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Ma le tariffe delle polizze non le fa la legge

24 gennaio 2011

L’Rc auto è la metafora perfetta di un’Italia dove troppe rigidità e una giustizia inefficiente fanno scappare le imprese


di Alberto Mingardi


Le tariffe dell’Rc auto sono un tormentone periodico nel nostro paese. Per i consumatori sono troppo alte. L’Isvap, regolatore del settore, dichiara possibile una riduzione dei prezzi. Le assicurazioni chiedono l’istituzione di una agenzia anti-frode per mettere un freno alla pratica dei finti incidenti, sinistri mai avvenuti e denunciati solo per ottenere soldi alle compagnie. Il governo annuncia azioni risolutive, in tutta evidenza convinto che sia nei suoi legittimi poteri “fare i prezzi” quando quelli di mercato non gli garbano. 

Del problema, si cominciò a parlare a pochi anni dalla liberalizzazione. L’eternamente temibile “cartello degli assicuratori” è già passato sotto le cure dell’Antitrust. Nel 2000 l’Autorità multava per 700 miliardi di lire 38 diverse compagnie assicurative. Veniva imputato loro uno scambio di informazioni “improprio”, che avrebbe avuto luogo attraverso una società terza che di mestiere raccoglieva, elaborava e distribuiva una gran messe di dati sull’assicurazione auto. Ciò avrebbe concorso a determinare premi più elevati di quelli attesi in un mercato concorrenziale.

In un contributo contenuto in un libro uscito a mia cura (Cartello a perdere. Assicurazioni, antitrust e scambio d’informazioni , Rubbettino, 2008), attraverso il confronto fra voci di spesa e quelle relative agli incassi per l’Rc auto nel periodo 1994-1999 Massimiliano Trovato dimostrava come questa presunta intesa non avesse determinato profitti. Il “capo d’imputazione”, insomma, risultava molto debole: veniva considerato illecito lo scambio d’informazione di per sé, non emergevano prove circa il fatto che dal presunto cartello le assicurazioni avessero tratto profitto.

Di quella decisione ci si ricorda per il cosiddetto decreto “salva-compagnie”, su cui si spese l’allora ministro Marzano, e che mise un argine alla grandinata di ricorsi dei consumatori che rischiava di abbattersi sulle imprese del ramo. Pochi anni dopo, l’Antitrust volle sanzionare nuovamente l’associazione degli assicuratori, l’Ania, perché distribuiva alle sue associate e ai carrozzieri un cd che conteneva valutazioni sui costi di riparazione dei più diffusi veicoli in commercio. L’accordo, che aveva lo scopo di sostenere i costi dei risarcimenti entro parametri condivisi (arginando micro-comportamenti poco virtuosi ma molto comuni), veniva considerato di nuovo sintomo di un’intesa indebita. In questo caso, il Consiglio di stato ha ribaltato la decisione.
Morale? Le assicurazioni saranno pure avide e malvagie, ma se siamo ancora qui a discutere delle stesse questioni dieci anni dopo, allora il problema è altrove. Se aver sgominato un cartello che non produceva profitti non ha avuto effetti apprezzabili sui rincari, forse bisognerebbe chiedersi se non ci sono altre e più serie cause ambientali.

In Italia, l’incidenza delle frodi sul totale dei sinistri resta altissima. Ciononostante, ancora non esiste un’agenzia anti-frode, considerata lesiva della privacy. Le assicurazioni hanno l’obbligo a contrarre: ovvero debbono stipulare una polizza senza l’applicazione di alcuna discriminazione territoriale. Quest’obbligo ha ricevuto una sorta di placet dalla Corte di giustizia europea, ma contribuisce a rendere più difficile prezzare correttamente il rischio – a scapito della concorrenza e degli onesti. Viene difficile biasimare un assicuratore che sceglie di stare alla larga dal nostro paese causa gli imbrogli, che si verificano soprattutto nel Sud, dove il numero dei sinistri fraudolenti è ben superiore al 2,5% nazionale (le frodi accertate sono pari al 12,2% degli incidenti a Caserta, all’11,4% a Napoli, all’8,9% a Foggia).

L’Rc auto è la metafora perfetta di un’Italia dove troppe rigidità e una giustizia inefficiente fanno scappare le imprese, e dove una parte importante del paese resta di fatto sottratta alla rule of law. E questa eterna questione italiana non potrà mai essere risolta da uno stato che grida all’untore, detta i prezzi o moltiplica i suoi ruoli in commedia. Soprattutto se proprio lo stato non si occupa di quello che a dire il vero sarebbe il suo core business: ordine pubblico e amministrazione della giustizia. (Da Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2011)

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