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Il budget di Obama: perché no, e cosa dice a noi

18 febbraio 2011

di Oscar Giannino

E’ davvero forte e credibile, la proposta di budget avanzata da Obama come mano tesa verso il nuovo Congresso, in cui i repubblicani dopo il midterm controllano saldamente la Camera dei Rappresentanti. Mi piacerebbe poter dire di sì, visto che in termini di exit strategy è molto forte l’impulso che dagli Usa si propaga nel mondo, quanto a politiche fiscali e monetarie. Devo tuttavia deludere il lettore. Dal mio punto di vista la risposta è no. Per due ordini di ragioni, che non c’entrano nulla con il giudizio politico ma dipendono dai numeri. La prima ha a che vedere con la scelta tecnica che ha portato ai tanto decantati tagli annunciati di spesa. La seconda, con l’indicatore essenziale che dovrebbe essere considerato prioritario per orientare le politiche pubbliche. …

La Casa Bianca concentra 400 degli annunciati 1100 miliardi di dollari di tagli alla spesa nel decennio sulla spesa discrezionale non destinata alla Difesa. Tale aggregato ammonta a circa il 13% del totale della spesa pubblica federale. Già questo basta a far capire che siamo lontanissimi da qualunque seria exit strategy rispetto al riequilibrio del bilancio. Quando il deficit pubblico annuale è intorno all11 e rotti per cento del GDP statunitense quest’anno e ci si propone di ridurlo alla metà è inutile girarci intorno, è sul 100% della spesa pubblica che occorre lavorare di accetta dove utile, e di bulino dove necessario, per recuperare credibilmente i margini di un azzeramento del deficit in pochi anni. Su questo hanno ragione i repubblicani: non solo la manovra di Obama resta per un terzo appoggiata su tasse aggiuntive, ma quando bisogna dare un’energica inversione di rotta di tale portata è inutile concentrarsi solo sugli orpelli, bisogna rivedere gli entitlements, i diritti quesiti del welfare su sanità e pensioni. Temo che sia una lezione che non vale solo per l’America, se capite di che cosa sto parlando. Per azzerare deficit di questa portata, o come nel caso italiano di invertire energicamente un debito pubblico che sta quasi al 119% del Pil,n se la politica parla di “lotta agli sprechi” vuol dire semplicemente che sta eludendo il problema. Ed è una pessima politica.

Aggiungo: poiché per 5 anni la spesa discrezionale non per la difesa verrebbe semplicemente bloccata ai livelli attuali per poi procedere ai tagli riconducendola al livello del 2008, l’Amministrazione tiene per buona la base 2010 che ha visto quell’aggregato elevarsi sino a 614 miliardi di dollari, mentre a fine dicembre i primi tagli portati dai repubblicani l’hanno ridotta per i mesi dell’esercizio provvisorio dell’anno in corso a quota 539 miliardi. La differenza proiettata nel primo quinquennio “mangia” tutti i tagli annunciati in quello successivo. Senza contare che, nella spesa non discrezionale, il budget propone ulteriori aumenti di spesa in deficit largamente sottostimati, visto che per esempio la sola spesa per investimenti trasportistici sale a 246 miliardi nel decennio, mentre per l’istruzione si dispone l’assunzione di altri 100 mila insegnanti di matematica e materie scientifiche.

Infine: mi rendo conto che sia ancora più impopolare, ma a restare sbagliato è l’indicatore principe che gli USA continuano a indicare a tutti i Paesi colpiti dalla crisi come il faro a cui ancorare le politiche. E’ la disoccupazione, dicono i consiglieri di Obama. Per questo continuano a crededre che per ogni dollaro levato al contribuente e speso per assumere qualcuno che il mercato non occuperebbe di suo se ne generi uno e mezzo, mentre restituendo un dollaro di minori tasse se ne genera meno di uno. I keynesiani sono convinti che i consumi siano il volano di tutto. Ma non è così nemmeno in un Paese in cui generano quasi il 70% del GDP come negli Usa. Sono gli investimenti, il vero indicatore primario al quale dovrebbe guardare il politico., per noi seguaci della scuola austriaca. Nelle grandi crisi si riallinea verso il basso la sovraccapacità generata da investimenti facili aiutati da tassi d’interesse troppo bassi, e la disoccupazione sale naturalmente. Ma per farla scendere fisiologicamente – non per mero effetto di droga pubblica – occorre che le imprese tornino a giudicare conveniente reinvestire. Il politico e il regolatore devono pensare a tassi d’interesse non troppo bassi e a basse tasse per incentivarli, mentre per i keynesiani vale l’opposto. Fatto sta che Obama continua ad accumulare debito pubblico a vagonate ma anche quest’anno la disoccupazione resterà sopra il 9% per le stesse previsioni della Casa Bianca. Mentre gli investimenti americani da metà del 2010 hanno smesso di riprendere parte di quei 6 punti di Pil in meno accumulati nella grande botta del 2009 – erano passati dal 17% all’11% del Gdp. Ricostuite le scorte ed esauriti gli investimenti capital intensive da sempre collegati all’espulsione della manodopera, le imprese non si fidano né dei consumi interni, né soprattutto delle tante tasse che all’enorme debito pubblico inevitabilmente si associano. Direi che anche questa, è una lezione che vale anche a casa nostra.

link: http://www.chicago-blog.it/2011/02/17/il-budget-di-obama-perche-no-e-cosa-dice-a-noi/#more-8385

From → ECONOMIA

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