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Gli ambientalisti ‘piangono’, ma le foreste sorridono al mercato

13 febbraio 2011

Greenpeace ha lanciato in Italia uno spot di denuncia contro ilconsumo di carta. La trama fa leva sul senso di colpa di ciascuno di noi, colpevoli persino di far uso di carta igienica talvolta non riciclata. La scena si apre con le lacrime di una ragazza commossa dal film appena visto. L’ “infame” ha il coraggio di asciugarsele con un fazzoletto di carta, ma mentre strofina gli occhi fintamente innocenti ode il rumore di una motosega accanirsi su un albero. La sequenza di gesti consumistici accompagnati dall’ossessivo rumore di accette e quant’altro prosegue in cucina e, viva l’autoironia, in bagno. Intelligentemente non si è scelto di colpevolizzare la lettura di un giornale o di un libro perché scontrarsi con valori percepiti in modo positivo come l’informazione e la cultura sarebbe stato controproducente.

L’offerta di carta riciclata è un fatto senz’altro positivo. Poi il consumatore è libero di orientare i propri acquisti secondo le personali preferenze. L’eccesso di colpevolizzazione delle nostre abitudini quotidiane sottende però una retorica anticapitalistica e anticonsumista fatta più di luoghi comuni che di buone ragioni. …

Innanzi tutto, rappresenta un punto di vista parziale: condannare un’industria come quella della produzione cartiera significa accanirsi contro i suoi occupati, l’economia di paesi che dipendono dalla sua produzione. In particolare, significa condannare alla povertà paesi ricchi di risorse ambientali, come quelli orientali, che cercano di ritagliarsi un posto nel mercato globale attraverso il loro sfruttamento.

Imporre determinati usi e il ricorso a specifiche tecnologie significa spesso impedire ad altri paesi un cammino di sviluppo che noi abbiamo già percorso. Ma allora, partendo dal pessimistico (ed errato) presupposto che la presenza di una risorsa ambientale sia un handicap, perché imporre ai paesi con minor reddito pro capite, di accollarsi per intero l’onere?

L’intento protezionistico si accompagna però anche ad una mistificazione della realtà del fare impresa, che non necessariamente ha un impatto negativo sull’ambiente.

Si dà spesso per scontato che il progresso sia nemico dell’ambiente e che un’attività economica basata sullo sfruttamento di risorse ambientali abbia come effetto il loro impoverimento. È vero il contrario. Con l’aumento del reddito cresce anche la domanda di beni ambientali e le industrie che consumano risorse ambientali hanno tutto l’interesse a che queste stesse risorse si perpetuino. C’è un limite economico, quindi, al consumo di beni ambientali.

Certo. Se la foresta è di tutti e ognuno può farne l’uso che preferisce, si innesca una corsa alla produzione di legname per accaparrarsi quante più risorse possibili e vien meno la preoccupazione alla sua conservazione. Il libero mercato e i diritti di proprietà vengono in soccorso, perché danno un prezzo anche alle risorse naturali. L’esaurimento di un bene che ha valore è un esito contrario ad ogni logica di mercato. Nel caso delle foreste, va da sé che, in un regime di proprietà privata, le imprese che sfruttano il patrimonio arboreo hanno tutto l’interesse a che anche domani siano disponibili le risorse ambientali da cui traggono profitto.

La preoccupazione di alcune associazioni ambientaliste nei confronti del fenomeno della deforestazione, che trova risposta solitamente nel divieto di tagliare alberi in aree sottosviluppate, può convergere con gli interessi di tipo protezionistico di cui sono titolari le economie più avanzate, ma si scontrano con le esigenze dei paesi in via di sviluppo. Esigenze, giova ripeterlo, non in contrasto con l’interesse ambientale.

Il taglialegna e il cartaio desiderano poter vendere i propri prodotti a prezzi competitivi sia oggi che domani. Per questo hanno tutto l’interesse a che le risorse naturali che sfruttano non si esauriscano. Può darsi che in un’area a forte crescita demografica sia più utile impegnare la terra per offrire abitazioni e servizi all’abbisogna delle popolazioni. Vi sarà un’altra area, magari meno popolata, oppure meglio collegata ai centri di consumo, dove sarà conveniente praticare la silvicoltura.

Questi sono i principi dell’ecologia di mercato, che non condannano con finti moralismi le preferenze di chi fa la spesa, ma che guardano con realismo all’agire degli attori (produttori, consumatori, lavoratori) che interagiscono tra loro e che hanno bisogno di un prezzo, dato dal mercato, per poter meglio ottimizzare la gestione delle risorse di cui dispongono.

di Diego Menegon

link: http://www.libertiamo.it/2011/01/27/gli-ambientalisti-piangono-le-foreste-sorridono-al-mercato/

From → ECONOMIA

One Comment
  1. gianluca TcD permalink

    Argomento 1: “attaccare l’industria che consuma risorse è attaccare l’intera economia che su essa si regge e i suoi occupati”. VERO, MA anche il settore delle armi o quella della droga creano occupazione. ciò non ci impedisce di auguraci che questi settori (dalle mine anti-uomo alle droghe sintetiche) non si espandano date le loro implicazioni sociali
    Argomento 2: “il debito ecologico dell’occidente verso i PVS” PARZIALMENTE VERO. oltre a dimenticarci dei tanti altri debiti che abbiano nei loro confronti, concentrandoci solo sul fatto che “noi ci si è sviluppati inquinando, ora tocca a loro”, non si considera mai il fatto che i PVS si avvantaggiano nel Know-how sviluppato in questi due secoli di inquinamento, senza aver dovuto prima passare la costosa fase di R&S; questo vale anche per le tecnologie considerate “verdi”argomento 3- “basta il meccanismo dei prezzi prezzi ad assicurare un parsimonioso uso di risorse”. PARZIALMENTE VERO.credo che occorra considerare innanzitutto l’elasticità di domanda e offerta rispetto ad un bene: rame, oro, bacini di acqua incontaminati (conta anche la loro distribuzione sul territorio),indio, prodotti ittici… sono tutti beni che si trovano prossimi al loro massimo livello di sfruttamento (in base alle stime più attendibili); molti di questi non hanno prodotti succedanei.
    inoltre, occorre considerare la lungimiranza e l’orizzonte temporale nel quale si muovono i produttori. una grande azienda che agisce su più settori, potrebbe massimizzare i profitti sul breve periodo su prodotti che hanno una bassa elasticità di offerta, esaurita la quale passerà ad altri settori.
    conclusione: QUANDO IN ECONOMIA UTILIZZIAMO IL CONCETTO DI “SVILUPPO”, CERCHIAMO DI NON DIMENTICARCI QUELLO AD ESSO LEGATO DI “ESTINZIONE”

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