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Disoccupazione Giovanile – del legame con l’interventismo delle Banche Centrali e dello Stato

15 gennaio 2011

Le polemiche seguite alla riforma dell’università hanno messo ancor più in risalto il problema della disoccupazione giovanile, che nel nostro paese affligge il 25,4% (dati 2009) della forza lavoro compresa tra i 15 e i 24 anni.
In realtà, come ha ben evidenziato l’economista Marco Fortis sul Messaggero di mercoledì 5 gennaio, le cifre della disoccupazione giovanile italiana non si discostano di molto da quelle degli altri paesi occidentali, soprattutto in Europa. Semmai, quel che pesa in Italia è il solito divario tra nord e sud: se nel nord est la percentuale di disoccupazione giovanile si attesta al 15,7% e nel nord ovest al 21% (soprattutto per il crollo avvenuto in Piemonte), al centro Italia la percentuale sale al 24,8%, mentre nel sud e nelle isole la percentuale si attesta rispettivamente al 34% e al 40,1%. …
Tuttavia, come detto, la piaga della disoccupazione affligge anche altri paesi europei ritenuti più avanzati ed efficienti dell’Italia. Nei paesi scandinavi la disoccupazione giovanile viaggia a una percentuale del 25%, pur in assenza di un problema Mezzogiorno, così come nella zona di Londra, mentre in Belgio, nella zona di Bruxelles si toccano vette del 31,7%; più o meno come in Puglia. La zona parigina dell’Ile de France, la più avanzata di tutta la Francia, vede una disoccupazione giovanile al 19,5%, contro il 18,5% della Lombardia, il 18,3% dell’Emilia-Romagna e il 14,4% del Veneto. In Spagna si è passati da un 24,6% di giovani disoccupati nel 2008 a un 37,8% nel 2009. Solo il Baden-Wurttemberg, nel sud della Germania, presenta un dato migliore del nostro nord est, con un 18,3%.
Mal comune mezzo gaudio? Nemmeno per sogno. Le crisi sono sempre l’effetto di un accumulo consistente di errori e una delle loro funzioni è proprio quella di evidenziarli, correggendone gli effetti, pur se in modo doloroso. Se la crisi generale è stata dovuta a errori nelle politiche monetarie e creditizie, a quella relativa al mercato del lavoro – soprattutto giovanile – vanno aggiunte cause sue proprie, relative al rapporto tra mercato delle formazione e quello lavorativo. Infatti, non è un caso che la disoccupazione stia colpendo, un po’ dappertutto in Occidente, le fasce più scolarizzate dei giovani.
Eppure, facendo un paragone tra le crisi in termini generali e quella del mercato del lavoro, saltano agli occhi molte analogie relative alle distorsioni di mercato operate dall’intervento dello Stato e delle banche centrali. Così come l’intervento di queste ultime crea i presupposti per la crisi attraverso provvedimenti di politica monetaria e creditizia consistenti nel mantenere artificialmente basso il prezzo del denaro (ossia il tasso di interesse), così lo Stato, mantenendo artificialmente basso il prezzo dell’istruzione superiore, finanziandola in tutto o in parte, provoca distorsioni nel mercato del lavoro.
Fissando politicamente il tasso di interesse al di sotto del suo livello naturale, si diminuisce artatamente la percezione del rischio, disincentivando il risparmio. Analogamente, nel mercato del lavoro, fissando politicamente le tasse universitarie al di sotto del loro prezzo di mercato, si diminuisce artatamente la percezione del rischio che comporta una scelta così importante. Scelta che verterà più sulle proprie preferenze immediate (es. scelta di facoltà meno impegnative) e non su progetti di vita più solidi (facoltà più impegnative, ma con più sbocchi occupazionali).
Inoltre, viene falsata la concorrenza tra la scelta di lavorare subito e quella di continuare a studiare, in quanto il basso costo relativo alle tasse universitarie finisce per orientare la scelta di molti giovani verso lo studio. Studio il cui costo viene sostenuto in buona parte da chi già lavora, e aumentando l’imposizione su salari e stipendi per sostenere chi studia, si disincentiverà ulteriormente la scelta di entrare da subito nel mercato del lavoro.
Così come molti operatori, incentivati da un’informazione distorta relativa al tasso di interesse, ritengono conveniente indebitarsi per intraprendere progetti ad alta intensità di capitale più lontani dalle fasi del consumo (es. cantieri edili), che al manifestarsi delle preferenze effettive dei consumatori si riveleranno insostenibili, molti giovani, incentivati da un’informazione distorta relativa ai costi universitari, riterranno conveniente continuare a studiare, investendo in progetti ad alta intensità di capitale (intellettuale) più lontani dalla fase di entrata nel mercato del lavoro. Progetti che in troppi casi sfociano nella disoccupazione, poiché il mercato richiede altri profili professionali.
E così come, a quel punto, le risorse vengono reindirizzate, quando è possibile (e a costi elevati), verso settori più prossimi al consumo e la concorrenza che così si crea sul mercato dei capitali provoca il rialzo dei tassi di interesse, allo stesso modo, nel mercato del lavoro, molti giovani che si sono impegnati in un percorso di studi più o meno importante, dovranno reindirizzare le loro scelte, sostenendo magari altri costi (es. spese per spostamento o costosi master per entrare in settori in cui c’è più richiesta).
E così come molte imprese si ritrovano indebitate e invischiate in progetti mai terminati o in mercati dalla domanda di molto inferiore alle attese, nel mercato del lavoro si avranno giovani che si troveranno alle prese con le conseguenze di scelte sbagliate, magari costretti a trovare lavoro in settori meno “prestigiosi”, vanificando così il proprio percorso di studi, con i costi umani di delusione e frustrazione che ciò comporta.

di Carlo Zucchi

link: http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=619:disoccpazione-giovanile&catid=39:politiche-economiche&Itemid=176

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