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Se USA ed Europa stampano moneta dal nulla

17 febbraio 2011

 

di Paolo Pamini*


Le polemiche sul cambio dollaro-yuan, l’aumento dei prezzi delle materie prime da due anni a questa parte, la rivoluzione in Tunisia, i problemi di finanziamento degli stati europei, le polemiche sul franco forte e l’oro che cresce più veloce della borsa per sette anni consecutivi sono tutti sintomi di un’unica pestilenza: lo statalismo selvaggio finanziato stampando soldi. L’inflazione si sta facendo sempre più vicina.

 

Si pensi ai dibattiti di mercoledì 19 gennaio tra Obama e Hu Jintao sul tasso di cambio tra dollaro e yuan. Benché Obama rinfacci ai cinesi di essere dei manipolatori valutari, sono gli americani che da otto anni stampano dollari come non mai, rendendo sempre più debole il biglietto verde. Per esempio, il dollaro ha perso in dieci anni più del 37% del suo valore in franchi svizzeri. I cinesi, che hanno l’obiettivo pubblicamente dichiarato di procedere con la transizione al comunismo negli anni 2050, intendono risalire la china il più veloce possibile appropriandosi delle tecniche di produzione dei paesi sviluppati. …

Per questo motivo, dopo le fallimentari politiche economiche fino agli anni ’80 (i moti di Tienanmen furono soprattutto scatenati dall’inflazione galoppante), dal 1995 la Cina ha voluto garantire un tasso di cambio fisso con il dollaro americano per favorire gli investimenti esteri sul suo territorio. Purtroppo, pur di tener testa alla svalutazione del dollaro, la Cina sta importando da allora le distorsioni monetarie americane, tanto da indurre una bolla speculativa immobiliare (nelle grandi città cinesi c’è chi compra appartamenti col solo scopo d’investimento, senza nemmeno occuparli). Inoltre, sembra che negli ultimi mesi molti beni alimentari siano rincarati più del 25%, un aumento devastante per una popolazione che ancora spende buona parte del proprio reddito in cibo.

 

Se lo yuan cinese davvero fosse lasciato libero di apprezzarsi, l’inflazione in Cina sparirebbe in poco tempo e verrebbe sbattuta in faccia agli americani, che vivrebbero la più grande svalutazione del dollaro della storia (con la conseguente polverizzazione del loro potere d’acquisto).

 

Negli ultimi otto anni la banca centrale americana ha creato tanti dollari da causare effetti macroscopici. Esplosa la bolla immobiliare nel 2007-2008, sta per toccare ora a quella obbligazionaria: i rendimenti delle obbligazioni stanno toccando i minimi storici del 1940, dopo una trentennale discesa dal picco di fine 1981. L’emissione di junk bonds è peraltro esplosa negli ultimi due anni.

 

Quando i rendimenti inizieranno a crescere, cioè quando le quotazioni obbligazionarie crolleranno, la vendita di molti buoni del tesoro americani (pure stimolata dalla revisione dei rating a causa della degradazione delle finanze pubbliche americane) indebolirà ancor più il dollaro, e l’inflazione sarà palpabile. In effetti, l’aumento dei prezzi delle materie prime dai minimi di fine 2008 non può esser spiegato solo con la ripresa economica e con le carestie: zinco +150%, stagno + 180%, palladio +400%, cotone +330%, frumento +230%, zucchero +190%, caffè +140%, mais +130%, semi di soia +80%. Il miglior segnale inflazionistico tuttavia, indipendente dalla congiuntura industriale e dalla meteo, è l’aumento del 90% che l’oro ha registrato in dollari tra ottobre 2008 e oggi. Per il settimo anno consecutivo, l’oro ha reso più della borsa americana. Tutto ciò inizia ad avere conseguenze geopolitiche. Malgrado le molte concause, l’attuale rivoluzione tunisina è stata scatenata dal rincaro dei beni alimentari.

 

Il rapporto della Svizzera con l’Europa è per molti versi simile a quello della Cina con gli USA. Le finanze pubbliche europee stanno palesemente affondando sotto il peso di decenni di illusioni socialdemocratiche alle quali si è aggiunta la socializzazione delle perdite delle banche. Come negli USA, la Banca Centrale Europea crea soldi dal nulla come non mai. Come il dollaro verso lo yuan, l’euro tende a svalutarsi verso il franco. Ogni contro-svalutazione del franco svizzero (come fatto alla grande in primavera) è a corto termine un sussidio degli esportatori a spese del potere d’acquisto dei consumatori.

 

Per di più, una svalutazione strategica del franco importerebbe l’inflazione che presto si farà sentire in Europa ed ucciderebbe il vantaggio internazionale svizzero: una moneta stabile e sicura (lo era ancor più fino agli anni ’90, allorquando formalmente legata all’oro). In fondo, se le svalutazioni fossero tanto benefiche, dopo decenni d’indebolimento della Lira sarebbero gli svizzeri a dover far la coda in dogana per andare a lavorare in un’Italia dai salari esorbitanti. Se la politica svizzera cadrà nella tentazione inflazionistica a gran voce richiesta dalle lobby di esportazione, qualsiasi formichina svizzera farà bene a salvarsi nella sola moneta non manipolata ancora a sua disposizione: l’oro.

 

*Economista, ETHZ e Liberales Institut-Da Corriere del Ticino, 3 febbraio 2011

From → ECONOMIA

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