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Daniel Mitchell: “L’Ue non capisce le cause della crisi”

4 febbraio 2011

Il problema non sono le banche, non è la deregulation, né il “liberismo selvaggio”. Il problema di questi anni è, semmai, l’irresponsabilità delle classi politiche. Ne è convinto Daniel Mitchell ,economista, membro del Cato Institute, il think tank di Washington che, da un trentennio a questa parte, è il primo punto di riferimento del pensiero liberista degli Stati Uniti.

“E’ forte la tentazione di imporre più tasse, anche una tantum, per colmare il debito pubblico” – dice, riferendosi alla proposta della sinistra italiana per una patrimoniale – “Ma questo è un espediente che non ha mai avuto successo e, anzi, ha sempre contribuito a creare un circolo vizioso.

Quando ci sono più entrate fiscali, le classi politiche sono spinte a spendere di più. Maggiori spese richiedono tasse ancora più alte. E a loro volta queste ultime inducono ancora una volta ad aumentare le spese. E così via. Il grande problema degli ultimi anni è proprio quello di una spesa incontenibile, oltre all’incontenibile aumento della pressione fiscale”.

La soluzione drastica è: meno tasse e meno spese. Fare entrambe le cose è possibile? L’Opinione lo ha chiesto allo stesso Daniel Mitchell, incontrandolo a Milano, ospite dell’Istituto Bruno Leoni (l’equivalente italiano del Cato Institute).Dottor Mitchell, ci sono Paesi che hanno seguito la ricetta liberista meno tasse e meno spese e hanno avuto successo? …

Canada, Nuova Zelanda e Slovacchia sono gli esempi migliori.

L’Irlanda ha seguito questa politica tra la fine degli anni ‘80 e primi anni ‘90. La Svezia e la Finlandia nei primi anni ‘90: quando dovevano fronteggiare le loro gravi crisi economiche hanno tagliato la loro spesa pubblica, soprattutto riducendo la massa degli stipendi statali e snellendo i programmi di redistribuzione sociale.

L’Irlanda, però, è ricordata adesso come un pessimo esempio, per la sua crisi economica che ha reso necessario l’intervento europeo. E’ un effetto collaterale del liberismo?

Nell’arco di un ventennio è facile che un Paese rappresenti sia un buon esempio che un cattivo esempio.

Adesso l’Irlanda è un pessimo esempio, ma non a causa del liberismo. Nell’ultimo decennio il governo di Dublino ha aumentato esponenzialmente la spesa pubblica. I redditi erano molto alti, ma si trattava di una bolla. Quando la bolla è scoppiata, la spesa non è stata più sostenibile.

Il colpo di grazia lo ha dato ancora una volta il governo con il bailout alle banche in crisi, cosa che ha fatto scoppiare il debito pubblico. Quel che ci dobbiamo chiedere è: cosa ha gonfiato la bolla? E’ su questo che molti accusano il libero mercato. Ma non credo che l’euro sia “libero mercato”.

Perché è precisamente l’ingresso dell’Irlanda nella moneta unica europea, una decisione politica, che ha fatto crescere la bolla. Il fallimento dell’Irlanda, dunque, non è una sconfitta del welfare tradizionale, né del liberismo. E’ il fallimento dell’euro.

In che modo l’euro ha causato la crisi irlandese?

L’ingresso nella moneta unica è probabilmente la causa numero uno della crisi irlandese. Perché, di fronte ad un’economia in forte crescita, i tassi di interesse non hanno potuto crescere di conseguenza (come sarebbe successo in un’economia di libero mercato), di conseguenza la gente non è stata indotta ad essere più prudente nei propri investimenti.

E questo perché il funzionamento del normale meccanismo di mercato è stato impedito: tutta la politica monetaria è gestita in modo centralizzato dall’Ue.

L’altro esempio europeo che Lei ha fatto è la Slovacchia. Come si è comportata durante la crisi?

Non esistono comportamenti perfetti, ma i governo di Bratislava, in confronti agli altri governi europei, è stato uno dei più responsabili.

Ha mantenuto intatte la sua riforma privatistica della previdenza e la sua flat tax (tassa ad aliquota unica, ndr), ma soprattutto ha tenuto sotto controllo la spesa pubblica.

Viste le dichiarazioni dei governi europei, anche nel corso del forum di Davos, dove tutti hanno chiesto più regole e controlli, si può dire che la lezione della crisi sia stata capita?

A parte la Slovacchia e altri Paesi dell’Est (Estonia, Lettonia, Lituania e Repubblica Ceca, soprattutto) sono molto pessimista sulla classe politica europea.

Praticamente nessuno ha capito che la crisi è stata causata da troppo (e non troppo poco) intervento pubblico. O forse i governi lo hanno capito benissimo, ma non lo vogliono ammettere. Perché quello che vedono è che la crisi ha dato loro un pretesto per avere ancora più potere di intervento sull’economia.

Cosa pensa dei bailout a Grecia e Irlanda e all’istituzione di un fondo comune per salvare altri Paesi in crisi?

Penso che il bailout sia, prima di tutto, un pessimo esempio, oltre che una misura inefficace. Stiamo parlando di soldi che vanno nelle tasche dei governi. Si dà per scontato che il governo sia più razionale nell’allocare le risorse, ma la storia ha dimostrato sempre il contrario.

La Grecia è fallita perché lo Stato ha speso troppo e in maniera troppo irrazionale. Oggi, per ottenere il bailout ha dovuto responsabilizzarsi, ma l’aiuto dall’Ue è comunque un invito a tornare a comportamenti irresponsabili in futuro. Perché instilla l’idea che, se le tue scelte causano un disastro, comunque c’è qualcuno pronto a salvarti.

E’ un invito all’irresponsabilità anche per gli altri Paesi, Spagna e Portogallo, che potrebbero averne bisogno nel prossimo futuro. Ora sanno che, se falliranno, l’Ue è pronta a salvarli.

Non c’è da essere ottimisti, insomma…

No. E non solo per la volontà politica di aumentare l’interventismo statale, ma anche per motivi demografici.

Perché la popolazione europea invecchia, ovunque e molto rapidamente. Sempre più persone dipendono dallo Stato. Se non si mette subito mano a una drastica riforma del welfare, ho paura che si arrivi al caos nei prossimi 10-15 anni.

da L’Opinione

link: http://www.facebook.com/notes/stefano-magni/daniel-mitchell-lue-non-capisce-le-cause-della-crisi/10150092588728680

From → ECONOMIA

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