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La Politica della Deflazione

23 marzo 2011

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di Vijay Boyapati

La ragione per cui gli establishment politici sono sempre stati prevenuti nei confronti della deflazione monetaria[1] può essere ritrovata nel modo in cui il trasferimento della ricchezza avviene in ambienti inflazionistici e deflazionistici. … Durante un’espansione del credito inflazionistica, la ricchezza è in generale trasferita dalle persone ai primi riceventi del denaro da poco creato. In pratica i primi riceventi sono gruppi d’interesse con forti connessioni politiche nello Stato ed, in particolare, nelle istituzioni statali che controllano la politica monetaria (per esempio, la Federal Reserve negli Stati Uniti). Il trasferimento della ricchezza che ha luogo durante l’inflazione è nascosto ed ampiamente non riconosciuto dalla maggior parte della popolazione. La popolazione è ignara che l’offerta di denaro sta aumentando ed il relativo aumento dei prezzi, apparentemente benefico all’economia, inizialmente:

«produce [un] generale stato di euforia, un falso senso di benessere, in cui ognuno pare prosperare. Coloro che senza inflazione avrebbero riscosso alti profitti ne riscuotono di più alti. Coloro che avrebbero riscosso profitti normali ne riscuotono inaspettatamente di alti. E non solo imprese che erano quasi in bancarotta ma perfino alcune che avrebbero dovuto fallire sono mantenute a galla dal boom inaspettato. C’è un eccesso generale della domanda sull’offerta — tutto è vendibile e tutti possono continuare a fare ciò che stavano facendo.»[2]

In un ambiente inflazionistico, il trasferimento della ricchezza procede insidiosamente ed è mascherato da una prosperità percepita. Lo smascheramento avviene alla fine del boom del credito quando prende piede la tendenza del mercato a ripulire le precedenti perdite. Le imprese fallite sono liquidate ed il loro capitale è trasferito, di solito attraverso la bancarotta, ai creditori che devono riconoscere le perdite per questi investimenti incauti. Emerge la disoccupazione e l’agitazione sociale rimpiazza il precedente senso di euforia che scortava il boom del credito. Il professor Hülsmann riassume le differenze tra i trasferimenti della ricchezza che avvengono sotto l’inflazione e sotto la deflazione come:

«In breve, il vero punto cruciale della deflazione è che non nasconde la redistribuzione che va di pari passo con i cambiamenti nella quantità di denaro. Comporta miseria visibile per molte persone, a beneficio di altrettanti vincitori visibili. Ciò contrasta apertamente con l’inflazione, che crea vincitori anonimi a spese di perdenti anonimi. […] [L’inflazione] è un imbroglio segreto e quindi il veicolo perfetto per lo sfruttamento di una popolazione attraverso la sua (falsa) élite, mentre la deflazione vuol dire redistribuzione aperta tramite la bancarotta secondo la legge.»[3]

E qui c’è la risposta al perchè lo Stato preferisce una politica di inflazione controllata. Solo in un ambiente inflazionistico la generosità dello Stato può essere conferita a coloro ben introdotti politicamente senza scatenare l’ira pubblica. Gli ampi e visibili trasferimenti di proprietà tramite la bancarotta che devono avere luogo durante una deflazione sono spesso politicamente destabilizzanti e quindi altamente sgradevoli a qualsiasi governo. Un senso di ingiustizia cresce dentro la popolazione mentre le banche sono salvate dalla follia dei loro incauti investimenti con salvataggi finanziati dai contribuenti, mentre i debitori senza alcun aggancio politico vedono le loro proprietà confiscate nella bancarotta.

 

Deflazione ed Agitazione Sociale

Il senso di indiganzione pubblica a volte divampa in atti di violenza e rivolte contro l’establishment — un fatto citato frequentemente nella storia come una giustificazione per impedire alla deflazione di completare il suo corso. Nel 1931 Lord Keynes prese parte alla relazione Macmillan per il governo inglese, che avvertiva che una riduzione nei salari risultante da una deflazione non ostacolata “avrebbe potuto produrre caos sociale”.[4] Il 7 gennaio 1811 l’economista Mathew Carey pubblicò una serie di lettere che aveva inviato al membro del Congresso Adam Seybert che avvertivano che il mancato rinnovo dell’atto istitutivo della Banca degli Stati Uniti, e la risultante distruzione del credito, avrebbe prodotto “un terribile scenario di distruzione, le conseguenze o la conclusione del quale sfuggono al potere del calcolo”.[5] L’allarmismo e l’agitazione del passato trova eco negli avvertimenti che sono seguiti al bust immobiliare ed alla recessione globale del 2008. Per esempio, l’amministratore delegato del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, ha avvertito che l’aumento della disoccupazione in seguito al bust immobiliare statunitense avrebbe potuto causare “un’esplosione di agitazione sociale”.[6] Dovremmo Aspettarci che un Elicottero Sganci Denaro? Le spaventose conseguenze socio-politiche attribuite ad una deflazione incondizionata suggeriscono superficialmente che la Federal Reserve farebbe tutto ciò in suo potere per forzare la ripresa con una espansione del credito. Per esempio, fu una analisi politica che portò l’economista Austriaco Peter Schiff a concludere che una iperinflazione potrebbe essere all’orizzonte:

«Se la FED sgancia abbastanza denaro dall’elicottero invertirà infine la diminuzione nominale nei prezzi degli asset. Sfortunatamente questa strada conduce all’iperinflazione ed al disastro. […] Il grande problema politico è che l’iperinflazione potrebbe superficialmente apparire come il minore dei mali. Se ai prezzi degli asset è permesso di collassare, la proprietà di quegli asset sarà passata ai nostri creditori. Se invece noi ripaghiamo i nostri debiti con una valuta svalutata, tratteniamo la proprietà dei nostri asset e trasferiamo le perdite ai nostri creditori. Dal momento che i debitori americani possono votare nelle elezioni degli Stati Uniti ed i creditori stranieri non possono, la scelta sembra ovvia.»

Schiff erra nella sua analisi quando indica che la politica monetaria degli Stati Uniti è diretta dal meccanismo democratico di voto; non lo è. La Federal Reserve è un’istituzione indipendente e quasi privata dentro lo Stato, ed è teoricamente supervisionata dal Congresso. In pratica, comunque, la FED dirige l’introduzione delle leggi riguardanti la politica monetaria piuttosto che essere diretta.[7]

 

L’Importanza del Chi Controlla la Politica Monetaria

Per chiarire l’importanza del chi controlla la politica monetaria, sarà utile definire due classi che operano dentro l’istituzione statale: c’è la classe di persone il cui potere deriva dal mandato popolare, che chiameremo classe politica. Negli Stati Uniti la classe politica include membri del Congresso, il presidente e le persone assegnate alla branca esecutiva del governo degli Stati Uniti. C’è anche una classe di persone i cui interessi sono allineati con questi e il cui elettorato è l’industria bancaria, che chiameremo classe bancaria. Negli Stati Uniti questa è la Federal Reserve. E’ stato affermato che non importa quale classe controlli la politica monetaria. Nel suo libro di teso ampiamente usato, Economics, Paul Samuelson dichiara quasi con una ingenuità bambinesca che “qualora un qualsiasi conflitto si sollevi [nella Federal Reserve] tra conseguire un profitto e promuovere il pubblico interesse, essa agisce risolutamente nell’interesse pubblico”.[8] Il ridicolo concetto che un’istituzione a cui è concesso un monopolio per la contraffazione del denaro possa mai agire nell’interesse pubblico non assicura sorveglianza secondo un’analisi Austriaca. Tuttavia una domanda più specifica, se la politica monetaria controllata dalla classe bancaria è indistinguibile da una politica monetaria controllata dalla classe politica, è di cruciale importanza per l’imbastimento di un discorso inflazione contro deflazione. In What Has Government Done to Our Money, Murray Rothbard sostiene:

«I Continental americani, i Greenback, le banconote confederate del periodo della Guerra Civile e gli assignat francesi, erano tutte valute create dal nulla emesse dal Tesoro. Ma che sia il Tesoro o la Banca Centrale, l’effetto dell’emissione dal nulla è lo stesso: lo standard monetario è ora alla mercee del governo.»[9]

In altre parole Rothbard sostiene che non ha importanza se la classe politica o la classe bancaria controlla la politica moentaria. Tuttavia Rothbard indebolisce il suo stesso discorso riconoscendo che in tutti gli esempi citati di iperinflazione la politica monetaria era controllata dal Tesoro — per esempio, dalla classe politica. Inoltre tracciando le origini della Federal Reserve Rothbard rivela la differenza tra le ideologie monetarie della classe bancaria, che spingeva per la creazione di una banca centrale, ed i populisti dell’epoca:

«I Morgan erano fermamente opposti al Bryanismo, che non solo era populista ed inflazionista, ma anche contrario alla banca di Wall Street; i Bryaniti, molto simili ai populisti di oggi, preferivano l’inflazionismo del Congresso al più subdolo, e più privilegiato, assortimento controllato dalle grandi banche.»[10]

La differenza chiave tra la motivazione della classe bancaria e la classe politica, che è accennata da Rothbard, è che la prima preferisce una politica monetaria che permetta a loro di trarre profitto dall’attività economica della popolazione in un modo subdolo ed insidioso. Una politica di aperta inflazione condotta dalla classe politica è la via per l’iperinflazione, lo sfacelo della divisione del lavoro e la distruzione del sistema monetario stesso. Diversamente dalla classe politica, la classe bancaria è abbastanza astuta da riconoscere le politiche che porteranno all’inflazione di massa ed alla morte del sistema monetario da cui trae profitto come un parassita. Una chiara illustrazione delle differenti motivazioni delle due classi può essere trovata nella storia dell’iperinflazione della Repubblica di Weimar.

 

L’Iperinflazione di Weimar: La Classe Bancaria contro la Classe Politica

La Reichsbank della Germania fu costituita nel 1876 e dal suo avvio fu direttamente controllata dal cancelliere della nazione.[11] L’importanza del controllo da parte della classe politica sulla politica monetaria divenne chiara nel 1914, “quando la Germania mollò il gold standard allo scoppio della Prima Guerra Mondiale”, al che il “governo chiese di essere finanziato dalla Reichsbank, praticamente un prestatore di ultima istanza illimitato, prima per le spese belliche e poi per le spese post-belliche”.[12] Il drenaggio di capitale per finanziare le riparazioni richieste dagli Alleati nel trattato di pace punitivo di Versailles resero politicamente irrealizzabile per lo Stato tedesco finanziare se stesso attraverso la tassazione. Invece lo Stato si rivolse alla stampante per coprire la diminuzione delle entrate,[13] portando ad un massiccio aumento dei prezzi e la famosa iperinflazione della Repubblica di Weimar. Il 16 maggio 1922 alla Reichsbank fu garantita teoricamente l’autonomia a condizione che gli Alleati garantissero una moratoria sulle riparazioni. Tuttavia la Reichsbank rimase sotto la direzione del suo presidente, Rudolph Havenstein, che fu nominato quando la banca centrale era ancora controllata dal cancelliere. Una lettera dal Reichsbankdirektorium al ministero delle finanze mostra che fino alla fine del 23 agosto 1923, negli ultimi mesi dell’iperinflazione, la Reichsbank ancora era legata alla classe politica dello Stato tedesco. La lettera diceva che nonostante l’imminente distruzione della valuta tedesca la banca non poteva “essere sorda alla convinzione che fossero implicate le necessità dello Stato e dovevano essere soddisfatte”.[14] Fu solo la nomina di Hjalmar Schacht, “il quale godeva del pieno sostegno del mondo finanziario internazionale”, che arrestò l’iperinflazione di Weimar. Schacht, che era un prodotto della classe bancaria, fu infine in grado di affermare l’indipendenza della Reichsbank dalla classe politica. Secondo lo storico d’economia tedesco Carl-Ludwig Holtfrerich, la “Reichsbank sotto Schacht è stata anche chiamata un Nebenregierung, un governo supplementare, a causa del suo successo nell’imporre la propria volontà sul governo regolare e sui suoi legislatori, creando perciò una situazione di Stato dentro lo Stato”.[15] La Deflazione del Giappone In luce dell’esempio storico dell’iperinflazione di Weimar e di come le azioni delle due classi hanno modellato il suo inizio ed epilogo, possiamo rivolgerci con un nuovo bagaglio di sapere al caso del Giappone durante gli anni novanta. Per almeno due decenni dopo il collasso della sua bolla sugli asset nel 1991, il Giappone ha sofferto di una crescita stagnante ed ha sperimentato una crescita bassa o negativa nell’aggregato di prezzi. Mentre la Banca del Giappone teoricamente aveva potere per creare abbastanza denaro per forzare la ripresa con una espansione del credito inflazionistica, come ogni banca centrale fà, non seguì questo sentiero. Osservando che la Banca del Giappone aveva gli stessi strumenti a sua disposizione come la Federal Reserve, Ben Bernanke, allora un professore di Princeton, suggerì che “il problema della deflazione in Giappone è reale e serio; ma, secondo il mio punto di vista, la coercizione politica, piuttosto che una mancanza di strumenti politici, spiega il perchè la sua deflazione è persistita per tutto questo tempo”.[16] Infatti l’avversione a monetizzare abbastanza debito per stimolare una ripresa con una espanzione del credito, può essere spiegata dalla classe bancaria che manteneva un controllo sulle politiche monetarie in Giappone. La differenza nelle motivazioni della classe bancaria e della classe politica, ed il fatto che la classe bancaria mantiene il controllo sulle politiche monetarie, è illustrata dal rifiuto del capo della Banca del Giappone di aderire alla richiesta del primo ministro giapponese di impiegare un massiccio stimolo monetario per svalutare lo Yen:

«A Mr. Kan [il primo ministro] piacerebbe vedere una ripetizione di una azione da “colpisci e terrorizza” ma ha fallito nel convincere Mr. Shirakawa [il direttore della banca] che ne valga la pena. I funzionari della Banca temono che un’esplosione monetaria potrebbe disturbare un equilibrio fragile, portando un’attenzione indesiderata sui debiti del Giappone. Terrorizzata dalle memorie dell’iperinflazione del Giappone, la banca si sta muovendo cautamente.»[17]


Bernanke, il Guerriero della Deflazione

Molto è stato fatto col criticismo del presidente Ben Bernanke sulla risposta del Giappone alla deflazione di cui ha sofferto dopo la propria bolla immobiliare. L’ampia relazione accademica di Bernanke sui pericoli della deflazione è stata presa come prova che egli “non permetterà [all’economia degli Stati Uniti] di finire in deflazione”.[18] Inoltre molti economisti Austriaci hanno preso le riflessioni di Bernnake su un teorico elicottero che sgancia soldi per stimolare l’inflazione come un inquietante avvertimento che l’inflazione di massa sarà probabilmente la via strategica scelta dalla Federal Reserve. Tuttavia sarebbe fuorviante fondere le credenze e le motivazioni di Ben Bernanke come accademico con le azioni di Ben Bernanke come presidente della Federal Reserve. Per esempio il presidente precedente a Bernanke, Alan Greenspan, scrisse incisivamente sul bisogno di un gold standard, spiegando che “[in] assenza del gold standard, è impossibile proteggere i risparmi dalla confisca attraverso l’inflazione”.[19] Si potrebbe concludere che da questo suo desiderio personale per un gold standard Greenspan avrebbe usato la sua influenza come presidente della Federal Reserve per spingere verso questo fine. Tuttavia niente del genere è accaduto. In una deposizione davanti il Congresso ha confessato:

«Sono una di quelle rare persone che ha ancora qualche visione nostalgica del vecchio gold standard, come sapete, ma vi devo dire che sono in una piccola minoranza tra i miei colleghi su questo argomento.»[20]

L’ammissione di Greenspan suggerisce che la struttura istituzionale della Federal Reserve è probabilmente molto più significativa nella determinazione della politica monetaria rispetto alla dottrina economica esposta dal suo presidente. Detto ciò la Federal Reserve fu creata da e a beneficio della classe bancaria,[21] è improbabile perseguire una politica che sarebbe dannosa a quella classe. E’ inoltre improbabile che la Federal Reserve monetizzerà abbastanza debito per insabbiare completamente le perdite causate durante il boom immobiliare. Poichè, come Ludwig von Mises spiegò:

«Non c’è alcun mezzo per evitare il collasso finanziario di un boom causato dall’espansione del credito. L’alternativa è solo se la crisi debba arrivare più presto come risultato di un abbandono volontario dell’ulteriore espansione del credito, o più tardi come una catastrofe totale e finale del sistema valutario coinvolto.»

 

Conclusione

Mentre la Federal Reserve ha in teoria il potere di forzare una ripresa con l’espansione del credito monetizzando abbastanza debito pubblico affinchè le perdite dal bust immobiliare siano spazzate via, è improbabile che agisca così. La FED è stata creata a beneficio della classe bancaria e mentre rimane sotto il controllo della suddetta classe non perseguirà una politica che porterebbe ad un crollo del sistema monetario da cui la classe bancaria trae profitto. Tuttavia la FED è improbabile che permetterà ad una deflazione incondizionata di esprimere tutto il suo corso, dato il rischio di agitazione politica che potrebbe sorgere. Perciò il corso delle azioni che la FED molto probabilmente seguirà è quello di mantenere il mercato dei mutui, in cui la maggior parte delle perdite è concentrata, in una sorta di stasi dove le perdite sono raggiunte lentemente nel tempo. Tale strategia, che potrebbe essere benissimo chiamata “deflazione controllata”, porterebbe ad un periodo prolungato di alta disoccupazione e lenta crescita, poichè il capitale è riallocato solo lentamente per soddisfare le preferenze del consumatore. Inoltre l’insufficiente o la quasi sufficiente creazione di nuovo credito per compensare il debito da restituire — o non restituire — causerebbe una bassa crescita nell’aggregato dei prezzi; infatti questi prezzi potrebbero occasionalmente divenire negativi. Finchè le perdite del boom immobiliare non saranno pienamente ripulite — per cui potrebbero volerci anni sotto una politica di deflazione controllata — dovremmo aspettarci una espansione inflazionistica del credito ed un significativo aumento dei prezzi.

 

[*] traduzione di Johnny Cloaca

link: http://johnnycloaca.blogspot.com/2011/02/la-politica-della-deflazione.html [**] Link all’articolo originale ____________________________________________________________________

Note

  1. Mises, L. Human Action. p. 573: “L’opinione pubblica è sempre stata prevenuta nei confronti dei creditori. Identifica i creditori con il ricco ozioso ed i debitori con il povero laborioso. Aborre i primi come crudeli sfruttatori e prova pietà per i secondi come innocenti vittime dell’oppressione. Considera l’azione del governo progettata a ridurre le pretese dei creditori come misura estremamente benefica alla stragrande maggioranza a spese di una piccola minoranza di cinici usurai”.
  2. Hayek, F.A. “Can We Still Avoid Inflation?” Lettura alla Foundation for Economic Education a Tarrytown, New York, il 18 maggio 1970.
  3. Hülsmann, J.G. Deflation and Liberty. p. 27.
  4. Keynes, J.M. et al. Macmillan Report. 1931. p. 195.
  5. Carey, M. Letters to Dr Adam Seybert, Representative in Congress for the City of Philadelphia, on the Subject of the Renewal of the Charter of the Bank of the United States. Seconda Edizione, 7 gennaio 1811.
  6. Pritchard. A.E. “IMF Fears ‘Social Explosion’ From World Jobs Crisis“. 13 settembre 2010.
  7. Come Liaquat Ahmed ha acutamente osservato “senatori e membri del Congresso raramente sono abbastanza informati per ricoprire il ruolo di sollecitatori persuasivi per cambiamenti nelle politiche monetarie”. Lords of Finance, Penguin Press, 2009, p. 278.
  8. Economics, p. 495.
  9. Rothbard, M. What Has Government Done To Our Money? P. 77.
  10. Rothbard, M. “Origins of the Federal Reserve.” Quarterly Journal of Austrian Economics, Vol. 2, No. 3 (autunno 1999), pp. 3–51.[Scarica il PDF]
  11. La Commissione Monetaria degli Stati Uniti. The Reichsbank 1876–1900. Government Printing Office, Washington, 1910. p. 42.
  12. Holtfrerich, C.-L. “Monetary Policy in Germany Since 1948: National Tradition, International Best Practice or Ideology?” In Central Banks as Economic Institutions, pubblicato da Jean-Philippe Touffut, 2008. p. 24.
  13. Holtfrerich spiega la preferenza della classe politica di finanziare l’operazione dello Stato usando la stampante piuttosto che la tassazione; da una citazione del 1919 di un direttore della banca di Amburgo, Friedrich Bendixen:

    «Lo stesso cittadino che reagirebbe all’estorsione tributaria su questa scala con lamentele di vittimismo nelle mani di autorità ostili alla proprietà accetterà il raddoppiamento dei prezzi con riluttanza se gli fosse risparmiata una tassa, anche se la politica monetaria del governo sia palesemente da biasimare. Solo nella tassazione le persone percepiscono le incursioni arbitrarie dello Stato; il movimento dei prezzi, dall’altra parte, a volte sembra loro che sia il risultato delle sordide macchinazioni dei commercianti, più spesso una distribuzione che, come il gelo e la grandine, l’umanità deve semplicemente accettare. L’opportunità dello statalista giace nell’apprezzare questa disposizione mentale.»

  14. Holtfrerich, C.-L. The German Hyperinflation 1914–1923: Causes and Effects. 1986. pp. 168-169.
  15. Monetary Policy in Germany Since 1948: National Tradition, International Best Practice or Ideology?” p. 24.
  16. Bernanke, B. “Deflation: Making Sure ‘It’ Doesn’t Happen Here“. Discorso davanti il National Economists Club, Washington DC, 21 novembre 2002.
  17. Pritchard. A.E. “Japan Renews QE as Recovery Falters“. 30 agosto 2010.
  18. Lynch, D.J. “Bernanke May Discuss New Techniques to Revive Economy“. USA Today, 26 agosto 2010.
  19. Greenspan, A. “Gold and Economic Freedom.” In Capitalism: The Unknown Ideal. Signet, 15 luglio 1986. p. 107.
  20. Udienza davanti la Commissione della Camera degli Stati Uniti sui Servizi Finanziari, 22 luglio 1998.
  21. Rothbard, M. “Origins of the Federal Reserve.” Quarterly Journal of Austrian Economics 2, no. 3 (autunno 1999), pp. 3–51:

    «Le élite finanziarie di questo paese, notoriamente i Morgan, i Rockefeller, i Kuhn ed i Loeb, furono responsabili del completamento della Federal Reserve come un meccanismo di cartello creato ed omologato dal governo in grado di permettere alle banche della nazione di gonfiare l’offerta di denaro in un modo coordinato, senza affrontare la lesta punizione dei depositanti o dei correntisti.»[scarica il PDF]

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From → ECONOMIA

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