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Piccole riflessioni sulla giustizia (parte II)

14 marzo 2011
Leggi prima: Piccole riflessioni sulla giustizia (parte I)

 

di Silvano Fait

E’ una grande sfortuna che in questo paese non si possa riflettere senza finire in caciara politica sul perché vi siano delle buone ragioni affinché pubblica accusa e magistratura giudicante abbiano un maggior livello di separazione. E che tale separazione, con lo scopo di garantire sia l’indipendenza dell’inquirente che quella del giudice, rafforzi l’autonomia di entrambe evitando reciproche commistioni. Nel valutare l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche nel dibattito attuale non si discerne minimamente gli strumenti di indagine da quelli di cattura. … Difficile essere contrari all’utilizzo di tali mezzi per la ricerca di un latitante o di un pregiudicato. Ma la situazione è ben diversa ex ante, in fase di indagine, quando la presunzione di innocenza prevale ed è lo Stato a dover giustificare il perché delle proprie azioni. La fattispecie non è molto dissimile dalla violazione della corrispondenza privata, la cui segretezza è tutelata dalla carta costituzionale e la cui violazione è sottoposta appunto a riserva di legge. Al contrario di adesso, nel 1973 fu il Tribunale di Bolzano a sottoporre lo strumento dell’intercettazione telefonica a giudizio di legittimità presso la Corte Costituzionale mentre la Presidenza del Consiglio tramite l’Avvocatura dello Stato si esprimeva in suo favore sulla base di considerazioni per altro prettamente utilitaristiche (ironia della sorte, l’indagine aveva come ipotesi di reato l’esercizio della prostituzione in un albergo privato…). Questo semplicemente per ricordare che argomenti quali la definizione operativa del come e quando lo stato può intercettare così come quale peso attribuire in sede processuale a dichiarazioni verbali estrapolate da conversazioni private siano rilevanti per un liberale a prescindere enonostante la situazione attuale.

La mancanza di una piena percezione da parte dei cittadini della differenza tra ruolo inquirente e ruolo giudicante facilita inoltre una certa confusione: ciò che nel nostro paese viene etichettato come azione autonoma dei pubblici ministeri, in altri paesi verrebbe qualificato come una mera azione di polizia. A volte ci illudiamo di avere un ordinamento rispettoso dell’individuo chiamando sovente “magistrato” ciò che altrove verrebbe considerato un funzionario di polizia di alto rango. In Italia circa 30.000 cittadini sono sottoposti a misure di custodia cautelare. Ovvero vedono limitata – per non dire sequestrata – la propria libertà personale. Sono la metà della popolazione carceraria ed il 30% di queste viene prosciolta in sede di giudizio. Data la lentezza del nostro ordinamento, è facile concludere che ogni anno lo stato rovina l’esistenza di quasi 10.000 innocenti. E senza particolari benefici sulla pubblica sicurezza – cosa che in ogni caso non assolverebbe un apparato certamente poco degno della tradizione di Cesare Beccaria (“non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa”). La facilità con cui finiscono su giornali e tv trascrizioni che dovrebbero, quantomeno in prima istanza, rimanere segrete ha fatto scrivere il 17 dicembre scorso a Christopher Caldwell sul Financial Times che se avessero chiesto alla Stasi di condurre MTV il risultato sarebbe molto simile ad un normale quotidiano italiano (vedi qui). Probabilmente più nota è l’attenzione dei media americani su processi come quello ad Amanda Knox presso il tribunale di Perugia. Per quanto questa abbia dei caratteri di morbosità televisiva e le critiche provengano da un paese il cui sistema è tutt’altro che esente da vizi  (pena capitale in primis), indubbiamente la lunghezza della procedura penale, il fatto che un processo possa venire condotto su basi indiziarie e al tempo stesso l’imputato sottoposto a misure detentive (che possono durare a lungo prima di una sentenza) danno ad osservatori esterni l’impressione di un paese poco rispettoso dei diritti individuali. Il contesto complessivo è poi aggravato dai rapporti tra sistema giudiziario ed esecutivo.

Sotto il profilo istituzionale la situazione è ben lontana dal regolare controllo reciproco tra apparati dello Stato e gli scontri non sono riconducibili ad un sistema di pesi e contrappesi volti a garantire gli individui ed il bilanciamento degli apparati pubblici. Ormai vi è una situazione incancrenita in cui la dialettica è quella dello confronto a colpi di clava tra detentori di potere e dove il cittadino giuoca un ruolo marginale da spettatore o supporter, quasi come se gli scontri istituzionali siano diventati un surrogato politico dei derby calcistici. Ovviamente un programma di riforma liberale dell’amministrazione della giustizia deve essere qualcosa di molto diverso da una serie di provvedimenti “ad hoc” o comunque presi sistematicamente in risposta a singole iniziative del sistema giudiziario. Un agire politico di questo tipo è, al di là del merito delle questioni, poco credibile, scarsamente convincente ed alla lunga sconfortante. Parimenti un corpo giudiziario insindacabile e autoreferenziale perde molto in fatto di apparenza di imparzialità. La pretesa corporativa di avere sempre diritto all’ultima parola su qualsiasi norma emanata dal potere legislativo che tocchi i propri interessi e un sistema di carriere economiche automatiche non sono sostenibili. Il valore dell’indipendenza dei tribunali non implica la costituzione di una nomenclatura che si autogestisce come se fosse una cooperativa di lavoratori.

Chi ritiene che il compito primario del potere giudiziario non sia quello di ricostruire verità oggettive e storiche ha tutto il diritto di non scandalizzarsi al fatto che all’azione penale vengano posti limiti di carattere temporale o che in molti paesi la pubblica accusa una volta sconfitta non possa ricorrere in appello, mentre tale facoltà venga più volte concessa alla difesa. Un  liberale non pensa che lo Stato sia  un’entità eterea ed illuminante come lo Spirito Santo. Lo Stato è fatto di individui, agisce sugli individui tramite altri individui in tutto e per tutto non molto dissimili dai primi: i suoi funzionari sono imperfetti, fallibili, dotati di virtù come di vizi, di impulsi e di ambizioni personali come chiunque. Per questo è quanto mai necessario definire accuratamente i limiti entro i quali la azione pubblica si svolge affinché gli errori commessi e le coercizioni imposte ai cittadini nella ricerca della “verità” non arrechino alla “libertà” un danno addizionale rispetto a quello commesso da coloro i quali violano la legge.

Un sistema indipendente nell’esercizio delle sue funzioni e rigorosamente limitato nella definizione degli strumenti che arrecano danno alla libertà presenta molti vantaggi: è indubbiamente più immune alle accuse di parzialità e può combinare la rapidità d’azione per rendere certe le pene senza scadere nell’arbitrio amministravo. La suddivisione netta dei ruoli tra accusa, difesa e corte giudicante esplicita meglio interessi inevitabilmente contrapposti. Il ruolo del pubblico ministero deve poter essere “persecutorio” sotto il profilo probatorio senza che ciò desti particolari grida di dolore. L’idea che l’imputato debba professare la sua incondizionata fiducia nella magistratura è una pretesa tutta italica dall’estetica simile a quella dei rituali ecclesiastici. Pretendere che  un innocente debba essere “contento” di provare il proprio status è per certi aspetti ilare: sarebbe come essere lieti di sottoporsi obbligatoriamente a un clistere per avere la conferma di star bene. L’imputato può scegliere di collaborare per risolvere celermente il procedimento oppure può avere tutto il legittimo interesse a resistere, così come un colpevole può avere da guadagnare da un’imputazione mal formulata in termini di patente impunità qualora intraveda concrete possibilità di assoluzione. In termini di razionalità economica, nel procedimento penale, le parti (accusa e difesa) non fanno altro che seguire strategie spesso coerenti con la teoria dei giochi e, dato un set di regole, ogni strategia processuale che le rispetti è legittima.

L’Occidente ha sviluppato nel corso dei secoli un’articolata visione dei diritti individuali nei confronti del potere proprio in risposta a soggetti che si arrogavano il diritto di governare la terra per volontà di Dio o che sostenevano senza pudore “l’Etat c’est moi”. Questo dualismo tra governanti (siano essi legislatori, ministri o magistrati) e governati, così come la piena consapevolezza della differenza tra le due categorie è fondamentale. Ed è ciò che si perde quando si inizia a pensare che Stato e società (o la parte “migliore” di essa) coincidano o detto in termini più semplici che “lo Stato siamo noi”. Viceversa, per preservare i traguardi raggiunti, è sempre bene tenere a mente che invece “lo Stato sono loro” (politici, funzionari, magistrati, etc.). Altrimenti, sciolto nella melassa del collettivo unificante, l’individuo diventa nudo di fronte al potere.

 

 

link: http://www.chicago-blog.it/2011/02/24/piccole-riflessioni-sulla-giustizia-parte-ii/#more-8429

From → GIUSTIZIA, ITALIA

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