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La genesi dello Stato

23 gennaio 2011

Questo articolo è un’estratto dal capitolo 1 de The State: its History and Development Viewed Sociologically.


di Franz Oppenheimer

Una singola forza spinge tutta la vita; una forza l’ha sviluppata, dalla singola cellula, dal granello di polvere che fluttuava nel caldo oceano del periodo preistorico, ai vertebrati, fino all’uomo. Quest’unica forza è la tendenza di provvedere alla vita, biforcata in “brama ed amore”.

All’inizio della società umana, e nella sua graduale evoluzione, questa tendenza spinge se stessa avanti in varie bizzarre idee chiamate “superstizioni”. Queste sono basate su conclusioni puramente logiche di osservazioni incomplete su aria, acqua, terra, fuoco, animali e piante, che paiono dotati di una schiera di spiriti sia gentili sia maligni. Si potrebbe dire che nei tempi moderni, ad uno stadio conseguito solo da molte poche razze, sorga anche la giovane figlia del desiderio per la causalità, cioè la scienza, come un risultato logico di osservazioni complete sui fatti — la scienza ora è richiesta per sterminare la superstizione ampiamente estesa, che, con innumerevoli trame, si è radicata nell’anima dell’umanità. …

Seppur potente, specialmete nel momento dell’ “estasi”, la superstizione potrebbe aver influenzato la storia, seppur potente, anche in tempi ordinari potrebbe aver cooperato nello sviluppo della vita comune dell’uomo; la forza principale del progresso deve essere ancora riconosciuta nella vita, la quale forza gli uomini ad acquisire per sè stessi e per la loro famiglia il nutrimento, l’abbigliamento e la casa. Ciò rimanda, di conseguenza, all’impulso “economico”. Un’investigazione — e ciò significa una di tipo socio-psicologico — sociologica del progresso della storia non può, quindi, svilupparsi se non seguendo i metodi con cui i bisogni economici vengono soddisfatti nella loro graduale apparizione e facendo attenzione alle influenze dell’impulso della casualità al posto giusto.

Mezzi Politici ed Economici

Ci sono due mezzi fondamentalmente opposti in base a cui l’uomo, alla ricerca di sostentamento, è spinto ad ottenere i mezzi necessari per soddisfare i suoi desideri. Questi sono il lavoro ed il furto, il lavoro stesso e l’appropriazione forzata del lavoro di altri.

Il furto! L’appropriazione forzata! Queste parole ci trasmettono idee di crimine e di carcere, dal momento che siamo i contemporanei di una civiltà sviluppata, specificamente basata sull’inviolabilità della proprietà. E questo non è perso quando siamo convinti che il furto per mare e per terra è la relazione primitiva della vita, proprio come il commercio dei guerrieri — che per un lungo periodo di tempo fu solo organizzato sul furto di massa che costituisce la più rispettata delle occupazioni. A causa di ciò ed anche dal bisogno di avere, nel successivo svolgimento di questo studio composto da termini opposti, chiari, secchi e nitidi per questi contrasti molto importanti, propongo nell’attuale discussione di chiamare il lavoro di qualcuno e l’equivalente scambio del lavoro di qualcuno per il lavoro di altri, i “mezzi economici” per la soddisfazione di bisogni, mentre l’appropriazione non corrisposta del lavoro di altri sarà chiamata “mezzi politici”.

L’idea non è del tutto nuova; i filosofi nella storia hanno sempre trovato questa contraddizione ed hanno provato a formularla. Ma nessuna di queste formulazioni ha completamente portato la premessa al suo logico fine. Da nessuna parte è mostrato chiaramente che la contraddizione consiste solo nei mezzi con cui l’identico scopo, l’acquisizione di oggetti economici di consumo, è ottenuto. Tuttavia questo è il punto critico del ragionamento.

Nel caso di un pensatore del calibro di Karl Marx si potrebbe osservare quale confusione sia causata quando lo scopo economico ed i mezzi economici non sono strettamente differenziati. Tutti questi errori, che infine portano la splendida teoria di Marx molto lontana dalla verità, si basavano sulla mancanza di una chiara differenziazione tra i mezzi di soddisfazione economica dei bisogni ed il relativo scopo. Ciò lo porto a designare la schiavitù come una “categoria economica” e la forza come una “forza economica” — mezze verità che sono molto più pericolose di verità non dette, dal momento che la loro scoperta è molto difficile e le false conclusioni da esse sono inevitabili.

Dall’altro lato la nostra nitida differenza tra i due mezzi che puntano allo stesso fine ci aiuterà ad evitare ogni simile confusione. Questa sarà la nostra chiave per una comprensione dello sviluppo, dell’essenza e dello scopo dello Stato; e dal momento che tutta la storia fino a qui è stata solo la storia degli Stati, verso una comprensione della storia. Tutta la storia del mondo, dai tempi preistorici fino ai nostri civilizzati, presenta una singola fase, cioè una competizione tra i mezzi economici e politici; e si può presentare solo questa fase finchè non si raggiunge la libera cittadinanza.

Persone Senza uno Stato: Cacciatori e Coltivatori

Lo stato è un’organizzazione dei mezzi politici.

Nessuno Stato, perciò, può esistere finchè i mezzi economici hanno creato un numero definito di oggetti per la soddisfazione dei bisogni, i quali oggetti possono essere presi o sequestrati con un furto bellicoso. Per questa ragione i cacciatori preistorici erano senza uno Stato; e perfino i più sviluppati cacciatori divennero parte di una struttura-Stato solo quando scoprirono nei loro vicini un’organizzazione economica evoluta che potevano soggiogare. Ma i cacciatori primitivi vivevano praticamente in anarchia.

Grosse parla in generale dei cacciatori:

“Non ci sono differenze essenziali di ricchezza tra di loro e quindi una fonte principale per l’origine delle differenze nella classe sociale è mancante. In generale tutti gli adulti nella tribù godono di diritti uguali. Gli anziani, grazie alla loro maggiore esperienza, hanno una certà autorità; ma nessuno si sente legato a rendere loro obbedienza. Quando in alcuni casi i capi sono riconosciuti — come per i Botokude, i Central Californians, i Weeda ed i Mincopie — il loro potere è estremamente limitato. Il capotribù non ha nessun mezzo per imporre i suoi desideri contro la volontà degli altri. La maggior parte delle tribù dei cacciatori, tuttavia, non ha alcun capotribù. L’intera società degli uomini ancora forma una massa omogenea indifferenziata, in cui solo quegli individui che ottengono importanza si crede che abbiano poteri magici.”[1]

Qui esiste scarsamente un “barlume di Stato”, anche nel senso di teorie ordinarie dello Stato, ancora meno nel senso dell’idea sociologica corretta di Stato.

La struttura sociale dei contadini primitivi ha difficilmente più somiglianza ad uno Stato rispetto a quella dei cacciatori. Dove il contadino, lavorando il terreno con la zappa, vive in libertà, non cè infatti alcun “Stato”. L’aratro è sempre il segno di una condizione economica più alta che avviene solo in uno Stato; vale a dire, in un sistema di lavoro in piantagioni portato avanti da schiavi soggiogati.[2] I coltivatori vivono isolati l’uno dall’altro, sparpagliati nel paese in appezzamenti di terra separati, forse in villaggi, divisi a causa di litigi sulle zone o sui confini delle fattorie. Nel migliore dei casi vivono in deboli associazioni organizzate, tenute insieme da giuramenti, unite solo approssimativamente dal legame che la coscienza della stessa discendenza, della stessa lingua e delle stesse credenze impone su di loro. Si riuniscono forse una volta all’anno nella celebrazione comune di famosi antenati o del dio tribale. Non esiste un’autorità governante sull’intera massa; i vari capotribù di un villaggio, o possibilmente di una zona, possono più o meno avere un’influenza in sfere circoscritte, in dipendenza di solito dalle loro qualità personali e specialmente dai poteri magici che sono attribuiti loro. Cunow descrive i contadini Peruviani prima l’incursione degli Incas come segue: “Una vita non regolata vissuta l’uno accanto all’altro, tribù reciprocamente in conflitto che erano divise più o meno in unioni autonome territoriali, tenute insieme da vincoli di parentela.”[3] Si potrebbe dire che tutti i contadini primitivi del vecchio e del nuovo mondo erano di questo tipo.

In una simile stato di società, è difficilmente pensabile che una organizzazione bellicosa possa realizzarsi per scopi offensivi. E’ sufficientemente difficile mobilitare i clan, o addirittura le tribù, per la difesa comune. Il contadino manca sempre della mobilità. E’ attaccato al terreno come le piante che coltiva. Infatti il lavoro dei suoi campi lo rende “legato al terreno” (glebae adscriptus), anche se, in assenza di legge, ha libertà di movimento.

Quale effetto, per di più, avrebbe una spedizione di saccheggio in un paese che per tutta la sua estensione è occupato solo da contadini? Il contadino può sottrarre dal contadino nient’altro che già non abbia. In una condizione societaria segnata da superfluità di terreno agricolo, ogni individuo contribuisce solo con un piccolo lavoro data la vasta coltura. Ognuno occupa tanto territorio di quanto ha bisogno. Di più sarebbe superfluo. La sua acquisizione sarebbe un lavoro perso, anche se il suo proprietario fosse in grado di conservare per qualsiasi periodo di tempo il grano prodotto così garantito. In condizioni primitive, tuttavia, questo si rovina a causa di cambiamenti atmosferici, formiche, o altri agenti. Secondo Ratzel, il contadino del Centro Africa deve convertire la porzione superflua del suo raccolto in birra il più presto possibile in modo da non perderlo interamente!

Per tutte queste ragioni i contadini primitivi erano totalmente in mancanza di quel desiderio bellicoso per andare all’attacco, il che è il segno distintivo tra cacciatori e pastori: la guerra non può migliorare le loro condizioni. E questo atteggiamento pacifico è rafforzato dal fatto che l’occupazione del contadino non lo rende un guerrieri efficiente. E’ vero che i suoi muscoli sono forti ed ha capacità di resistenza, ma è lento nel movimento ed apatico ad arrivare a decisioni mentre i cacciatori ed i nomadi a causa dei loro modi di vivere sviluppano velocità di movimento e rapidità d’azione. Per questa ragione il contadino primitivo è di solito di un temperamento più gentile.

Per riassumere: entro le condizioni economiche e sociali dei distretti dei contadini, non si può trovare alcuna differenziazione per una più alta forma di integrazione. Non esiste né l’impulso né la possibilità per l’assoggettamento bellicoso dei vicini. Non può sorgere alcuno “Stato”; e, infatti, da simili condizioni sociali nessuno Stato è mai sorto. Se non ci fosse stato alcun impulso dall’esterno, da gruppi di uomini nutriti in un modo differente, il coltivatore primitivo non avrebbe mai scoperto lo Stato.

Persone Antecedenti lo Stato: Pastori e Vichinghi

I pastori al contrario, anche se isolati, hanno sviluppato un’intera serie di elementi dello Stato; e nelle tribù che sono progredite ulteriormente, hanno sviluppato questo aspetto nella sua totalità con la singola eccezione dell’ultimo punto di identificazione che completa lo Stato nel suo senso moderno, vale a dire, con l’eccezione solo della definitiva occupazione di un territorio circoscritto.

Uno di questi elementi è di tipo economico. Anche senza l’intervento di una forza extra-economica, si potrebbe ancora sviluppare tra i pastori una sufficiente differenziazione di proprietà ed entrate. Affermando ciò, all’inizio, c’era completa eguaglianaza nel numero del bestiame, tuttavia in un breve periodo di tempo un uomo potrebbe essere più ricco ed un altro più povero. Un’allevatore specialmente intelligente vedrà il suo gregge aumentare rapidamente, mentre un sorvegliante specialmente attento ed un audace cacciatore lo salvaguerderanno dalla decimazione da parte dei predatori. Anche l’elemento fortuna influenza il risultato. Uno di questi allevatori trova un buon terreno per il pascolo e posti idricamente salutari; un altro perde la sua intera mandria a causa della pestilenza, o di una slavina o di una tempesta di sabbia.

Le distinzioni nella fortuna rapidamente causano una distinzione di classe. Il pastore che ha perso tutto deve farsi assumere dal ricco; e ponendosi sotto di lui, ne diventa dipendente. Dovunque il pastore viva, in tutte e tre le parti dell’antico mondo, troviamo la stessa storia. Meitzen relaziona sui Lapponi, nomadi della Norvegia: “Trecento renne sono sufficienti per una famiglia; chi ne possiede solo un centinaio deve entrare al servizio del più ricco, la cui mandria sale fino ad un migliaio di capi.”[4]

Lo stesso scrittore, parlando dei nomadi dell’Asia Centrale, dice: “Una famiglia richiede trecento capi di bestiame per vivere nel benessere; un centinaio di capi di bestiame è sinonimo di povertà, al che segue una vita di debiti. I servi devono coltivare le terre del lord.”[5]

Ratzel riferisce, riguardo agli Hottentot d’Africa, su una forma di “commendatio“: “La persona povera si sforza di farsi assumere dal ricco, il suo solo obiettivo per essere in grado di ottenere il bestiame.”[6]

Laveleye, che riferisce sulle stesse circostanze in Irlanda, traccia l’origine ed il nome del sistema feudale (systeme feodal) nel prestito di bestiame da parte del ricco ai membri poveri della tribù; dunque, un “fee-od” (avente il bestiame) era il primo feudo per cui finchè il debito esisteva il magnate legava il piccolo possessore a sé come “suo uomo”.

Possiamo solo alludere ai metodi in base a cui, anche in associazioni pacifiche di pastori, questa differenziazione economica e sociale potrebbe essere stata incoraggiata dalla connessione del patriarcato con i servizi del supremo e sacrificale sacerdozio, se l’anziano saggio avesse usato intelligentemente la superstizione dei suoi associati nel clan. Ma questa differenziazione, finchè non è toccata dai mezzi politici, opera entro confini molto modesti. L’intelligenza e l’efficienza non sono ereditate con nessun livello di certezza. Anche la più grande mandria sarà divisa se molti dei suoi eredi crescono in una tenda e la fortuna è capricciosa. Ai giorni nostri l’uomo più ricco tra i Lapponi della Svezia, nel più breve tempo possibile, è stato ridotto ad una tale povertà che il governo ha dovuto sostenerlo.

Tutte queste cause fanno sì che la condizione d’uguaglianza economica e sociale sia sempre approssimativamente ripristinata.

“Più il nomade è pacifico, indigeno e sincero, più ristrette saranno le differenze tangibili nei possedimenti. E’ toccante notare la soddisfazione con cui un vecchio principe dei Mongoli Tsaidam accetta il suo tributo o dono, che consiste in una manciata di tabacco, un pezzo di zucchero e venticinque kopek.”[7]

Questa uguaglianza è distrutta perennemente ed in maggior entità dai mezzi politici. “Dove la guerra è portata avanti ed un bottino è acquisito, sorgono maggiori differenze, che trovano la loro espressione nel possedimento di schiavi, donne, armi e vigorosi cavalli.”[8]

Il possedimento di schiavi! Il nomade è l’invetore della schiavitù e perciò ha creato la giovane pianta dello Stato, il primo sfruttamento economico dell’uomo sull’uomo.

Il cacciatore porta avanti la guerra e fa prigionieri. Ma non fa di loro degli schiavi; o li uccide o li integra nella tribù. Gli schiavi non sarebbero di alcun uso per lui. Il bottino della caccia può essere riposto anche meno di quanto il grano possa essere “capitalizzato”. L’idea di usare un’essere umano come una macchina da lavoro potrebbe essere solo concepita in un piano economico dove un corpo di ricchezza si sia sviluppato, chiamiamolo capitale, che può essere aumentato solo con l’assistenza di forza lavoro dipendente.

Questo primo stadio è dapprima raggiunto dal pastore. Le forze di una famiglia, in mancanza di assistenza esterna, bastano a mantenere insieme una mandria molto limitata e proteggerla dagli attacchi di predatori o nemici umani. Finchè i mezzi politici non entrano in gioco, le forze ausiliarie non si trovano tanto facilmente; come i membri più poveri del clan già menzionati, insieme ai fuggiaschi di tribù straniere che si trovano in tutto il mondo come dipendenti protetti al seguito dei più grandi proprietari di gregge.[9]

In alcuni casi un’intero clan povero di pastori entra, in semi-libertà, al servizio di qualche ricca tribù.

“Molte persone prendono posizioni in corrispondenza della loro ricchezza relativa. Così i Tungusen, che sono molto poveri, provano a vivere vicino agli accampamenti dei Tschuktsches, perchè trovano occupazione come pastori delle renne possedute dai ricchi Tschuktsches; sono pagati in renne. E la sottomissione degli Ural-Samojedes ai Sirjaenes si sviluppa attraverso la graduale occupazione delle loro terre da pascolo.”[10]

Eccetto, tuttavia, l’ultimo caso nominato, il quale ricorda molto lo Stato, le poche forze lavoro esistenti, senza capitale, non sono sufficienti a permettere al clan di mantenere una grande mandria. Inoltre i metodi di raduno stessi impongono una divisione. Il pascolo, come dicono nelle Alpi Svizzere, non potrebbe essere “spinto oltre il massimo”, vale a dire, avere molto bestiame in esso. Il pericolo di perdere l’intero bestiame è ridotto dalla misura in cui è distribuito sui vari pascoli. Malattie del bestiame, tempeste, ecc., possono influire solo su una parte; mentre perfino il nemico dall’esterno non può spazzarlo via tutto d’un colpo. Per questa ragione gli Hereros, per esempio: “considerano ogni proprietario benestante forzato a possedere, oltre alla mandria principale, diverse mandrie secondarie. I fratelli più giovani o altri parenti più stretti, provano con i vecchi servi per fare la guardia al bestiame.”[11]

Per questa ragione il nomade sviluppato risparmia il suo nemico catturato; può usarlo come schiavo nel suo pascolo. Possiamo notare questa transizione dall’uccidere allo schiavizzare in un rito consueto degli Sciti: offrivano al posto dei loro sacrifici uno delle molteplici centinaia di nemici catturati. Lippert, che riferisce di ciò, lo vede come: “l’inizio di una limitazione e la ragione da cui è evidente che si sia fondato il valore secondo cui un nemico catturato è acquisito attraverso la sua trasformazione in servo di un pastore tribale.”[12]

Con l’introduzione degli schiavi nell’economia tribale dei pastori, lo Stato, nei suoi elementi essenziali, è completo, anche se ancora non ha acquisito un limite territoriale circoscritto. Lo Stato ha così la forma di dominio e la sua base economica è lo sfruttamento del lavoro umano. D’ora in poi la differenziazione economica e la formazione delle classi sociali progredisce rapidamente. Le grandi mandrie sono saggiamente divise e meglio guardate da numerosi servi armati rispetto a quelle dei semplici uomini liberi che, di regola, tendono a conservarsi nel numero originario: aumentano anche più velocemente rispetto a quelle degli uomini liberi, dal momento che sono allargate dalla maggiore divisione del bottino che il ricco riceve, in corrispondenza al numero di guerrieri (schiavi) che questo posiziona sul campo.

Allo stesso modo la carica di sommo sacerdote crea una spaccatura in costante ampiamento, che divide i numeri del clan, tutti precedentemente uguali, finchè infine una vera nobiltà, i ricchi discendenti dei ricchi patriarchi, è posizionata in giustapposizione del comune uomo libero.

[*] traduzione di Johnny Cloaca

link: http://johnnycloaca.blogspot.com/2010/12/la-genesi-dello-stato.html

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Note

  1. Grosse, Formen der Familie. Freiburg e Leipzig, 1896, p. 39.
  2. Ratzel, Völkerkunde. Seconda Edizione. Leipzig e Wien, 1894-5, II, p. 372.
  3. Die Soziale Verfassung des Inkareichs. Stuttgart, 1896, p. 51.
  4. Siedlung und Agrarwesen der Westgermanen, etc. Berlino, 1895, I, p. 273.
  5. l. c. I, p. 138.
  6. Ratzel, l. c. I, p. 702.
  7. Ratzel, l. c. II, p. 555.
  8. Ratzel, l. c. II, p. 555.
  9. Per esempio tra gli Ovambo che secondo Ratzel, l. c. II, p. 214, in parte “sembrano fondati in uno status simil schiavista”, e secondo Laveleye tra gli antichi Irlandesi (Fuidhirs).
  10. Ratzel, l. c. I, p. 648.
  11. Ratzel, l. c. II, p. 99.
  12. Lippert, Kulturgeschichte der Menschheit. Stuttgart, 1886, II, p. 302.


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