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Mo’ basta: liberalizzare

20 febbraio 2011
Il principio fondamentale su cui si basa questo Paese è che per stare tranquilli e non agitarsi per l’ansia di dover dare il proprio meglio, occorre impedire agli altri di dare il loro. E così, per permettere pensioni laute e anticipate agli anziani, si impedisce ai giovani di pagarsene una per conto proprio; per permettere ai farmacisti, agli avvocati, ai commercianti, ai benzinai, ai professori di vivere una vita tranquilla con un piccolo feudo protetto in cui non possono entrare concorrenti e in cui devono fare il minimo indispensabile o possono permettersi prezzi maggiorati, si sbattono fuori dal mercato potenziali famarcisti, avvocati, commercianti, benzinai e professori che magari sul mercato riuscirebbero non solo a rimanere, ma a servire molto meglio i consumatori, creando ricchezza. E per far star tranquilli gli iperprotetti operai delle grandi industrie e del settore pubblico, si irrigidisce il mercato del lavoro fino a produrre disoccupazione di massa e di lungo termine tra giovani, meridionali, donne e lavoratori poco qualificati. …

La falsa coscienza chiama questo “solidarietà”, in realtà significa cercare di arrivare al traguardo sparando agli avversari, e spesso, agli avversari più deboli, come i lavoratori disoccupati e sottoccupati, danneggiati dalla rigidità imposta dai sindacati. Nella concorrenza ognuno è spinto a dare il meglio di sé, e il traguardo è stare sul mercato, cioè produrre abbastanza da ricavarne un reddito sufficiente. Nel sistema italiano, ognuno è spinto a chiedere protezione danneggiando tutti gli altri, e alla fine pochi lavorano e molti vivono a spese di questi pochi.

Liberalizzare le professioni significa che ognuno può fare consulenza tecnica e professionale senza passare per albi, corporazioni, esami di Stato. In Italia già esistono centinaia di migliaia di operatori stragiudiziali, consulenti legali e arbitri che operano sul mercato del lavoro senza essere avvocati: la riforma che sta facendo questo governo li costringerà alla disoccupazione, o al lavoro dipendente presso un avvocato, o ad entrare nell’Albo. Il danno per i consumatori è evidente, e il danno per queste persone lo è ancora di più. Ammesso che serva un albo per operare nei tribunali, la legge dovrebbe limitarsi a questo: ogni altra attività che riguarda il diritto può essere lasciata a consulenti, esperti, arbitri e chiunque altro sia in grado di guadagnarsi da vivere in questo modo sul mercato. Non ne so abbastanza di diritto (non ne so nulla, rectius) per poter verificare se l’Albo almeno in tribunale serva a qualcosa, ma certamente non serve altrove.

Per quanto riguarda le farmacie, si dice che devono essere aperte di notte, che devono avere tutte le medicine esistenti in caso di emergenza, che devono aiutare il cliente consigliandogli le medicine corrette. Benissimo: si permetta a chiunque sia laureato in Farmacia o Medicina e chiunque abbia lavorato in una farmacia almeno un certo numero di anni di aprire una farmacia. Per ogni zona, si faccia una gara a chi è disponibile a rimanere aperto la notte e a riempirsi di medicinali rari i magazzini, e chi offre di meno per garantire questi servizi vince la gara e ottiene i finanziamenti (che verrebbero a costare il minimo indispensabile). In questo modo ci sarebbero farmacie ultra-economiche, con grande risparmio per tutti, e farmacie notturne pagate, al minor costo, dai contribuenti.
La medicina è la stessa in tutti i Paesi avanzati: chiunque abbia il diritto di operare in un paese dell’Unione Europea, del Nord-America, dell’Oceania e dell’Estremo Oriente il cui livello di istruzione e preparazione è adeguato dovrebbe poter operare in Italia. Basta controllare che abbia i requisiti, fargli un esame di lingua, ed entra sul mercato. E se un italiano vuole entrare nel mercato soggiornando all’estero dopo la laurea per poi tornare in Italia, è libero di farlo, così l’albo non si rallenterà l’accesso alla professione per favorire i medici più anziani a danno dei contribuenti e dei consumatori.

E che dire dei monopoli dei servizi locali? Che ognuno possa offrire servizi, e dirottare verso di sé i fondi dei propri clienti. Se ho una macchina, la posso dipingere di bianco e scriverci sopra “taxi”; se ho un pullman, posso trasportare passeggeri in giro per Roma; se ho dei camion, posso raccogliere l’immondizia in certi quartieri. Ogni persona o ogni strada decida per sé: se vale la pena decidere diversamente dagli altri per motivi di costi o servizi, ci saranno persone disposte a offrire il servizio, altrimenti il servizio pubblico standard basterà. Nessuno finanzi i produttori in nessun modo: i soldi pubblici devono andare ai consumatori, se si vuole offrire un servizio a basso costo, in modo che se si vuole che gli anziani abbiano servizi a metà prezzo, il Comune dovrà pagare metà del costo all’anziano, che poi deciderà quale produttore è migliore. Finanziare direttamente i produttori genera favoritismi e corruzione, ed è concorrenza sleale. Finanziare direttamente i consumatori permette una politica redistributiva (se la si ritiene utile) senza danneggiare la concorrenza, favorire la corruzione, incentivare il clientelismo, creare rendite di posizione: al centro del mercato c’è il consumatore, e quando la politica mette al centro il produttore, in genere perché politicamente più capace di organizzarsi, danneggia l’efficienza economica.
Occorre eliminare tutte le rendite di posizione, perché è l’unico modo per minimizzare i costi e offrire il massimo del servizio: i privilegi favoriscono sempre i produttori “ammanicati” a danno della collettività, e riducono la crescita economica riducendo gli incentivi a offrire servizi migliori. La concorrenza fa sì che la produttività del lavoro si trasformi in salari maggiori: senza concorrenza, si potrebbe trattenere per sé i maggiori profitti. La concorrenza permette l’ingresso di disoccupati, piccole imprese, e altri “outsider” in mercati altrimenti protetti dagli “insider”. La concorrenza permette alle aziende di dimensioni e organizzazione ottimale di accrescere la propria quota di mercato, riducendo i costi. La concorrenza permette di scoprire guadagni di efficienza dove i burocrati vedono solo un’inutile complessità, e dove i corrotti vedono rendite di posizione. E la concorrenza permette di trasformare le rendite dei produttori in benefici per i consumatori, a vantaggio di tutti.

L’Italia è un paese ancora medievale, solo con la concorrenza sarà possibile migliorare l’efficienza economica e garantire la crescita economica, favorire l’ingresso degli “outsider” non protetti nei vari mercati, e mettere l’interesse individuale a beneficio di tutta la società tramite la “mano invisibile”, che trasforma l’egoismo in efficienza, sul mercato, mentre in politica trasforma l’egoismo in privilegi, come del resto osserviamo ogni giorno.

da VentinoveSettembre

link: http://2909.splinder.com/post/24012816/mo-basta-liberalizzare

From → LIBERALIZZAZIONI

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