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La possibile via italiana al liberalismo

30 gennaio 2011

L’interessante riflessione di Carmelo Palma datata 11 gennaio solleva una questione non da poco: in un Paese che oggi ricorda più la Russia che l’Europa Occidentale, arenato nelle secche del tatticismo e in balia del modello neopartitocratico della “rivoluzionaria” Lega Nord, si può immaginare una via che porta al liberalismo? E da dove dovrebbe passare?

L’Italia è diversa dagli Stati Uniti. Non si può immaginare di importare da un giorno all’altro il mito dell’uomo della frontiera, il sogno della realizzazione individuale come metrica di tutte le scelte, le abitudini radicate alla mobilità territoriale prima ancora che lavorativa. Né sarebbe opportuno farlo: una società liberale non può sorgere portando a forza i cittadini lontani dalle proprie radici storiche e culturali. Si tratta piuttosto di cogliere le particolarità della polity così com’è e rimuovere i vincoli che ne costringono le energie.

La strada più naturale passa dai corpi sociali intermedi. …La nostra è una nazione di famiglie, che  fanno impresa più che negli altri paesi d’Europa; ha una fortissima dimensione locale, di legame con il territorio, spesso anche con le tradizioni; è pervasiva la tendenza ad associarsi su piccola scala, nel solco delle pro loco, delle parrocchie, delle cooperative. Di per sé, la spontanea aggregazione tra privati per perseguire interessi comuni è virtuosa; che debba avere spazio è anzi un punto cardine del pensiero liberale. È evidente che potrebbe costituire la spina dorsale di un’Italia diversa, se solo si riuscisse ad abbandonare il sentiero deteriore che impoverisce e snatura la società civile.

La famiglia oggi più che offrire una rete di protezione emotiva ingabbia i giovani; la valorizzazione dei mondi locali sfocia in grotteschi argomenti etnici; la collaborazione tra imprese con il fine del profitto è sostituita dalla caccia a rendite di posizione; l’informalità di frequente si trasforma in illegalità; modelli di creatività e di auto-organizzazione come i distretti industriali, in passato vincenti, languono.

Da una parte, responsabile è l’invadenza di apparati pubblici non trasparenti e talvolta ben lontani dalle finalità che pur loro competerebbero. Dall’altra, è minoritaria una cultura della dignità umana, che valorizzi l’homo faber nella sua dimensione antropologica e relazionale prima ancora che economica: un soggetto indipendente e creativo, etico e consapevole, in grado di prendere decisioni, di assumere rischi e soprattutto di vivere la comunità a cui sceglie di appartenere come un luogo di apertura, non di arroccamento.

Quando il sistema è incrinato, e saper scivolare tra le sue crepe è sentito come un valore, non cedere alla tentazione diventa difficile. L’individuo ad un tempo corrompe le istituzioni e ne è corrotto: il voto di scambio è l’espressione pessima di questa infelice convergenza. Come liberali proponiamoci quindi di arginare l’ipertrofia del potere, senza dimenticarci di gettare le fondamenta morali e intellettuali perchè il terreno riconquistato sia fertile. Ci siano mille specificità, così come è nel carattere del nostro Paese; particolarismi, nessuno.


di Claudia Biancotti

link: http://www.libertiamo.it/2011/01/25/la-possibile-via-italiana-al-liberalismo/

From → POLITICA

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