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Le ragioni della privatizzazione del sistema pensionistico

23 febbraio 2011

Il sistema pensionistico privato si basa su un principio molto semplice. Come ne La cicala e la formica di Jean de La Fontane, chi più mette a parte “d’estate” più si ritrova “d’inverno”. Cioè, chi durante il periodo di lavoro destina una parte dei suoi redditi alla pensione, quando lo riterrà opportuno, potrà andare in pensione e fruire del frutto dei suoi risparmi. Un sistema simile non richiederebbe né di essere spiegato né tanto meno di essere difeso. …

Purtroppo, quando c’è di mezzo lo Stato, le cose non sono mai così semplici. Ancora una volta lo Stato si rivolge ai cittadini e dice “Dammi i tuoi soldi. Io so, meglio di te, come spenderli”. Come per la sanità i cittadini italiani sono costretti a dare una parte del proprio reddito allo Stato sperando poi, in vecchiaia, di avere indietro la “loro” pensione. Lo Stato però ancora una volta si dimostra inefficiente nel gestire i soldi del cittadino. Egli non solo utilizza questi soldi per altre spese, confondendo i risparmi dei lavoratori in un gran calderone previdenziale dove dentro troviamo pensioni di vecchiaia, pensioni di invalidità, cassa integrazione, ecc… ma tende discrezionalmente a privilegiare i suoi dipendenti, cioè i dipendenti pubblici.

Categorie privilegiate come manager di stato, parlamentari, magistrati  ottengono condizioni impossibili per chiunque (un parlamentare ha diritto all’altissima pensione pubblica dopo una sola legislatura, cioè dopo mezza legislatura più un giorno). Questo può avvenire perché ancora una volta lo Stato non risponde a logiche di mercato e non deve rispondere ai singoli cittadini-risparmiatori ma “alla comunità”. Lo Stato che dovrebbe, semmai, limitarsi semplicemente a controllare  i fondi assicurativi privati ponendo attenzione a ché rispettino i contratti con i loro clienti, ancora una volta vuole essere giocatore oltre che arbitro e quindi ancora una volta perde quella imparzialità che, almeno sulla carta, prima aveva.

Chi scrive ha avuto il piacere di conoscere ed intervistare José Piñera, responsabile di una vera e propria rivoluzione nel rapporto tra lo Stato e le pensioni dei cittadini. Il modello che Piñera ha introdotto in Cile nel 1980, in alternativa a quello pubblico tradizionale, oggi viene scelto dal 93% dei cileni ed è il modello a capitalizzazione personale. Ogni cittadino versa almeno il 10% dei suoi primi 25.000 $ di reddito.

Se guadagna di più potrà scegliere se versare o no una quota aggiuntiva. Dopo 20 anni di versamenti può scegliere di andare in pensione. Ovviamente egli potrebbe continuare a lavorare per accumulare di più ma la decisione spetta al singolo individuo. Un lavoratore medio va in pensione dopo 35 anni di lavoro con circa il 78% del suo ultimo stipendio, più di quanto prendeva con lo Stato (che pretendeva per questo “servizio” non il 10% ma il 25% del suo reddito). I fondi pensionistici vengono amministrati dai privati che non avendo la proprietà dei risparmi ma solo la titolarità ad amministrarli, non possono perdere i risparmi del lavoratore a seguito di un fallimento. Il lavoratore può invece cambiare amministratore ogni volta che lo desidera spostando la titolarità tra i 15 AFP (Amministratori di Fondi Pensione) accreditati. Il sistema di Piñera dopo oltre 25 anni di applicazione ha creato 25 miliardi di dollari di capitali che vengono reinvestiti dagli AFP sui mercati creando così ricchezza per il paese. Oggi viene copiato da tutto il Sud America, dalla Cina e persino la statalizzata Svezia ha cominciato ad applicarne, seppur parzialmente, i principi.

Allo stesso modo in Cile, ma anche in altri paesi più liberali, è possibile assicurarsi contro la disoccupazione. Da una parte, poiché la rata dell’assicurazione è più alta per i lavoratori più a rischio, questo è un incentivo alla formazione continua del lavoratore (più un lavoratore è esperto e meno rischia di perdere il posto di lavoro o comunque più facilmente ne troverà un altro) e dall’altra questo trasforma le assicurazioni in veri e propri uffici di collocamento (poiché esse devono pagare ogni mese l’assegno di disoccupazione al lavoratore esse saranno incentivate a trovare lavoro in fretta al loro assicurato).

Tutto questo avviene ovviamente senza alcun costo per la collettività. Ancora una volta invece qui da noi troviamo il monopolio statale (INPS) e solamente i ricchi (cioè coloro a cui, dopo aver pagato l’INPS, avanza qualcosa in tasca) possono usufruire di pensioni private.

Leggi \”Inps e bolla pensionistica. Una battuta ci seppellirà\”


Tratto da “Stato, no grazie!”  di Mazzilli M., Facco Editore

link: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12719:le-ragioni-della-privatizzazione-del-sistema-pensionistico&catid=1:latest-news

From → ECONOMIA

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