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Quote rosa nei cda? Sono inutili

2 marzo 2011

Imporre una trasformazione culturale dall’alto sarebbe superfluo e dannoso

E’ evidente come questo non sia il momento più propizio per avere una discussione serena sulle quote rosa. Se si è riaperta, è soltanto perché il disegno di legge Golfo-Mosca, che sembrava avere il cammino spianato da un accordo bipartisan, è talmente insostenibile da avere destato una tardiva, e sotterranea, opposizione da parte delle lobby d’impresa. …

In un’Italia che per la prima volta vede sia la rappresentanza delle aziende che la guida del maggiore sindacato affidate a due donne, l’una e l’altra tosterrime, per una curiosa idea di solidarietà femminile le critiche della ripartizione del mondo in fette diseguali ma predeterminate, tot al bel sesso e tot al nostro, non osano proferir parola. In ambienti della maggioranza ci si morde la lingua perché la proposta della senatrice Golfo (che se non altro ha il pregio, in un Parlamento cinico e disfattista, di averci messo il cuore) è un utile diversivo. Una foglia di fico. Ricapitoliamo. Si parte,come spesso accade, da un’osservazione corretta: le donne al vertice delle grandi imprese sono ancora poche. Non è azzardato immaginare che ciò abbia le sue radici non in una diffusa inadeguatezza alla leadership, ma in fattori di carattere culturale. Che andrebbero “corretti” lasciando alle donne, per legge, una quota del consiglio d’amministrazione e del collegio sindacale. Non sono organi rappresentativi: si trattasse del Parlamento, giusta o sbagliata l’idea che esso debba “assomigliare alla società” che rappresenta, anche dal punto di vista del genere dei rappresentanti, sarebbe comprensibile e chiara nei suoi obiettivi.

Se invece il problema è che, semplificando, le donne manager fanno più fatica a salire la scala della professione, non ha senso pensare di risolverlo imponendo una certa composizione del cda. Non ha senso perché il consiglio d’amministrazione non coincide col top management, ed è fatto di figure che di norma o hanno un altro profilo professionale oppure hanno già archiviato la propria storia di “executive”. Le quote rosa per i cda, nella migliore delle ipotesi, non aiuteranno le donne manager, ma le donne giuristi, le donne economisti, le professoresse d’università che verranno precettate come fiori all’occhiello, come del resto oggi già avviene per i colleghi maschi.

Sul piano teorico, è assurdo immaginare che, per legge, i proprietari di un’impresa (gli azionisti) siano obbligati a esprimere consiglieri che dovrebbero scegliere per un rapporto fiduciario, sulla base di un vincolo di genere. Come ha scritto Alessandro De Nicola sul Sole 24 Ore, «le aziende sono proprietà degli azionisti i quali scelgono per governarle chi pare a loro». Punto.

Su un altro piano, è noto a tutti che, specie in un contesto un po’ chiuso e provinciale come il nostro, i consigli d’amministrazione sono il luogo della cooptazione. In teoria, gli azionisti dovrebbero desiderare un consiglio plurale, perché la diversità dei punti di vista è importante e può essere di supporto a chi poi effettivamente gestisce un’impresa. Non c’è nulla di peggio di una granitica omogeneità di vedute, per consolidare gli errori e le cattive pratiche. Ma le logiche del potere ogni tanto si sovrappongono a quelle della buona gestione, e quindi non è infrequente che l’amministratore delegato cerchi di “costruire” un consiglio a lui leale (nell’indifferenza degli azionisti, finché le cose vanno bene). Si spiegano così legioni di professori e avvocati, improvvisamente scopertisi esperti di gestione aziendale.

Da questo punto di vista, che cosa cambia, immaginando che fra i cooptati vi sia una nutrita rappresentanza di cooptate?

In realtà, la carriera delle donne, come l’accesso al mondo del lavoro dei giovani o degli immigrati, può essere esaltata solo in una società più meritocratica, non aggiungendo un posto al tavola alle mense dei poteri. Passasse questa legge, alcuni azionisti punterebbero su donne di valore: già avviene, e persino nel consiglio di alcune corazzate del capitalismo italiano. Ma altri manager, sapienti controllori dei loro controllori, estenderebbero semplicemente la logica degli amici degli amici, alle amiche degli amici. La moltiplicazione dei privilegi non ha mai reso più giusta una società.

Certo che di queste cose, oggi, è difficile parlare. Lo è per le note vicende, e per un loro paradossale riflesso: la fabbricazione di un’idea di “dignità della donna’ che sarebbe un riscatto dovuto datutti gli italiani, peri peccati di chi li guida. E che, quel che è più grave, prescinderebbe dal rigore dei comportamenti individuali, miei e tuoi, per costruire un altrove palingenetico della nostra società.

Nel 2011, il solo distinguere – professionalmente parlando – fra “donne” e “uomini” dovrebbe strappare un sorriso: son cose del secolo scorso. Lavorando con delle donne, ho la fortuna di avere solo esempi positivi sotto gli occhi. Ma non è che ne debba esser grato a una qualche divinità del femminile: è l’intelligenza, l’attenzione, la dedizione, il buon senso, la concretezza, la passione di alcuni, singoli esseri umani che devo ringraziare.

Un’Italia più aperta e più seria, questo serve a uomini e donne assieme. Nessuna delle due cose ci verrà dalla legge. Le norme funzionano bene per moltiplicare le rendite di posizione, ma riescono a rimuoverle solo se questo è un bisogno veramente diffuso e presente fra noialtri “azionisti” dei legislatori. E nulla come la foresta di leggi in cui, come italiani, da anni ci siamo persi ci insegna che il rigore dei comportamenti non dipende dalla produttività del Parlamento: altrimenti, l’Italia sarebbe la Ginevra di Calvino.

di Alberto Mingardi

link: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10115

From → ITALIA, POLITICA

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