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SOLIDARIETA’? GRAZIE ALLO STATO CI GUADAGNA IL PIU’ FURBO

10 marzo 2011

 

di Matteo Corsini


“L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà è una norma chiave in quanto con essa la Costituzione ha voluto affermare che non è l’uomo in funzione dello Stato, ma quest’ultimo è in funzione dell’uomo… Fra le regole unificanti vi è il dovere di concorrere alle spese pubbliche. Non vi è possibilità di un ordinamento democratico senza un ordinamento tributario serio che è dunque “pietra angolare dello Stato democratico”. Se questo vuole continuare a riposare sulla proprietà privata, sulla libertà economica, il problema fiscale non è solo tecnico, ma politico e morale, perché si tratta di dare a ciascuno quello che gli spetta e di creare le basi di una società bene organizzata nella quale la selezione avvenga secondo il merito e non secondo la maggiore o minore capacità di crearsi una rendita fiscale… Il segreto sta nel creare attraverso la persuasione politica e morale un clima nel quale si senta che, difendendo la razionale e uguale applicazione dei tributi, si difende non una legge formale dello Stato ma l’essenza stessa dello Stato.” (E. De Mita)

 

Enrico De Mita, fratello del più noto Ciriaco, scrive spesso sul Sole 24 Ore commenti a sentenze della Corte costituzionale. Nell’articolo da cui ho tratto le parti sopra riportate, De Mita si occupa del dovere di solidarietà sancito dall’articolo 2 della Costituzione e di ciò che esso comporta in merito al rapporto tra fisco e cittadini. …

 

Non dubito che l’interpretazione di De Mita sia corretta dal punto di vista della dottrina, né mi interessa entrare in questioni tecniche, non avendone la necessaria competenza. Vorrei, però, esprimere alcune considerazioni su quello che comporta il dovere di solidarietà di cui all’articolo 2 della Costituzione ricordato da De Mita.

 

Per me non è affatto pacifico che non sia l’uomo a vivere in funzione dello Stato, ma quest’ultimo in funzione dell’uomo. Non occorre essere libertari per rendersi conto che ci sono uomini che danno allo Stato molto più di quello che ricevono e, viceversa, ve ne sono altri che ricevono molto più di ciò che danno. Credo, allora, che sia più corretto affermare che i primi sono funzionali allo Stato, mentre quest’ultimo è funzionale ai secondi. E, siccome lo Stato funge da intermediario, senza nulla produrre, credo si possa sostenere che i primi siano funzionali ai secondi, in quanto i primi pagano per ciò che i secondi ricevono. Se preferite, i primi sono (loro malgrado) servi dei secondi.

 

Non ho alcun dubbio, poi, che il sistema tributario sia la “pietra angolare dello Stato democratico”: senza l’imposizione fiscale, tutto il castello statale crollerebbe. Non sono d’accordo, invece, sul richiamo di De Mita alla proprietà privata, alla libertà economica e al dare a ciascuno quello che gli spetta in una società in cui la selezione avvenga in base al merito e non “secondo la maggiore o minore capacità di crearsi una rendita fiscale”.

 

Innanzi tutto, la proprietà privata e la libertà economica sono subordinate dalla stessa Costituzione al concetto di “utilità sociale”, che è servito nel corso dei decenni a rendere tutt’altro che effettive l’una e l’altra.

 

La stessa Costituzione, peraltro, esordisce all’articolo 1 sostenendo che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Credo che sia fuori luogo, quindi, sostenere che lo Stato democratico italiano riposi sulla proprietà privata e sulla libertà economica.

 

Né sono d’accordo con il richiamo di De Mita al “dare a ciascuno quello che gli spetta”: dubito che un concetto così condivisibile sia praticabile nel contesto costituzionale italiano. E il problema, a mio parere, sta nella definizione di certi diritti che, se esercitati da alcuni, comportano doveri da parte di altri. Ma non doveri ad astenersi dal fare determinate cose (come, ad esempio, il dovere di non iniziare un’aggressione contro la proprietà altrui), bensì il dovere di pagare per l’esercizio dei “diritti” da parte di altri.

 

Ne consegue che la selezione ben difficilmente potrà avvenire in base al merito, mentre prevarrà la “capacità di crearsi una rendita fiscale”, che non è altro se non l’equivalente moderno del tentativo di tutti di vivere alle spalle degli altri già enunciato da Bastiat nel 1848.

 

Per concludere, è indubbiamente vero che “il segreto sta nel creare attraverso la persuasione politica e morale un clima nel quale si senta che, difendendo la razionale e uguale applicazione dei tributi, si difende non una legge formale dello Stato ma l’essenza stessa dello Stato”. Ahimè sono in troppi, anche tra coloro che pagano molto più di quello che ricevono, a essere stati oggetto di quella “persuasione”.

 

 

link: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12277:solidarieta-grazie-allo-stato-ci-guadagna-il-piu-furbo&catid=1:latest-news

From → POLITICA

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