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La tragedia dei beni pubblici

26 marzo 2011

 

di Giorgio Bianco*


La tragedia dei beni comuni si sviluppa in questo modo. Immaginate un pascolo aperto a tutti. E’ verosimile immaginare che ciascun pastore cercherà di appropriarsi di quanti più bovini gli è possibile tra quelli disponibili sul terreno comune. Una tale disposizione può funzionare in modo ragionevolmente soddisfacente per secoli, giacché guerre tribali, caccia e malattie mantengono il numero tanto degli animali quanto degli esseri umani al di sotto delle capacità di carico del territorio. Alla fine, però, la logica intrinseca ai beni comuni inesorabilmente genera la tragedia. Come essere razionale, ciascun pastore cerca di massimizzare il proprio guadagno. Esplicitamente o implicitamente, più o meno coscientemente, egli si domanda: “Qual è per me l’utilità di aggiungere un animale al mio gregge”? Questo tornaconto ha un aspetto negativo e uno positivo.

 

1 – La componente positiva è in funzione dell’incremento di un animale. Dal momento che il pastore riceve tutti i profitti dalla vendita dell’animale aggiuntivo, l’utilità positiva è di circa + 1.

 

2 –  La componente negativa è una conseguenza del consumo aggiuntivo di pascolo generato dall’animale in più. Ma, dal momento che gli effetti del consumo aggiuntivo sono suddivisi tra tutti i pastori, l’effetto negativo della decisione di ciascun pastore è solo una frazione di – 1.

 

Facendo una somma delle utilità parziali, il pastore razionale conclude che la decisione sensata, per lui, è quella di aggiungere un altro animale al proprio gregge. E un altro… Ma questa è la conclusione raggiunta da ciascuno dei ragionevoli pastori che condividono un terreno comune. Qui sta la tragedia. Ogni uomo è intrappolato in un sistema che gli impone di accrescere il suo gregge senza limiti – in un mondo che è limitato. La rovina è la destinazione verso cui ciascun uomo è destinato a precipitare, sebbene ciascuno perseguendo il proprio interesse, in una società che crede nella libertà dei beni comuni. Il libero accesso ai beni comuni è causa di rovina per tutti[1].

 

In definitiva, secondo Hardin, in assenza di reali ed efficaci restrizioni al consumo di una risorsa, quali possono essere garantite unicamente da una chiara definizione dei diritti di proprietà, essa sarà inevitabilmente sottoposta a sovrasfruttamento, dal momento che: 1) i benefici dell’abuso della risorsa sono raccolti unicamente dal fruitore individuale, mentre i costi sono dispersi fra tutti gli utilizzatori; 2) coloro che volontariamente limitano il loro utilizzo delle risorse in un territorio comune e aperto a tutti sopportano tutti i costi della conservazione ma non ne hanno alcun vantaggio; 3) ciascun individuo ha un incentivo netto a prendersi quanto più possibile di una risorsa, prima che altri se ne approprino.

 

Questo è precisamente quanto è avvenuto in Africa, dove l’aver sottratto le risorse africane ai loro legittimi proprietari ha distrutto l’originario sistema dei diritti di proprietà, e, con esso, ogni incentivo a conservarle. Il risultato, inevitabile, è stato il sistematico sovrasfruttamento delle risorse collettivizzate.

 

*Tratto da “Elefanti al guinzaglio” (Leonardo Facco Editore)

 



link: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12789:la-tragedia-dei-beni-comuni&catid=1:latest-news#yvComment12789

From → ECONOMIA

One Comment
  1. I miti, soprattutto quando poggiano su concetti inventati dallo stato come la divisione pubblico-privato, sono duri a morire. Nella realtà storica, i beni comuni erano sotto il controllo di una piccola comunità che non permetteva lo sfruttamento eccessivo da parte di chicchessia. Inoltre, sempre facendo riferimento alla storia, si ha il caso di proprietà cosiddette private che sono state talmente sfruttate o mal gestite da renderle improduttive. Per una analisi del tema posso solo rimandare a questo testo: Dal territorialismo chiuso allo spazialismo aperto (http://www.polyarchy.org/paradigm/italiano/spazialismo.html)

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