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I 5 decreti sul federalismo: addio alla promessa di costi standard sanitari

14 gennaio 2011

di Oscar Giannino

Da domani – il ministro Calderoli illustra ai relatori di maggioranza e minoranza della commissione bicamerale attuativa per il federalismo le varianti del governo apportate al decreto sul fisco municipale – comincia la maratona che dal 17 al 23 gennaio dovrebbe condurre all’approvazione dei cinque decreti attuativi restanti, in cui è stata accorpata tutta l’intera materia non compresa nei primi tre già approvati, relativi al federalismo demaniale, a Roma capitale, e ai fabbisogni standard di Comuni e province per superare il vecchio criterio della spesa storica. Nella commissione l’equilibrio numerico è di 15 a 15 tra attuale maggioranza e opposizione, con il finiano Baldassarri a fare la differenza. L’Udc ha votato contro il federalismo, il Pd ha votate a favore di Roma capitale, ma presenta moltissimi emendamenti ai decreti in via di esame. Il parere della commisione non è vincolante, ma in quel caso è dura per il governo andare avanti. Vla cosa a mio giudizio più grave è che l’intero perimetro del federalismo fiscale è costruito sull’obiettivo di far restare sostanzialmente eguale – al netto degli sfodbnamenti contestati dall’Economia su sanità, in via di rientro coatto – il livello di spesa pubblica complessiva e lem risorse totali provenienti da gettito fiscale. In più, i costi standard sanitari, dopo 15 anni di promesse al Nord per ottenere che fossero i costi delle prestazioni più economiche ed efficienti a far testo, sono stati invece del tutto abbandonati. ...
Senza che nessuno lo riconosca a cominciare dalla Lega, che continua a parlare di costo standard quando invece si recuopera la spesa storica precedente. Ha vinto il Sud e in generale l’inefficienza, pur di estendere l’area di consenso ai decreti attuativi e proclamare poi – sempre che ci sia – una vittoria che a me pare di Pirro. Perché è vero che a regime, sempre che ripeto la legislatura non s’interrompa, le Autonomie avrebbero più risorse proprie. Ma i tanto opredicati risparmi di spesa non ci sarebbero.  E se non ci sono come obiettivo quantificato, si può solo essere certi che la spesa crescerà, e di conseguenza la seguirà il livello di prelievo. Sedici anni di polemiche valevano tutto questo? No. Vediamo comunque i principali problemi aperti.


Fisco comunale. Opposizione e Baldassarri hanno sollevato un primo problema sull’IMU, l’imposta municipale unica che dovrebbe costituire la fonte primaria dell’autonomia finanziaria comunale. Il governo respinge la stima che essa farebbe venire meno alle casse comunali rispetto ad oggi – 21,5 miliardi ai Comuni – almeno 2,5 miliardi di euro, confermando cioè a regime i tagli biennali ai Comuni della scorsa manovra estiva, che il governo si era invece impegnato a ripristinare proprio col federalismo. Calderoli replica che l’aliquota IMU non è ancora fissata nel decreto (anche se dai calcoli allegati si poteva desumere in 10,6 per mille sugli immobili di di proprietà interessati, e al 5,3 per mille per quelli d’impresa e dati in affitto: c’è naturalmente il problema – visto che la rendita si calcolerebbe sui valori catastali – dekll’aggiornamebntod el catasto che in due terzi d’Italia è indietrissimo, per questo i Comuni sono incentivati a farlo trattenendo quote parte proporzionali all’emersione, c’è da contare che le polemiche copi proprietari esploderanno, per recuperare gettito) ). Il governo ha altresì respinto la stima di 450 milioni in meno per i soli Comuni del Sud. Accolta invece l’obiezione secondo cui l’IMU, tenendo escluse le prime case in coerenza all’abolizione dell’ICI, finirebbe per premiare troppo i Comuni turistici, incoraggiando per di più attribuzioni proprietarie di comodo ad altri membri della famiglia. Il rischio è che manchino 5 miliardi all’appello. Calderoli ha annunciato un meccanismo anti-frode per le intestazioni di comodo, e proporrà un abbattimento del 2% dell’aliquota d’imposta sui trasferimenti immobiliari, dal 45 al 25 per la prima casa e dal 10% all’8% per la seconda. Ai Comuni resterebbe per intera l’IMU di possesso, e solo un quinto di quella di trasferimento. Recuperato in questo modo almeno metà di ciò che l’opposizione stima mancante, il governo pensa per il resto ad innalzare la compartecipazione IRPEF. La TIA, scelta da un solo Comune su 8, verrebbe abolita, la TARSU sui rifiuti ancorata alla rendita e non alla superficie: respinta l’idea del PD di accorpare i tributi in un’unica imposta sui servizi immobiliari anche sulla prima casa.
Altro nodo su cui le opinioni divergono è quello della cedolare secca al 20% sugli affitti. Baldassarri e Fli hanno proposto invano di stralciarla e vararla con decreto autonomo. Le obiezioni riguardano il fatto che l’aliquota prevista al 20% non scoraggerebbe abbastanza il fenomeno degli affitti in nero, poiché gli inquilini non avrebbero vantaggi alla denuncia. Il governo pensa di tenere l’aliquota al 20% solo sui canoni concordati, innalzando al 23% quelli si canoni liberi e lasciando il 3% di differenza come deduzione d’imponibile a vantaggio degli inquilini, per incoraggiarli a segnalare il nero.
Fisco regionale e provinciale, costi standard sanitari. Il 16 dicembre la Conferenza Stato Regioni ha dato il via libera al testo che attribuisce alla regioni un’ampia compartecipazione IVA, un’addizionale IRPEF fino al 3%, la possibilità di azzerare l’IRAP. Resta aperto il contenzioso sui saldi finali, rispetto ai tagli pluriennali della manovra estiva dopo il recupero ridotto a soli due terzi di quelli previsti per il 2011. Per i costi standard sanitari, è stato definitivamente abbandonato ogni criterio che si riferisca alla prestazione di servizi secondo costi unitari nelle Regioni più efficienti: mancavano i dati da parte di molte Regioni, e per quelle più lontane dall’efficienza avrebbero comportato tagli che, di fatto, dopo tanti anni di promesse vengono invece a cadere. Si sceglieranno 5 Regioni di cui almeno 3 con i conti in ordine e 2 no, delle quali si farà media dei fabbisogni storici – cioè della spesa sanitaria procapite – riparametrandola secondo coefficienti demografici, come percentuale di anziani, immigrati e caratteristiche orografiche e di dispersione territoriale. Si resta al costo storico, per quanto rivisto e corretto. Questa si chiama: presa per i fondelli. Almeno al paese mio.
Armonizzazione dei bilanci. Comuni Province e Regioni vengono obbligati finalmente a redigere bilanci secondo principi contabili comuni – oggi non è così -, a formulare un bilancio per missioni e programmi come quello dello Stato, ad adottare un consolidato comprendente i conti di tutte le aziende e società controllate. Non ci dovrebbero essere grandi problemi: ma attenti a vedere se il consolidato sia solo proforma o civilistico a tutti gli effetti.
Premi e sanzioni. Si introducono premi alle amministrazioni virtuose, sanzioni fino all’ineleggibilità per chi arriva al default. A parole tutti d’accordo, ma resta da vedere se l’ineleggibilità passa davvero: al Sud è molto temuta. Molti nelle Autonomie temono che il conto  si presenti solo a chi è eletto a situazione già pregiudicata.
Infrastrutture. L’ultimo decreto attuativo fissa i nuovi criteri per le politiche di coesione in materia di fondi comunitari e FAS, oggetto di innumerevoli polemiche i questi anni, e sulla perequazione infrastrutturale. E’ uno dei capitoli del piano per il Mezzogiorno su cui ha lavorato Fitto. Le opposizioni sostengono che il Sud resta troppo svantaggiato, visto l’abbattimento maggiore di spesa per investimenti pubblici degli ultimi anni. Il decreto attuativo fissa princìpi generali: servono invece cifre e proporzioni dell’ammontare concreto, conh tanto di meccanismi di responsabilità in caso di inadempimento.

 

da Chicago-blog.it

link: http://www.chicago-blog.it/2011/01/10/i-5-decreti-sul-federalismo-addio-alla-promessa-di-costi-standard-sanitari/

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