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Ma con questa riforma si resta a metà del guado – Liberalizzazione Poste

6 gennaio 2011

Un rapporto dell’istituto Bruno Leoni mette in dubbio la sincerità della liberalizzazione proposta dal governo


Pubblichiamo uno stralcio dei paper con il quale l’Istituto Bruno Leoni intende contribuire al dibattito sul processo di liberalizzazione delle Poste italiane ( vd PDF) . Quella che segue è la conclusione di un’ampia analisi contenuta in un rapporto di 12 pagine, nelle quali vengono affrontati gli snodi della riforma così come emerge dalla bozze finora circolate, che l’Istituto Leoni si prepara a diffondere.

…L’ultimo nodo cruciale è quello del servizio universale (architrave del progetto europeo di liberalizzazione) che mira a garantire un servizio affidabile ed economico a tutti i cittadini, con garanzia di ritiro e consegna della posta almeno cinque giorni alla settimana. E’ necessario premettere che, sebbene si tratti di una soluzione minoritaria, l’esclusione di una garanzia esplicita del servizio universale, con la responsabilizzazione delle forze del mercato, è praticata e pienamente compatibile con il diritto comunitario. Il principale esempio in tal senso è quello della Germania, la cui nominativa predispone gli strumenti per l’intervento pubblico in materia di obbligo di servizio universale e fondo di compensazione dell’onere, ma ne condiziona l’utilizzo al mancato raggiungimento autonomo dell’obiettivo. Ciò detto, restano rilevanti due ordini di considerazioni sull’ utilizzo effettivo degli strumenti.  In primo luogo, si tratta di assicurare che il servizio universale tuteli gli utenti e non l’incumbent. Si tratta, cioè, di evitare una sopravvalutazione degli oneri del servizio universale che garantisca all’operatore un profitto indebito, ad esempio per l’inclusione di prestazioni che non hanno titolo per rientrarvi (si pensi all’invio dei rendiconti della divisione Bancoposta) o, più semplicemente, per la computazione delle inefficienze dell’operatore, nel caso di servizi che potrebbero essere eseguiti dai concorrenti con minor dispendio di risorse. In questo senso, il metodo di conteggio attualmente utilizzato desta più di una perplessità, delegando all’operatore stesso (pur con la mediazione di un revisore indipendente) la quantificazione del maggior costo sostenuto.  In secondo luogo, è necessario intervenire sul versante del finanziamento, verificando che il processo non deprima la concorrenza. Particolare cautela richiede lo strumento del fondo di compensazione, posto a carico degli operatori non incaricati del servizio universale e previsto dalla normativa comunitaria come eventuale fonte per il rimborso dell’Osu. Oggi in Italia il contributo si attesta al 3% dei ricavi, un livello che non pare presentare gravi rischi per la concorrenza in astratto, ma che non va sottovalutato nel peculiare mercato italiano. Evidentemente la soluzione di medio termine che fornisce maggiori garanzie, sotto entrambi i profili, è l’assegnazione del servizio universale con gara al ribasso, senza dimenticare che nulla vieta già ora l’attribuzione degli obblighi relativi a due o più operatori, anche in aree geografiche limitate. In mancanza di una concorrenza robusta e sostenibile si rende a fortiori necessario un controllo accurato sulla quantificazione dell’Osu.  Quali sono, dunque, le prospettive per il nostro mercato postale? Sarà in grado l’Italia di cogliere le opportunità offerte dalla liberalizzazione? Pare lecito dubitarne.  Come già accennato, il decreto di recepimento appare, a giudicare dalle indiscrezioni della stampa, carente sotto diversi punti. La liberalizzazione del direct mailing e delle raccomandate della pubblica amministrazione è apprezzabile, ma non rappresenta che una ligia applicazione dei principi della normativa comunitaria. La domanda di un’autorità di regolamentazione indipendente rimane inevasa, a dispetto della procedura d’infrazione incombente. Sul fronte della privatizzazione e dell’autonomia di Poste Italiane rispetto ai pubblici poteri non si registra alcuna novità; né fa capolino alcuna previsione pro-competitiva in grado di dare un senso compiuto all’apertura formale del mercato. E’ quindi indispensabile pensare a provvedimenti più incisivi se non vogliamo accontentarci di una liberalizzazione monca. Il contenuto minimo di una seria proposta di riforma del settore del recapito non può prescindere da dieci punti fondamentali: 1) l’attribuzione delle competenze di regolamentazione ex ante del mercato postale a un’autorità indipendente, esistente (e l’Agcom sembra perfettamente attrezzata allo scopo) o di nuova creazione; 2) l’armonizzazione del regime tributario del settore attraverso l’applicazione uniforme della medesima aliquota Iva, indipendentemente dall’identità dell’operatore; 3) la revisione del sistema delle tariffe agevolate in modo da tenere in considerazione gli effetti sull’assetto del mercato; 4) la drastica riduzione dei trasferimenti monetari dello stato a Poste Italiane e dei ricavi da settore pubblico, a qualsiasi titolo siano ottenuti; 5) l’eliminazione di tutti gli automatismi nell’assegnamento di servizi da parte delle amministrazioni a Poste Italiane, possibilmente con l’introduzione della gara in tutte le situazioni rilevanti; 6) la revisione della normativa in tema di servizio universale secondo tre direttrici: l’effettiva verifica della necessità di un intervento pubblico a garanzia; l’assegnazione con gara, anche su base locale, laddove lo stato della concorrenza renda l’opzione perseguibile; in alternativa, una più attenta valutazione degli oneri connessi, a cura del regolatore, nell’ambito di un processo trasparente; modalità di finanziamento non discriminatorie e rispettose della dinamica competitiva e dell’esigenza di non penalizzare i nuovi entranti; 7) l’individuazione di principi chiari per l’accesso dei nuovi operatori alla rete di Poste Italiane, con riferimento alle modalità, ai limiti, alle tariffe applicabili; 8) la separazione tra Bancoposta e le altre divisioni di Poste Italiane, con la limitazione rigorosa dei conflitti d’interesse e dei sussidi incrociati tra servizi finanziari e recapito; 9) la predisposizione di un percorso credibile per l’alienazione progressiva di quote dell’azienda (con l’obiettivo di una sua completa privatizzazione) attraverso il collocamento di azioni o, in alternativa, la vendita diretta della società con il meccanismo dell’asta pubblica; 10) l’analoga ma distinta cessione delle altre operazioni del gruppo, in un’ottica di valutazione dei legami funzionali e dei rischi per la concorrenza.  La mancanza di ciascuno di questi elementi limiterebbe, di per sé, la portata e il successo del progetto di riforma. La mancanza di tutti questi elementi, se confermata, segnerebbe con chiarezza la distinzione tra una vera liberalizzazione e una falsa liberalizzazione.

Da MF , 16 dicembre 2010

di Massimiliano Trovato

link: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9907

From → LIBERALIZZAZIONI

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