Skip to content

Il mito della disoccupazione tecnologica

27 marzo 2011
Il mondo dell’economia amatoriale, e dunque anche dell’economia di cui si parla nei media, è pieno di miti infondati, che vanno dall’errore fattuale  (“i profitti di signoraggio vanno alle banche private”: nella realtà vanno al Tesoro) alla fallacia teorica (“la Cina produrrà tutto e noi importeremo tutto”: in realtà si può comprare solo se si produce qualcosa da vendere in cambio). Uno di questi miti è la disoccupazione tecnologica.
Secondo questa teoria, l’invenzione dell’aratro ha creato un enorme disoccupazione tra i cacciatori-raccoglitori, e l’invenzione della ruota ha gettato sul lastrico i facchini. Questo esercito di disoccupati è tuttora tra noi a fare la fame per colpa della tecnologia, o forse il problema si è risolto perché si sono estinti attraverso un processo darwiniano. …
A parte gli scherzi, occorre ricordare una cosa fondamentale: all’equilibrio sono i prezzi a garantire l’uguaglianza tra domanda e offerta, e dunque non esiste nessuna disoccupazione tecnologica nel lungo termine perché la tecnologia non ha nulla a che fare con la disoccupazione. Se c’è più domanda che offerta, i prezzi salgono, se c’è più offerta che domanda, i prezzi scendono: non serve sapere nulla su come siano fatte queste curve (a patto che non siano entrambe inelastiche), né come viene prodotta la merce offerta, né perché i consumatori la richiedono. Il ragionamento di cui sopra vale indipendentemente dalla tecnologia e dalle preferenze dei consumatori: l’insieme delle ipotesi sufficiente ad ottenere il risultato non dipende da questi dettagli.
Se gli allevatori di cavalli vedono il loro mercato comprimersi per via dell’invenzione delle automobili, molti di loro diventeranno disoccupati nel breve termine, ma poi, trovato lavoro come operai nell’industria automobilistica, rientrerebbero nel mondo del lavoro, magari dopo qualche mese di disoccupazione.
Questo punto è ovvio: un problema più complesso si ha quando la tecnologia sostituisce lavoratori coi macchinari. In questo caso, si dice, dove vanno a finire i lavoratori in eccesso, visto che non c’è più domanda per i loro servizi?
Il corretto ragionamento è che dopo l’introduzione dell’automazione ci sarà un eccesso di offerta di lavoro rispetto alla domanda: questo genererà, a parità di condizioni, una riduzione dei salari, e questa riduzione produrrà un aumento della domanda di lavoro che assorbirà, da qualche parte nel sistema economico, l’eccesso di offerta.
E non è finita qui, altrimenti l’innovazione farebbe ridurre i salari, cosa del tutto inverosimile. Dato che l’automazione ridurrà il prezzo delle automobili, i consumatori risparmieranno sull’acquisto delle automobili e spenderanno più risorse ad esempio in viaggi, e ci sarà un aumento della domanda di lavoro nel settore turistico.
Complessivamente l’innovazione aumenta la produttività, e dunque aumenta i beni prodotti con cui vengono ripagati i fattori produttivi: di norma dunque aumenta anche i salari. Ovviamente, i salari nei mercati che stanno chiudendo non saliranno, e lì l’occupazione tenderà a diminuire.
Esiste un’altra obiezione, più tecnica, ma altrettanto erronea. L’obiezione a volte è che questi lavoratori non hanno dove andare perché l’industria è ormai automatizzata: sono superflui, non possono essere riassorbiti altrove. Bisogna però ricordare che l’adozione dell’automazione non è indipendente dal livello dei salari.
Assumiamo per assurdo che un certo numero di lavoratori venga sostituito da macchine, e non venga riassorbito da nessuna parte. Questo eccesso strutturale di offerta produrrà una riduzione dei salari. La riduzione dei salari ridurrà però la convenienza di introdurre le macchine, quindi renderà meno conveniente l’automazione. In sostanza, non è conveniente automatizzare se la riduzione dei salari rende più economico usare meno macchinari e più lavoro.
Ragioniamo al limite: se l’eccesso di offerta di lavoro portasse i salari a zero, il costo del lavoro si annullerebbe, e allora le produzioni ad alta intensità di lavoro diventerebbero estremamente convenienti rispetto a quelle ad alta intensità di capitale. Per quale motivo automatizzare, del resto, se non occorre più economizzare sul lavoro, essendo diventato gratuito?
Insomma: l’innovazione non produce disoccupazione, tranne di norma nel breve termine. La disoccupazione tecnologica non esiste. Al più può esistere la distruzione di capitale umano specifico, che è un altro discorso.
da Ventinove settembre

link: http://2909.splinder.com/post/24219156

From → ECONOMIA, POLITICA

One Comment
  1. In sostanza se aumenta l’automazione scompare il LAVORO RETRIBUITO generando quindi il ritorno dello SCHIAVISMO. Una persona per competere con i macchinari deve COSTARE come i macchinari ( cioè avere un costo al di sotto della sua NECESSITA’ di SOPRAVVIVENZA. Es. un macchinario COSTA all’azienda 10 e produce 50 ( guadagno 40 ) quindi un operaio ( che normalmente costerebbe 30 ) per permettere un guadagno di 40 o superiore ( è difficile se non IMPOSSIBILE che un uomo lavori quanto una macchina ) deve PRODURRE 50 o più e prendere 10 o meno, quindi praticamente deve LAVORARE GRATIS=SCHIAVO. Se l’AUTOMAZIONE TOTALE del lavoro è un BENE ( per gli operai ) io sono Babbo Natale.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: