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“I politici ingordi e la Costituzione”

30 marzo 2011

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di Alessandro De Nicola

 

Con le dita nel grasso di uro

Non so se tra i lettori c’è qualche appassionato di Asterix e Obelix. I due geniali creatori della coppia di Galli, Goscinny e Uderzo, erano nazionalisti ma dotati di un senso dell’umorismo raro Oltralpe. Ammiravano la civiltà Romana benché i Romani fossero spesso dipinti come vanagloriosi od infingardi. In una di queste rappresentazioni di spassosa decadenza il governatore romano di Condate, Graccus Garovirus, intrattiene i suoi ospiti con orge di reminiscenze felliniane (Fellinus è il nome del suo pasticcere) e suscita l’entusiasmo dei suoi ospiti quando annuncia che stanno arrivando le trippe di cinghiale fritte nel grasso di uro. “Col miele??” esclama entusiasta un invitato. …

Ecco, con tutto il rispetto (per l’Antica Roma), la nostra classe politica sembra assomigliare a quel commensale che, non pago delle trippe di cinghiale, si entusiasma solo al pensiero del miele.

Se scorriamo le notizie dell’ultima settimana, infatti, c’è da rimanere mortificati. In Sicilia si è rimandato lo scioglimento dell’Ente Porto di Messina il quale, con 9 consiglieri e due dipendenti, presidia un porto inesistente che avrebbe dovuto farsi nel 1953 e non è mai stato realizzato. A Roma, intanto, si lotta sul decreto milleproroghe che avrebbe dovuto reinserire la possibilità per i comuni sopra il milione di abitanti (Roma e Milano) di avere consigli comunali di 60 membri (invece che 48) e giunte da 15 assessori invece che 12, il tutto, pare, per risolvere i problemi da manuale Cencelli del sindaco Alemanno. In questi stessi giorni è stato poi emanato il decreto che istituisce le tre Prefetture per le nuove province di Monza, Fermo e Bat (Barletta-Andria-Trani), mentre dell’abolizione delle vecchie non si parla più, così come non si riesce a promulgare il decreto attuativo per il taglio dei compensi dei sindaci, presidenti di provincia, assessori e consiglieri. E cosa ci riserva il futuro? Il disegno di legge che aumenta il numero dei sottosegretari per dare posti all’allegra combriccola che va sotto il nome di “Responsabili”.

E’ ovvio che se l’elettorato potesse votare su queste misure esse sarebbero tutte bocciate con maggioranze superiori al 95%. Basta ricordarsi il successo del referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti in tempi quando le indicazioni dei grandi partiti, DC, PCI, PSI, tutti contrari, pur contavano qualcosa. Eppure, visto che lo strumento referendario viene aggirato e, salvo rarissime eccezioni, è ormai spompato ed in più l’opinione pubblica non ha gran peso la situazione è questa. Mentre in Gran Bretagna lo scandalo degli eccessivi rimborsi spese (piccole furberie di qualche migliaio di sterline) ha decapitato i colpevoli e scosso profondamente Westminster, nel Belpaese, purtroppo, qualche titolo di giornale non smuove nessuno.

Ora, poiché i cittadini sono vessati da questo tradimento della delega perpetrato dai politici (ridotti al rango di burocrati dall’attuale sistema elettorale), bisogna pensare a dei rimedi. Viste le debolezze intrinseche di media e referendum una via possibile sembra quella costituzionale. Fu l’economista svedese Wicksell che nel 1896 per primo propose la regola dell’unanimità per le decisioni in materia di spese pubbliche e tasse. L’impostazione fu ripresa da Buchanan (e altri) il quale concluse che nelle democrazie l’unico presidio realistico per preservare i diritti economici individuali dai politici è quello costituzionale, rimuovibile con procedure laboriose e maggioranze rafforzate (“ottimali”). È la logica della nostra costituzione, che bisognerebbe quindi arricchire di contenuti, prevedendo, ad esempio, che il Parlamento possa istituire nuovi organi politici o amministrativi solo pagandoli attraverso una corrispettiva diminuzione di spese. Oppure, così come ha fatto la Germania per l’intero bilancio pubblico, inserire dei limiti percentuali di PIL insuperabili per i costi di funzionamento degli organi politici, amministrativi e costituzionali.

Il problema è che non si vede quali incentivi abbia la classe politica a imporre vincoli alla propria discrezionalità. In assenza della pozione magica che faceva resistere il piccolo villaggio gallico, a noi resta solo la forza delle idee e dell’opinione pubblica: purché si svegli però.

 

http://www.facebook.com/notes/alessandro-de-nicola/il-sole-24-ore-27-marzo-2011-i-politici-ingordi-e-la-costituzione/10150121429996687

From → ITALIA, POLITICA

One Comment
  1. pilon permalink

    Sono disgustato nel sentire i politici quando dicono che ridurre i loro benefici non servirebbe a nulla, hanno perso ogni misura, il soli togliere un’auto blu equivale alla tassazione irpef di almeno 50 operai, i voli di stato non necessari di ognuno i loro equivale al consumo di benzina di un lavoratore per tutta la vita, se penso che un pensionato a 800 euro al mese paga il tiket sulle medicine mentre loro scialacquano, vanno in pensione con una cifra tripla di un lavoratore Fiat dopo 40 anni di lavoro stressante, e soltanto dopo una legislatura conservando i benefici a vita, non mi aspetto che si vergognino, però penso che ci vorrebbe Robin Hood.

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