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L’equivoco della responsabilità sociale d’impresa

4 febbraio 2011

C’è una buona intuizione di base: è possibile risolvere il rebus del welfare utilizzando strumenti capitalistici, ma viene sprecata, perché si impongono logiche e comportamenti incoerenti con la capacità di creare ricchezza



A parlare di “responsabilità sociale d’impresa” in Italia non si sbaglia mai. L’Economist riporta una ricerca di Edelman, che come tutti gli anni ha svolto un sondaggio presso la “pubblica opinione informata” (leggi: persone con alto livello di istruzione e di reddito) in un vari paesi indagando, fra l’altro, quanto condivisibile appaia l’affermazione per cui «la responsabilità sociale dell’impresa è aumentare i propri profitti». In una sintesi un po’ brutale, questo è l’argomento di diversi autori che si sono messi contro il vento della “corporate social responsibility”. Il più noto è Milton Friedman, ma si possono ricordare almeno Henry Manne e David Henderson (autore di un libro sul tema: “Gli affari sono affari”, Rubbettino, 2008).
Ebbene, i paesi più scettici in merito sono Spagna, Italia e Germania, dove solo un terzo degli opinion leader si ritrova sulle posizioni di Friedman – contro percentuali ben più rilevanti altrove (negli Usa il 56%, in Svezia quasi il 60%, in Giappone oltre il 70%). Che non fossimo un paese particolarmente liberista, non ce lo doveva dire l’Economist. Però lo stesso “Trust Barometer” della Edelman vede la fiducia nelle imprese aumentare in Italia (“si fida” il 64% degli intervistati) – e, più in generale, ovunque la “buona opinione” prevalente sembra essere quella che esistano, oltre agli azionisti, “stakeholder” altrettanto rilevanti per la dirigenza delle aziende. …
Bisogna sgombrare il campo dagli equivoci. Chi non crede nella “responsabilità sociale d’impresa” non rinuncia affatto all’idea che gli esiti dell’azione imprenditoriale possano essere e anzi siano socialmente benefici. Sottolinea che la prima funzione “sociale” del business risiede nel creare ricchezza. In contesti nei quali la proprietà delle grandi imprese è frazionata e diffusa, come negli Stati Uniti, è ovvio quanto ciò sia “sociale”. Ma ovunque dovrebbe essere chiaro che la buona performance di un’impresa significa almeno due cose. La prima è che quell’azienda è in condizione di crescere, e quindi di offrire più occupazione. La seconda è che se quella ditta va bene, evidentemente viene “premiata” dai consumatori. La precondizione per venire “premiati” dai consumatori è offrire loro prodotti che essi ritengono interessanti, utili e degni delle loro palanche.
D’altra parte, la “corporate social responsibility” si declina in molti modi. In una sua versione, quella presa di petto da Henderson, essa sostanzialmente mira a mettere in capo alle imprese oneri impropri, condizionandone pesantemente l’operatività. La premessa sarebbe che il capitalismo lasciato libero inevitabilmente produce problemi sociali. Siccome l’alternativa tradizionale (la nazionalizzazione) non ha funzionato, meglio allora “ordinare” il comportamento degli attori di mercato, costringendoli a intemalizzare il costo sociale delle proprie iniziative.
Ma ci sono altre versioni, più blande. La mia impressione è che il punto di partenza sia sempre lo stesso: la constatazione del sostanziale fallimento dello Stato, nel garantire la fornitura di tutta una serie di beni e servizi ritenuti socialmente commendevoli. La dottrina della corporate social responsibility, non a caso, emerge dopo il crollo del comunismo e il semicrollo dello Stato imprenditore nei paesi occidentali. A fronte dell’inefficienza del pubblico, si comincia a pensare che di determinati oneri possa farsi carico il privato. La corporate social responsibility, così intesa, è un “complimento” all’efficienza delle imprese capitalistiche. Che restano tuttavia incomprese nella loro essenza. Costringerle, infatti, ad accomodare gli interessi di una lista sempre più ampia di stakeholder, anziché limitarsi a remunerare gli azionisti, significa già snaturarle. Si rischia o la scoperta dell’acqua calda (è importante avere buoni rapporti con maestranze e fornitori), oppure la subordinazione dell’impresa a gruppi d’interesse particolari.
C’è una buona intuizione di base: è possibile risolvere il rebus del welfare utilizzando strumenti capitalistici. Viene sprecata, perché a quegli strumenti si impongono logiche e comportamenti incoerenti con la capacità di fare efficienza che pure tanto si ammira.??In Italia, la corporate social responsibility va di moda da tempo. È al centro delle riflessioni di manager di peso, ci ha scritto sopra un libro anche un banchiere efficientista come Alessandro Profumo (con Giovanni Moro, “Plus Valori. La responsabilitàsociale dell’impresa”, Baldini e Castoldi, 2003 – vedi foto), serve alle aziende per garantirsi radicamento sociale in un paese dove agliattori imprenditoriali spesso è riconosciuta poca legittimità.
La fiducia nelle imprese aumenta ma è difficile dire se l’obiettivo sia stato centrato. O se semplicemente si guarda al mondo degli affari con relativa speranza, perché con tutti i suoi difetti appare uno dei pochi incubatori di classe dirigente, innanzi allo sfacelo dell’università e al permanente disastro della politica. Oppure se più cinicamente persone di alto livello d’istruzione e alto reddito, che quindi operano nella libera impresa o hanno mariti/mogli/padri/figli che vi lavorano, non hanno problemi d’autostima.?
Ad ogni modo, pare che gli italiani “apprezzino” le imprese private, senza capire perché funzionano, quando funzionano. «Non dalla benevolenza del macellaio» ci aspettiamo le bistecche: è il nostro autointeresse che ci porta a cooperare con gli altri.

link: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10024

From → ECONOMIA, POLITICA

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