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Federalismo. La riforma? Così è un pasticcio statalista

26 gennaio 2011

Un vero federalismo fiscale è quel sistema di “ingegneria finanziaria” che attribuisce ad ogni livello di governo – lo Stato e le autonomie locali – la responsabilità di tassare i cittadini e di usare quelle risorse per l’esercizio delle funzioni assegnate. Spetterebbe al singolo comune, per esempio, reperire in piena autonomia i fondi necessari per la raccolta dei rifiuti, per i servizi sociali e via dicendo. Allo stesso modo, sta alle Regioni finanziare con entrate proprie l’erogazione dei servizi sanitari, di cui sono costituzionalmente responsabili. Anche nei modelli federali più spinti, poi, esistono meccanismi di “ammortizzazione” delle disparità territoriali e personali. Questo è il federalismo fiscale, un modo di coniugare competizione tra territori e disciplina amministrativa, un modello attraverso il quale i cittadini sanno sempre chi li sta tassando e per cosa.

La riforma Calderoli era partita con una legge-delega accettabile. In corso d’opera sta invece diventando un pasticcio …, di cui l’ultimo decreto legislativo in discussione – sul fisco municipale – rappresenta una manifestazione emblematica. Anziché puntare, come propone Mario Baldassarri, su due leve tipiche dell’autonomia comunale nei paesi federali – la tassazione degli immobili, prima casa inclusa, e quella dei consumi realizzati sul territorio, con una compartecipazione IVA magari modulabile – il Governo si muove in una direzione antitetica al federalismo. Alla Lega (e il PdL lascia fare) non interessa attribuire ai comuni del Nord maggiore autonomia e responsabilità, ma solo una porzione maggiore del gettito statale. Il decreto individua come prioritaria fonte di finanziamento dei comuni una compartecipazione Irpef al 2%: che sia Roma a tassare, che siano i comuni a spendere; i leghisti vogliono continuare a chiamare “ladrona” la Capitale, al contempo elogiando la “buona spesa” dei sindaci padani.

Con l’Imposta Municipale Unica rimandata al 2014, l’altra grande entrata per i comuni prevista dal decreto sarà la cedolare secca sugli affitti. Le perplessità sono profonde. Da molti anni si attende un regime di tassazione più leggero per i redditi da locazione, per consentire l’emersione del nero e soprattutto l’abbattimento del livello dei prezzi per gli inquilini. Ma la cedolare è un buon pilastro del fisco municipale solo se accompagnata da un’imposta immobiliare sull’abitazione principale: la prima avvantaggia i comuni con un “parco-locazioni” ampio e di valore; la seconda serve ai comuni a popolazione più stanziale, con molte prime case e pochi affitti. Il decreto fa l’opposto: affianca alla cedolare – peraltro al 23%, senza deduzioni per gli inquilini e su una base imponibile più ampia di oggi – la tassazione delle seconde case, l’unica possibile stante l’impuntatura di Berlusconi contro ogni imposta che ricalchi il modello dell’ICI prima casa (nemmeno nella formula proposta da Baldassarri, un’imposta pienamente detraibile dall’Irpef). Lo squilibrio è garantito: grandi città e città di villeggiatura godranno di molte risorse, le realtà “dormitorio” e i piccoli centri sopravvivranno – forse – grazie alla questua degli altri, i salvataggi statali e il fondo perequativo, su cui il decreto legislativo ha scelto incredibilmente di non pronunciarsi, demandando il funzionamento alla Conferenza Stato-enti locali. Con questo decreto non si federalizza, ma si statalizza la finanza locale. Il Governo si fermi e accetti le proposte dei veri federalisti. (pubblicato su Il Secolo d’Itala di sabato 22 gennaio 2011)

di Piercamillo Falasca

link: http://www.libertiamo.it/2011/01/22/la-riforma-cosi-e-un-pasticcio-statalista/

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