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Tasse, se le conosci le detesti

28 gennaio 2011

Sono stati diffusi in questi giorni i risultati di una ricerca realizzata del Censis sul rapporto tra cittadini e sistema tributario.
I dati confermano una generica percezione di un fisco troppo esoso; per l’81,1% degli intervistati, infatti, le tasse risultano troppo alte, mentre oltre un contribuente su tre (il 36,2%) giudica ingiusto l’attuale sistema fiscale.
Tuttavia, al di là di questi dati generali, quello che colpisce maggiormente è la graduatoria delle tasse più “indigeste” che emerge da questo studio.

Secondo il 47,3% degli intervistati la tassa più sgradita ai nostri concittadini è il canone RAI, seguita dal bollo auto (14,5%), dall’ICI (12,7%) e dalla tassa sulla nettezza urbana (12,1%), mentre l’IRPEF (11,6%) si colloca solamente al quinto posto, dietro a tutte le imposte precedenti.
Questa classifica è molto significativa e dovrebbe essere l’oggetto di una riflessione approfondita e non solamente di una mera registrazione statistica. …
Perché la gente odia così tanto il canone RAI e non prova invece lo stesso sentimento di avversione – che so – per il fatto che parte dei propri soldi vadano al Fondo Unico per lo Spettacolo o ai finanziamenti alla pro loco?
E perché alla gente stanno antipatici il bollo auto o la tassa sulla nettezza urbana più che la frazione delle loro tasse che va a finanziare l’Istituto Agronomico per l’Oltremare, l’Ente Italiano della Montagna, l’Opera Nazionale dei Figli degli Aviatori e l’Ente per le Ville Vesuviane?
La risposta non è difficile. Le tasse detestate dalla maggior parte delle persone sono quelle visibili, quelle che la gente paga in modo esplicito togliendosi i soldi di tasca.
L’impatto psicologico di dover mettere mano al portafoglio, da un lato, dà una percezione immediata del fatto che quanto lo Stato offre è davvero finanziato con il denaro della gente, dall’altro conduce ad una considerazione più critica della qualità (e dell’effettiva utilità) dei servizi offerti.
Così, sono in parecchi a destra come a sinistra ad essere infastiditi dall’idea di dover pagare il canone RAI, perché “questa RAI non vale i nostri soldi”. Invece sono molti meno quelli che giungono alla conclusione che “questo cinema italiano non vale i nostri soldi”,  che “questa gestione del patrimonio artistico e culturale non vale i nostri soldi” o che “questa scuola pubblica non vale i nostri soldi”.

I dati più recenti mostrano come l’Italia sia ormai il terzo paese al mondo per pressione fiscale in rapporto al PIL ed il primo in assoluto per pressione fiscale effettiva cioè rapportata al PIL non sommerso, quello sul quale insistono le imposte.
La vera ragione per la quale gli italiani, al di là di un’insofferenza di maniera, all’atto pratico restano tolleranti verso un fisco così vorace è che, con pochissime eccezioni (come appunto il canone RAI o le tasse sui rifiuti), il sistema di prelievo è strutturato con l’obiettivo di occultare agli occhi del cittadino la destinazione delle tasse ed i veri costi della macchina pubblica.
Questo avviene sia negando al contribuente un breakdown trasparente delle tasse pagate in effettive voci di spesa, sia attraverso il meccanismo del sostituto d’imposta che sembra fatto apposta per alimentare in una larga porzione del paese l’illusione della gratuità dei servizi statali.

Nei fatti un lavoratore subordinato ha una percezione concreta esclusivamente del “netto” e tende ad attribuire la sua entità alle sole dinamiche di negoziazione individuale e collettiva con il datore di lavoro. Di conseguenza in molti casi i dipendenti si sentono persone dallo stipendio basso, bisognose dei servizi resi disponibili dallo Stato e – va da sé – colpite da qualsiasi tentativo di ridurre tali servizi, fosse anche per efficientare il sistema.
Sono invece sovente indifferenti alla questione della riduzione delle imposte, per la semplice ragione che non hanno la reale sensazione di pagarle – quando invece secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate pagano più tasse degli stessi lavoratori autonomi.

La mancanza di trasparenza del sistema tributario è naturalmente strategica per la classe politica, in quanto fa sì che i contribuenti non possano esprimere nessun giudizio analitico sul modo in cui sono spesi i loro soldi e che debbano accontentarsi del generico assunto che le tasse siano – per usare le parole di Padoa Schioppa – “un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili”.
Al tempo stesso la possibilità di giocare sul mix tra tasse visibili e tasse meno visibili consente a chi governa di fornire all’occorrenza agli elettori l’illusione che le imposte stiano scendendo. E’ il caso dell’attuale premier che grazie ad alcune mosse ad effetto quali l’abolizione della tassa di successione e dell’ICI sulla prima casa si è potuto guadagnare un’immeritata patente di amico dei contribuenti – indipendentemente dal fatto che sotto i suoi governi la pressione del fisco si sia nel complesso accresciuta.

Sarà impresa improba rilanciare un processo di riduzione della presenza dello Stato e della mediazione politica, se non si lavorerà prima per diffondere in questo paese una vera consapevolezza fiscale. Questa è senz’altro una delle sfide culturali che ci attendono nell’immediato futuro.

di Marco Faraci

link: http://www.libertiamo.it/2011/01/25/tasse-se-le-conosci-le-detesti/

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