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Bamboccioni per l’eternità. Giovani viziati dallo ”stato di famiglia”

2 febbraio 2011

Di questi tempi grande attenzione è rivolta alla categoria sociale dei giovani, in parte compatiti perché vivono in un paese senza prospettive di crescita economica, mobilità sociale ed effervescenza culturale, in parte rimproverati in quanto bamboccioni scansafatiche e attaccati alle gonne (e al borsellino) di mammà. Il fenomeno può essere sicuramente esaminato sotto il profilo delle politiche che soffocano la meritocrazia, garantiscono un’università poco costosa ed il posto fisso ai padri, che Alberto Alesina ha ben descritto nel suo articolo del 28 gennaio.

Un altro aspetto riguarda i rapporti familiari e di come la legge e la giurisprudenza incoraggino comportamenti non virtuosi da parte dei giovani che riconcilierebbero filosofi morali ed economisti classici, uniti nel condannare l’otium e l’inefficienza economica che essi comportano.

Prendiamo la recentissima sentenza della Cassazione del 26 gennaio. La Suprema Corte, pur confermando le decisioni con le quali è stato affermato che il mantenimento non è più dovuto ai figli sposati, ha accolto il ricorso di una madre che chiedeva all’ex marito un contributo economico per la figlia maggiorenne e studentessa in medicina che si era sposata con un giovane di Santo Domingo, anche lui studente. …

La coppia di ragazzi, tuttavia, non si era realizzata professionalmente e non era ancora entrata nel mondo del lavoro. Dunque il papà deve continuare a contribuire al mantenimento dell’erede che, ad ogni modo, era sempre rimasta a vivere con la mamma.

Ma in questo caso, ha poi spiegato il collegio, non ricorrono i presupposti tipici del matrimonio, per i quali l’obbligo di sostentamento diventa reciproco solo tra i coniugi, vista la realizzazione di “una comunione materiale e spirituale di vita”, dato che la figliola e il marito erano giovani ed entrambe ancora studenti. Tuttavia, è bene dirlo, non proprio studentelli, in quanto la ragazza aveva già conseguito una laurea breve in scienze motorie ma aveva deciso di proseguire gli studi in medicina e non di mettersi a lavorare.

Fa il paio con questa decisone un’altra, depositata appena 2 giorni prima, il 24 gennaio, con la quale si è condannato un padre al mantenimento di un figlio maggiorenne, iscritto all’università e che già percepiva redditi sia di lavoro, che da parte del padre stesso e della madre. Infatti, secondo la corte, l’autosufficienza economica equivale alla percezione di un reddito corrispondente alla “professionalità acquisita” (insomma, se uno si è laureato in ingegneria e fa il disc-jockey non sarà mai autosufficiente) in relazione alle “normali e concrete condizioni di mercato” (che evidentemente spetterà ai giudici definire). C’è di più: l’onere della prova di dimostrare che il figlio ha un reddito adeguato ricade sul genitore, il quale, ad esempio, dovrà dimostrare che la società dalla quale il giovane percepiva denaro non era “di comodo” né gli varrà far notare che la mamma gli aveva regalato un’autovettura dal valore di 22.000 € (come successo nel caso concreto).

Questo è niente, comunue, rispetto alla condanna al versamento di 1.800 € mensili cui è stato condannato lo scorso marzo un pensionato romano a favore delle figlie rispettivamente di 26 (terzo anno fuoricorso di giurisprudenza) e 30 anni (7° anno fuoricorso di sociologia!). Incidentalmente, la pensione del malcapitato era di 2.500 € al mese.

Le giustificazioni delle sentenze si ritrovano nella legge sostanziale, nelle regole di procedura ed in parte sono frutto di elaborazione giurisprudenziale. Ma qui non interessa quanto siano ferrati in diritto i magistrati né le sensibilità di ciascuno di noi (chi sente il dovere morale e affettivo di mantenere i figli a vita, può sempre farlo), ma quanto siano sballati i principi. Invero, la logica che viene così affermata è contraria all’etica della responsabilità: non c’è un limite oltre il quale si può dire che i virgulti siano “svezzati” e comunque non fino a quando non abbiano realizzato i loro sogni (un lavoro soddisfacente e possibilmente fisso). Ciò incoraggia i giovani a diventare un gruppo di free-rider (termine tecnico per definire gli scrocconi), che non si adattano alle citate “dinamiche del mercato del lavoro”, disdegnano la meritocrazia (come le due sorelline fuoricorso), con ciò favorendo un’ allocazione inefficiente delle risorse. Ovviamente, questa linea di pensiero si coniuga con l’altra, onnipresente in Italia, che per ogni manchevolezza sociale “ci deve pensare lo Stato”. Ed in effetti torna in mente quanto scriveva il sagace economista francese Bastiat, per il quale lo Stato è la grande illusione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle degli altri. Nel Belpaese, dove non ci facciamo mancare niente, allo Stato abbiamo aggiunto la famiglia.

 

di Alessandro De Nicola

link: http://www.facebook.com/notes/alessandro-de-nicola/il-sole-24-ore-30-gennaio-2011-giovani-viziati-dallo-stato-di-famiglia/497456211686

From → GIUSTIZIA, ITALIA

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