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Vendere prima di tassare

28 gennaio 2011

Avviare un tavolo per le dismissioni di un patrimonio che è il 138% del Pil

Ascolta la trasmissione di Oscar Giannino \”Nove in Punto, la versione di Oscar\” sull\’Obiettivo Crescita


In Italia, se qualcosa manca non sono certo i “tavoli”. Ne abbiamo di tutti i tipi: bilaterali, triangolari, rettangolari fino a quaranta posti, di confronto, di studio, di concertazione. Alcuni buoni motivi suggerirebbero di aprirne un altro – promosso dal governo – in tutta fretta: per capire in che misura, e con quali regole efficaci subito, è possibile dare una scossa a un piano di dismissione-privatizzazione (e per una migliore gestione) del patrimonio dello stato. Obiettivo: tagliare il debito ed evitare (o quanto meno limitare al massimo nel caso di un’eventualità del genere) la caduta nella stangata fiscale come frutto dell’Europa che “ce lo impone”. …
I buoni motivi sono almeno tre. Primo: basta dare un’occhiata al timing dell’orologio del debito pubblico, al di là delle previsioni ufficiali (ad esempio il governo prevede un calo rispetto al Pil al 117,5%% e nel 2012, mentre la Commissione europea prospetta un 119,9%). In Italia questo particolare orologio non è in piazza, visibile per tutti i passanti come capita da molti anni a New York. Ma è rintracciabile sul sito dell’Istituto Bruno Leoni e sul Chicago-blog, dove i contatori indicano che ogni secondo il debito cresce di circa tremila euro. La visione può essere ansiogena, però dà la misura del problema: siamo ormai a quota 1.860 miliardi di euro e a un passo dal livello 1.861, cifra simbolica che ci ricorda l’Unità d’Italia e l’imminente centocinquantenario.

Leggi \”Perché mi fa orrore l’esproprio di Stato proposto sul Corriere\” di Oscar Giannino


Secondo motivo. Le difficoltà e le tensioni in cui si dibatte l’Europa sono sotto gli occhi di tutti, così come è ormai risaputo che sulla variabile-debito e sulle politiche di rientro si gioca una bella fetta del destino dell’euro e dell’Europa stessa. Vero è che la nuova governance europea, grazie anche alla battaglia del ministro Giulio Tremonti, prevederà una valutazione del debito con riferimento all’indebitamento privato a noi favorevole (siamo in questo caso circa al 120% del Pil contro il 161% della Francia e i1127% della Germania). Ma è altrettanto un fatto che la partita è senza esclusione di colpi e che i paesi ad alto debito dovranno mettere in pratica piani di rientro assai duri. Mentre ci si dimentica che la Germania, nel pieno della Grande crisi, ha fissato nella Costituzione il limite dello 0,35% del deficit in rapporto al Pil da raggiungere nel 2016. Non ci saranno dunque sconti per comitive di paesi troppo spendaccione.
Terzo motivo. La partita entra nel vivo il prossimo 15 dicembre con il vertice dei capi di stato e di governo dell’Unione e il giorno prima si vota sulla fiducia al governo Berlusconi. Allo snodo decisivo si arriva avendo sullo sfondo il “da farsi” in più previsto dalla nuova governance europea. Qui, può scattare la trappola della stangata fiscale: in condizioni d’incertezza massime, di fronte all’emergenza, può salire il coro favorevole a disegnare una manovra che punta a entrate certe subito. Magari una patrimoniale (ancorché prospettata a vantaggio dei redditi medio bassi), un intervento sulle attività finanziarie (e dunque sul risparmio), una tassa modello “eurotassa” come quella varata per l’entrata nell’euro, o un qualcosa tipo il prelievo una tantum sui conti correnti dei primi anni 90. Emergenza per emergenza, tutto potrebbe essere giustificato.
Cosa può fare il governo che richiama al fatto di “non aver messo le mani in tasca ai cittadini” e che profila (ma i tempi sono lunghi) una riforma complessiva del fisco? Verificare subito se è possibile attivare un piano straordinario di dismissioni pubbliche (immobiliari, ma anche societarie e delle concessioni, oltre alla giungla delle società del capitalismo municipale) per tagliare con un colpo secco (il vendibile ammonta a circa 500 miliardi) una quota del debito. Del resto, la stessa presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, rispondendo al “vendere, vendere” lanciato a ottobre dal direttore del Foglio di Giuliano Ferrara, aveva ricordato che l’attivo patrimoniale pubblico corrisponde ai 138% del Pil.
È facilè? No, è difficilissimo. Ma meriterebbe una verifica subito e un tavolo ad hoc, se non altro per dimostrare che si fa di tutto per evitare eventuali, prossime stangate.

di Guido Gentili, da Brunoleoni.it

link originale: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9852

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