettarsi sotto il socialismo. Il peso di questa obiezione ai piani socialisti è così rilevante che nessun uomo di giudizio esiterebbe a scegliere il capitalismo. Tuttavia sarebbe ancora una scelta tra sistemi alternativi di organizzazione economica della società, preferenza data ad un sistema rispetto ad un altro.

Ma questa non è l’alternaztiva. Il socialismo non può essere realizzato perchè è al di sopra della capacità umana stabilirlo come sistema sociale. La scelta è tra capitalismo e caos.

Chi sceglie tra un bicchiere di latte ed un bicchiere di cianuro di potassio in soluzione, non sceglie tra due bevande; sceglie tra la vita e la morte. Una società che sceglie tra capitalismo e socialismo non sceglie tra due sistemi sociali; sceglie tra cooperazione sociale e la disintegrazione della società.

Il socialismo non è l’alternativa al capitalismo: è alternativa ad ogni sistema in cui gli uomini possono vivere come esseri umani. Evidenziare questo punto è compito dell’economia come è compito della biologia e della chimica insegnare che il cianuro di potassio non è un nutrimento ma un veleno mortale.

[*] traduzione di Johnny Cloaca

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Note

  1. Per interessi “giustamente compresi” potremmo dire interessi “a lungo andare”.
  2. Cfr. Bentham, “Principles of Civil Code”, in Works, I, 309.
  3. La dottrina ufficiale della chiesa romana è delineata nell’enciclica Quadragesimo Anno del papa Pio XI (1931). La dottrina cattolica anglicana è stata presentata dal defunto William Temple, arcivescovo di Canterbury, nel libro Christianity and the Social Order (Penguin Special, 1942). Rappresentativo delle idee del protestantesimo continentale europeo è il libro di Emil Brunner, Justice and the Social Order, tradotto da M. Hottinger (New York, 1945). Un documento altamente significativo è la sezione su “La Chiesa ed il Disordine della Società” del rapporto preliminare che il Congresso mondiale delle chiese raccomandava nel settembre del 1948 per un’azione appropriata alle 150 diverse denominazioni i cui delegati sono membri del Congresso. Per le idee di Nikola Berdyaew, il più eminente apologeta della ortodossia russa, cfr. i lsuo libro: The Origin of Russian Communism, London, 1937, pp. 217-218 e 225. Si sostiene spesso che una differenza essenziale tra il marxismo e gli altri partiti socialisti ed interventisti deve essere veduta nel fatto che i marxisti sono per la lotta di classe, mentre gli altri partiti considerano la lotta di classe come una conseguenza deplorevole del conflitto inconciliabile degli interessi di classe immanenti al capitalismo e vogliono superarla realizzando le riforme che essi raccomandano. Tuttavia i marxisti non sostengono né amano la lotta di classe di per sé. Per loro la lotta di classe è un bene solo perchè strumento tramite il quale le “forze produttive”, quelle forze misteriose che dirigono il corso dell’evoluzione umana, sono tenute a realizzare la società priva di “classi” in cui non ci saranno né classi né conflitti di classe. specialmente
  4. La confutazione esauriente di questa illusione è data dalla prova dell’impossibilità del calcolo economico nel socialismo. Vedi la parte quinta di questo libro, sotto.
  5. La dottrina confutata nel testo ha trovato il suo più brillante espositore in John Stuart Mill (Principles of Political Economy [People’s ed., London, 1867], pp. 126 e succesive). Tuttavia Mill è ricorso a questa dottrina semplicemente per confutare una obiezione sollevata contro il socialismo, ovvero che l’eliminazione dell’incentivo egoistico ridurrebbe la produttività del lavoro. Egli non fu così cieco da affermare che la produttività del lavoro si moltiplicherebbe sotto il socialismo. Per un’analisi ed una confutazione del ragionamento di Mill, cfr. Mises, Socialism, pp. 173-181.
  6. A questo modo di ragionare ricorrevano soprattutto molti eminenti sostenitori del socialismo cristiano. I marxisti solevano raccomandare il socialismo in base al fatto che esso moltiplicherebbe la produttività e darebbe a tutti una ricchezza materiale senza precedenti. Solo successivamente essi hanno cambiato tattica. Dichiarano che il lavoratore Russo è più felice dell’Americano nonostante il fatto che il suo tenore di vita sia molto più basso. La coscienza di vivere in un sistema sociale giusto lo compensa di gran lunga per tutte queste privazioni materiali.

link originale: http://johnnycloaca.blogspot.com/2010/11/larmonia-degli-interessi-giustamente.html

From → ECONOMIA, Mises

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