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Il Sole, protezionista 24 ore al giorno

26 marzo 2011

 

di Matteo Corsini

“Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sta lavorando per le imprese strategiche a un provvedimento antiscalata sul tipo della legge che il governo francese guidato da De Villepin adottò nel 2005 per bloccare il takeover di Danone da parte della Pepsi. Provvedimenti analoghi sono del resto allo studio anche in Inghilterra, dove la scalata alla Cadbury ha tolto alla “corona” uno degli ultimi campioni dell’industria alimentare nazionale, e sono da tempo in atto negli Stati Uniti, dove è praticamente impossibile scalare una società telefonica, un’azienda della difesa, una compagnia aerea e persino un gestore aeroportuale senza la previa autorizzazione del Parlamento… Del resto, la globalizzazione e la campagna di acquisizioni lanciata in Europa e negli Stati Uniti dai fondi sovrani arabi e dai colossi industriali asiatici ha trasformato il sistema industriale occidentale – soprattutto settori strategici come energia, telecomunicazioni, difesa, trasporti e infrastrutture – in una sorta di supermercato delle migliori imprese. Insomma, politiche che solo dieci anni fa sarebbero state tacciate di protezionismo sono ora considerate anche dai liberisti più convinti come una legittima forma di intervento volto a mantenere alta l’attenzione sul proprio territorio. Una prassi che mira a scongiurare le scorribande di chiunque e che riafferma il principio dell’intervento pubblico sull’economia… o si definisce cosa è strategico e lo si tutela con lo scudo dell’interesse nazionale, come han fatto da sempre gli Usa e la Francia di De Villepin, o per i nostri imprenditori sarà sempre più difficile resistere all’attacco delle imprese straniere, non solo asiatiche ma anche europee… È in questo contesto difficile e complesso che si inserisce ora la decisione del governo di definire i settori strategici dell’industria italiana e le misure necessarie per difenderli. A far scattare l’urgenza sembra essere stato il prospettato takeover francese della Parmalat, che certamente non è il tipico esempio di azienda strategica per un paese a capitalismo avanzato. Ma poco importa: è già un successo il fatto che si torni a parlare di imprese strategiche come un valore nazionale.” (A. Plateroti)

Le frasi che ho riportato sono estratte da un editoriale pubblicato “Sole 24 Ore”, giornale di Confindustria. In pillole, il ragionamento di Plateroti è questo: gli altri Paesi “proteggono” le imprese ritenute strategiche da scalate provenienti da soggetti di nazionalità estera; la globalizzazione ha trasformato il sistema industriale occidentale “in una sorta di supermercato delle migliori imprese”; quindi il governo fa bene a introdurre norme protezionistiche.

 

Non c’è granché di cui stupirsi di come vanno le cose: solo chi è sciocco o in malafede può ancora andare in giro dicendo che nel mondo le cose vanno male per via di un eccesso di libero mercato. Ormai non sono più liberi neppure i mercati rionali, figuriamoci quelli internazionali. Pare ancora di sentire i proclami dei vari leader e i comunicati degli innumerevoli G-n, tutti contro il protezionismo come risposta alla crisi. Poi, dette queste frasi di circostanza, ognuno se ne tornava a casa a svalutare la propria moneta o a introdurre ostacoli alla circolazione della proprietà di questa o quella società.

 

E’ chiaro che c’è sempre chi fa la prima mossa, ma con la scusa del “così fan tutti” si fa presto a rinnegare coi fatti la retorica sostenuta nelle sedi internazionali. Il tema è certamente complesso, soprattutto con riferimento ai fondi sovrani arabi, che non sono certo espressione del libero mercato. Ma la chiusura e il protezionismo si trasformeranno presto o tardi in boomerang.

 

D’altra parte, adesso l’allarme è salito perché Bulgari è stata acquisita da LVMH e su Parmalat c’è l’interesse di Lactalis. E allora via con i provvedimenti governativi e con gli interventi “di sistema” dei soliti noti.

 

Verrebbe da chiedere, a chi ora si lamenta per l’invasione dello straniero, per quale motivo nessun componente della tribù imprenditoriale italiana aderente a Confindustria abbia preso l’iniziativa prima, se quelle aziende avevano davvero così tanto valore inespresso nei prezzi di borsa.

 

A pensare male si direbbe che, come sempre, nessuno fosse disposto a cacciare i quattrini per comprare azioni. I pezzi grossi dell’industria italiana sono abituati a controllare le società con complicati patti parasociali, la cui caratteristica fondamentale è consentire un controllo congiunto con esborsi di denaro infinitesimali. All’equity costoro hanno sempre preferito il credito bancario a basso costo. E le banche a costoro non hanno mai fatto mancare nulla, magari scaricando l’ineconomicità su queste operazioni sulla clientela meno “importante”.

 

Per carità, non è obbligo di nessuno investire denaro nel capitale di questa o quella società, ma poi non ci si lamenti se vuole farlo qualcun altro, i cui investimenti sono considerati inaccettabili solo per questioni di nazionalità (o nazionalismo).

 

Prendiamo Pamalat, che parrebbe essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso: dopo il default del 2003, la società è tornata in borsa nell’ottobre del 2005, con i creditori che erano diventati azionisti. Da allora la società ha fatto cassa grazie a ingenti risarcimenti derivanti da cause legali relative alla precedente gestione. Le notizie erano note a tutti, non solo a Lactalis. Le azioni potevano essere acquistate in borsa. Ma si è preferito aspettare per poi invocare il protezionismo governativo su un’azienda “strategica”.

 

E dal giornale di Confindustria si sostiene che “è già un successo il fatto che si torni a parlare di imprese strategiche come un valore nazionale”.

 

Alla faccia del mercato.

 

link: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=13490:il-sole-protezionista-24-ore-al-giorno&catid=1:latest-news

From → ITALIA

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