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Cos’è il liberalismo

17 gennaio 2011
Il liberalismo è spesso considerata la dottrina secondo cui ogni individuo ha diritto di fare ciò che vuole con ciò che ha, pagando le conseguenze dei propri fallimenti e traendo vantaggio dai propri successi, nei limiti imposti dal rispetto dagli analoghi diritti di tutti gli uomini. Molti dei dibattiti tra i liberali riguardano l’entità di questi limiti, o meglio la quantità di eccezioni alla regola che è possibile – per necessità pratiche o per eclettismo etico – accettare senza distruggere la possibilità stessa del liberalismo.

Il totale fallimento del liberalismo nel XX secolo ha prodotto alcune forme particolarmente pure – o, se non si vuole usare un tale eufemismo, estreme – di liberalismo, in cui tali diritti sono stati formulati in maniera apodittica e rigida e dalla loro letterale applicazione è discesa la necessità di abolire lo stato e introdurre un sistema politico anarchico basato sul modello del libero mercato. Pur per molti aspetti estremamente naive, questa visione particolarmente pura di liberalismo ha un suo fascino, e soprattutto molto da insegnare in termini di analisi dei concetti del politico: al giorno d’oggi, però, data l’onnipotenza degli stati e la sconfitta ormai vecchia un secolo del liberalismo, fare queste distinzioni è un po’ come chiedersi se è meglio avere venti anni o venticinque, quando si è già ormai sul letto di morte.

Può aver senso quindi vedere il liberalismo in termini diversi. Propongo come criterio la dicotomia tra coordinazione e subordinazione: i simboli di questa dicotomia sono il mercato e l’esercito.

Le persone sul mercato comprano e vendono, e generano ordine sociale in base ai loro interessi, condizionati dagli interessi dagli altri agenti: il mercato è il caso esemplare del liberalismo in quanto l’ordine non viene imposto dall’alto, ma è generato dall’interazione tra individui, nel tentativo di perseguire i propri interessi.

L’archetipo dell’opposto del liberalismo è l’esercito, dove lo stato maggiore ordina dall’alto ciò che deve essere fatto, e tutta la catena di comando sottostante non deve fare altro che obbedire: l’esercito è la negazione del liberalismo perché soltanto i valori e gli obiettivi di chi comanda sono rilevanti, e tutto ciò che si chiede al resto della società è impegnarsi a realizzare queste finalità, e, se solo i soldati potessero permettersi di non pensare, è implicita in una tale visione del mondo che l’unico dovere sociale degli individui sia l’obbedienza.

La dicotomia tra coordinazione e subordinazione è incarnata da diverse dicotomie che caratterizzano diversi ambiti del pensiero politico.

La legislazione è una forma di subordinazione, e il giuspositivismo è l’equivalente giuridico del militarismo, al contrario, il diritto naturale, il diritto dei giuristi e il diritto comune sono considerati archetipi – più o meno riusciti – della visione coordinativa della vita giuridica.

La politica democratica, in cui un tratto di penna su una scheda sembra essere l’unico diritto e l’unico dovere del cittadino, e dove non c’è ambito della vita sociale che non è influenzato, o perlomeno influenzabile, dalla politica, è un esempio di subordinazione: la politica dei corpi intermedi, dell’agire sociale, della formazione spontanea di gruppi, della volontarietà e della responsabilità personali è l’equivalente politico della visione coordinativa della società.

La pianificazione economica socialista è l’equivalente economico del subordinativismo, mentre il libero mercato lo è del coordinativismo.

L’amministrazione centrale contro il federalismo, la burocrazia contro l’azione imprenditoriale, la scelta collettiva contro la scelta individuale, l’impero contro il balance of power: tutte queste distinzioni polari derivano dalla stessa visione della società.

Nella neolingua politica moderna, è impossibile pensare il liberalismo: mancano non solo gli strumenti concettuali, ma addirittura le parole.

Il liberalismo vede la società come uomini che interagiscono e aggiustano le loro azioni in modo da generare ordine sociale. I non-liberali vedono la società come una scacchiera in cui i pezzi sono mossi dall’alto per finalità decise dall’alto.

La democrazia è liberale quando si limita a imporre che le scelte collettive siano prese, nei limiti (molto stringenti) del possibile, da tutti. È non-liberale, o se si vuole totalitaria, quando cerca di inglobare dentro di sé tutta la vita sociale. La democrazia illiberale è un esercito in cui i soldati scelgono i propri comandanti: le elezioni, però, non possono modificare l’essenza di un’organizzazione intrinsecamente gerarchica e collettivizzata.

È improbabile che la visione liberale possa essere realizzata nella sua forma più pura, che implica logicamente l’anarchia: è verosimile che alcuni problemi siano endemici in una società costruita su questo principio in forma non-adulterata, ed è concepibile che una tale società non possa nemmeno esistere (come avrebbe argomentato Hobbes nel Leviatano). Sicuramente ci sono condizioni morali, culturali e sociologiche necessarie per rendere possibile la realizzazione di una tale visione della società, che pur in forma impura è esistita soltanto nell’Olanda, nella Gran Bretagna e negli Stati Uniti liberali, è stata adottata in piccole dosi in tutte le democrazie di successo moderne, e probabilmente aveva basi, prima dell’epoca moderna, in alcune società primitive e in certe strutture politiche medievali.

Il problema odierno non è che non è possibile (o forse lo è) il liberalismo puro: il problema è che non riusciamo neanche ad avvicinarci un minimo. Non abbiamo un briciolo di libertà in più di quanto ne serva alle elite che ci governano per non distruggere le società da cui traggono, molto raramente dando qualcosa in cambio, sostentamento (ammesso che l’enorme potere e le enormi risorse di cui godono le elite possano essere senza rendersi ridicoli chiamate sostentamento: sarebbe meglio chiamarle bottino).


Il liberalismo è l’ordine sociale in assenza di monopolio. Nessuno avrebbe mai pensato una cosa tanto folle se non si fosse notato, ormai tre secoli or sono, che il mercato funzionava senza un dittatore sociale al di sopra di esso. L’idea discende quindi da osservazioni storiche – per certi versi forse un po’ romanzate – e non dai sogni di visionari privi di esperienza, come la democrazia socialista. Ciononostante, l’idea sembra ormai essere stata accantonata, più o meno definitivamente. La visione antropomorfica della società come un organo con una sola testa e innumerevoli braccia richiede uno sforzo concettuale decisamente inferiore, del resto.

di Ventinove Settembre, Il Blog Libertarian Di LibertyFirst

link originale: http://2909.splinder.com/post/22864951/cose-il-liberalismo

From → POLITICA

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