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Piccole riflessioni sulla giustizia (parte I)

10 marzo 2011

di Silvano Fait

E’ un vera sciagura per questo paese che non si possa avviare un discorso serio sull’amministrazione della giustizia, sui poteri dello Stato e sui diritti del cittadino senza scadere inevitabilmente nel ciarpame della politica da avanspettacolo. Questo per due ordini di ragioni: la particolare importanza del tema e le differenti concezioni dello Stato e del potere politico soggiacenti alle discussioni sul ruolo della sfera pubblica. …

In Italia l’ordinamento giudiziario gode di forte autonomia, tanto da poter parlare quasi di autoreferenzialità. E’ una conseguenza dell’impostazione costituzionale su cui non poco ha influito il timore del riproporsi di un uso strumentale, da parte dell’esecutivo, dell’apparato giudiziario come durante il ventennio fascista. Il sistema nel suo complesso però, al di là delle inefficienze tipiche di qualsiasi apparato burocratico in questo paese, presenta nella prassi punti di distanza rispetto a consolidati principi a cui dovrebbe ispirarsi un ordinamento liberale.

E’ opinione comune che compito della magistratura sia quello di accertare la verità. Questa affermazione piuttosto banale è accettabile nella misura in cui implica che un potere dello stato non debba costruire imputazioni ad hoc, arbitrarie o pretestuose. Se invece per “verità” intendiamo qualcosa di simile all’oggettività storica dei fatti senza limite di tempo e a prescindere dall’esistenza o meno di una parte direttamente lesa, allora più o meno consapevolmente attribuiamo ad un potere statale, esercitato nella pratica quotidiana da uomini e non superuomini, un ruolo fortemente inquisitorio di fronte al quale qualsiasi tutela della libertà individuale può potenzialmente crollare. Perché quando il fine ultimo è la “verità storica” non vi è virtualmente limite ai mezzi di indagine. Tutto ciò che la tecnica può offrire e che non offenda il senso comune di chi non vive l’esperienza giudiziaria se non come fenomeno mediatico diventa lecito.

Nella concezione liberale dell’amministrazione della giustizia compito dello Stato è dirimere i torti e le liti tra privati cittadini, rendere effettiva l’applicazione del diritto, applicare la legge penale. E’ un sistema che serve a regolare l’agire sociale degli individui. Il potere pubblico è un regolatore, un arbitro delle situazioni di conflittualità che si verificano tra le azioni umane. Non è mai un contenitore: per un liberale la società non è mai “dentro” lo Stato, non è mai un sottoinsieme di questo. Non è compito dello stato “scrivere la storia” in senso oggettivo. Per questo vi è una particolare attenzione ai modi attraverso in cui vengono acquisite le prove, alla sfera temporale entro la quale deve svilupparsi l’azione giudiziaria, alle circostanze in cui può essere limitata la libertà personale prima che si sia pervenuti ad un verdetto.

Uno storico viceversa non ha di questi problemi. Nello studio del passato qualsiasi tecnica è impiegabile.  Ogni nuova scoperta può essere applicata per ritentare una migliore ricostruzione dei fatti. Non c’è un motivo particolare per inibire lo studio dei resoconti stenografici, delle registrazioni telefoniche o dei televisive. Uno storico non deve rispettare la segretezza della corrispondenza di Napoleone. Nel valutare un carteggio, un documento, il problema dell’autenticità è prioritario rispetto al modo in cui questo è giunto sotto le lenti degli studiosi o degli accademici. Antonio Salieri può essere processato all’infinito per la morte di Mozart senza che ciò desti particolare turbamento. Questo non solo perché lo storico si occupa del passato, ma soprattutto perché lo storico non ha il potere di disporre della libertà degli individui. Né può adoperare coercizione sul prossimo. E pertanto non vi è neanche motivo particolare di preoccuparsi delle ambizioni personali o degli errori commessi dai singoli studiosi.

Assai diverso è il caso dell’azione giudiziaria. In un sistema liberale la ricostruzione della verità può avvenire solo nel rispetto di determinate procedure. E la misura in cui queste rispettano la libertà dell’individuo sono un fatto sostanziale e qualificante del sistema. Per un liberale una prova acquisita illegalmente non è tale. Nemmeno se è vera. E pertanto, ai fini processuali, è irrilevante. O peggio ancora, una prova acquisita in violazione della libertà dell’individuo o della legge può sporcare perfino prove acquisite successivamente in modo legittimo, se l’acquisizione della prima è stata la condizione necessaria e determinante per l’ottenimento di queste ultime. In fatto di indagini, un liberale deve diffidare e se necessario provare sdegno, di tutti coloro i quali sostengono la legittimità dei mezzi impiegati dallo Stato sulla base dell’assunto secondo cui ogni controllo è lecito perché “chi non ha nulla da nascondere, non ha niente da temere”. L’autorità pubblica non ha, in campo giudiziario piuttosto che in materia tributaria, alcun diritto ad esigere la nudità dai cittadini, vicevera è essa stessa a dover giustificare la propria interferenza. E’ estremamente ilare come il legislatore si preoccupi di tutelare la privacy per risparmiarci il fastidio di ricevere qualche campagna pubblicitaria sgradita ed al tempo stesso si faccia ben pochi scrupoli nell’arrogarsi qualsiasi mezzo di indagine che interferisca con la sfera privata o ponga a carico dei contribuenti obblighi inquietanti quali la comunicazione dei dati personali dei soggetti che compiono acquisti superiori a qualche migliaia di euro.

 

Leggi la seconda parte qui

 

link: http://www.chicago-blog.it/2011/02/22/piccole-riflessioni-sulla-giustizia-parte-i/

From → GIUSTIZIA, ITALIA

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