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Dall’effetto serra alla pianificazione economica

26 gennaio 2011

di Bjørn Lomborg*


Il riscaldamento globale è divenuto la maggiore preoccupazione ambientale dei nostri giorni. Vi sono pochi dubbi che il genere umano abbia influenzato le concentrazioni atmosferiche d’anidride carbonica, e che questo a sua volta abbia un effetto sulla temperatura: ma dobbiamo distinguere le iperboli dalla realtà allo scopo di compiere scelte razionali per il futuro.

 

La temperatura media globale è aumentata di circa 0,6°C nell’arco dello scorso secolo, ed è probabile che ciò sia dovuto in parte a un effetto serra antropogenico. Tuttavia, l’impressione che vi sia una cesura netta rispetto a quanto accadeva nei secoli precedenti è senz’altro fuorviante.

 

Le ipotesi sulla sensibilità del clima ai gas serra avanzate dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che prevedono un innalzamento della temperatura tra 1,5 e 4,5°C, non hanno subito modifiche negli ultimi 25 anni. Questo indica una completa inadeguatezza del modello, perché ancora non sappiamo se vivremo in un mondo in cui a un raddoppio delle concentrazioni di CO2 corrisponderà un aumento della temperatura piuttosto ridotto (1,5°C) o molto grave (4,5°C). …
Tutte le previsioni dell’IPCC di basano sulla simulazione del clima per mezzo di supercomputer, attraverso i cosiddetti Atmosphere-Ocean General Circulation Models (AOGCM, noti anche come GCM), ma vi sono ancora problemi sostanziali per quel che riguarda il comportamento degli aerosol, il feedback del vapore acqueo e le nubi. In tutti e tre i casi, la ricerca sembra indicare una sensibilità del clima alla CO2 inferiore a quanto si pensava.

 

Coi suoi nuovi 40 scenari, l’IPCC ha esplicitamente rigettato l’idea di prevedere il futuro. Al contrario, ci ha fornito favole scritte al computer, basate sullo sviluppo di variabili cruciali dipendenti dalle scelte iniziali e dipingendo scenari “come si spera che vengano”.
Sebbene l’ampiezza degli scenari sia ampia, tre di essi ci assicurano un mondo molto più ricco. Il beneficio totale è di oltre 107 trilioni di dollari, pari a 20 volte i costi totali del riscaldamento globale.

 

Per fare un paragone, noi spendiamo tra l’1 e il 2% del prodotto lordo per l’ambiente. Se continuassimo a spendere il 2% di un PIL sempre crescente, finiremmo per disporre di circa 18 trilioni di dollari nel corso del ventunesimo secolo.
Un’analisi ragionevole suggerisce che le fonti rinnovabili, specie il sole, saranno competitive, o addirittura sbatteranno fuori dal mercato i combustibili fossili verso la metà del secolo. Questo significa che è assai probabile che le emissioni di carbonio seguano il più blando degli scenari IPCC.

 

Il riscaldamento globale, inoltre, non ridurrà la produzione globale di cibo; probabilmente non accrescerà le tempeste o la frequenza dei terremoti; non aumenterà l’impatto della malaria o, addirittura, non causerà più morti. E’ anche improbabile che le inondazioni causino più vittime, perché un mondo molto più ricco sarebbe meglio in grado di proteggersi. Il riscaldamento globale, comunque, avrà costi notevoli, pari a circa 5 trilioni di dollari.

 

Per giunta, le conseguenze del riscaldamento globale colpiranno in modo particolare i paesi in via di sviluppo, mentre i paesi industrializzati potrebbero addirittura trarre beneficio da un riscaldamento moderato, inferiore ai 2-3°C. I paesi in via di sviluppo saranno colpiti più pesantemente soprattutto perché sono poveri, e quindi dispongono di una minore capacità di adattamento.

 

Nonostante l’idea che dovremmo fare qualcosa di drastico contro l’effetto serra, le analisi economiche mostrano che tagliare radicalmente le emissioni di CO2 sarebbe di gran lunga più costoso di adattarsi alle temperature in aumento.

 

Le analisi economiche indicano che, a meno che il Protocollo di Kyoto non sia adottato in forma di quote di emissione liberamente scambiabili, che garantirebbero un coinvolgimento del Terzo Mondo, il mondo starebbe peggio. Per di più, l’effetto di Kyoto sul clima sarà minuscolo: dell’ordine di 0,15°C nel 2100. Sarebbe la stessa cosa che rinviare l’aumento della temperatura di appena sei anni.

 

Nel lungo termine, un Protocollo di Kyoto con lo scambio globale di emissioni sarebbe meno efficiente di una politica economica ottima (dove c’è un trade-off ottimale tra l’impatto delle limitazioni al riscaldamento globale e l’impatto del riscaldamento globale stesso), ma anche quella politica eliminerebbe appena l’11% delle emissioni di CO2 e diminuirebbe di poco l’aumento della temperatura.

 

Se, d’altro canto, Kyoto venisse adottato senza uno scambio globale di emissioni, o anche se si finisse per concedere uno scambio tra le sole nazioni ricche (i paesi elencati nell’Annex 1), non solo sarebbe quasi inconsistente dal punto di vista del clima, ma implicherebbe un poco accorto uso delle risorse. Il costo globale per un solo anno sarebbe più alto del costo necessario a fornire all’intero mondo strutture sanitarie e acqua potabile – il che risparmierebbe, secondo le stime, due milioni di morti e salverebbe mezzo miliardo di persone da gravi malattie ogni anno. Se non si adottasse nessun meccanismo di scambio delle quote di emissioni, i costi globali rasenterebbero 1 trilione di dollari, pari quasi a cinque volte il costo di tutta l’acqua e le strutture sanitarie del mondo.

 

Se dovessimo andare avanti come molti chiedono, tentando di ridurre le emissioni al livello globale del 1990, il costo netto per la società supererebbe i 4 trilioni di dollari, paragonabili quasi al costo del riscaldamento globale stesso. Analogamente, un limite all’aumento della temperatura costerebbe da 3 a 33 trilioni di dollari ulteriori.

 

Questo mostra che dobbiamo pensare due volte prima di agire contro il riscaldamento globale. Se non assicuriamo un sistema di scambio globale delle emissioni, il mondo ne sarà danneggiato. Se andiamo molto oltre una riduzione dell’11% della CO2 globale, il mondo ne sarà danneggiato. E questa conclusione non viene da un solo modello.

 

Quasi tutti i maggiori modelli computerizzati concordano che, anche se tutte le conseguenze potessero essere prese in considerazione, “colpisce il fatto che la politica ottimale implichi poche riduzioni delle emissioni fino alla metà del prossimo secolo a dire poco”. Allo stesso modo, un altro studio ha concluso che “il messaggio di questo modello dichiaratamente semplice sembra essere che conta poco se le emissioni saranno tagliate oppure no, importa solo che i protocolli volti a stabilizzare le emissioni o le concentrazioni siano evitati”.

 

Una recente panoramica ha concluso che il primo suggerimento ottenuto da questi modelli era che “tutto sembra dimostrare che un ampio abbattimento [delle emissioni] nel breve termine non è giustificato”. Una conclusione fondamentale di un incontro tra autori di modelli era: “le attuali valutazioni indicano che la politica ‘ottima’ richiede un livello di controllo della CO2 relativamente modesto”.

 

Infine, si dice che gli sforzi per combattere il riscaldamento globale costituiscono un’assicurazione politica contro gli eventi estremi. Quando sono inclusi nei modelli computerizzati, essi non cambiano in misura apprezzabili, ma la mentalità dell’assicurazione può essere giustificata da coloro che manifestano un’elevata avversione al rischio. Questo, però, non muta il fatto che sarebbe assai meglio investire altrove, per esempio nel mondo in via di sviluppo.

 

In questo caso, il punto è che, pur con le migliori intenzioni di fare qualcosa in merito al riscaldamento globale, potremmo finire per assegnare alla comunità globale un costo assai più alto, perfino doppio, di quello imposto dal solo riscaldamento globale. Dato che è improbabile che Kyoto venga adottato con un sistema di quote scambiabili, se non altro a causa dell’incredibile quantità di diritti di emissione da distribuire all’inizio e della conseguente redistribuzione, Kyoto rappresenta uno spreco di risorse globali. Se vogliamo fare del bene, dobbiamo spendere le nostre risorse in modo più saggio.

 

*Prefazione al libro “Dall’effetto serra alla pianificazione economica” (Facco Editore)

link: http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11990:dalleffetto-serra-alla-pianificazione-economica&catid=1:latest-news

From → ECONOMIA

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