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Concertazione alla fine?

6 gennaio 2011

La vicenda dei contratti Fiat di Pomigliano e Mirafiori ha scatenato un’enorme quantità di commenti, che hanno occupato per giorni quasi tutti i quotidiani e gli altri organi di stampa. Si è parlato di una rivoluzione che ha investito il mondo delle relazioni industriali e che sembra destinata a contagiare la politica, di un’americanizzazione del mondo del lavoro, qualcuno è arrivato persino a paragonare l’amministratore delegato della Fiat a Mussolini e così via esagerando. A me sembra, tuttavia, che non sia stato colto un aspetto della vicenda che sarebbe stato meritevole di approfondimento.

Credo che sia molto importante che a quei contratti si sia arrivati senza fare ricorso, com’era usuale in passato, alla triade Big Business, Big Labor, Big Government, cioè al concorso del grande sindacato e della Confindustria con la benedizione del governo. Non si è utilizzata cioè la concertazione. Quest’ultima era il prodotto, fra l’altro, di alcune idee profondamente sbagliate che hanno dominato per decenni il mondo dell’economia italiana e che, poco per volta, stanno perdendo sostenitori. Vediamo.
Il punto di partenza era la radicata convinzione che l’inflazione fosse dovuta alla spinta dei costi (“cost-push”) e in particolare alla crescita eccessiva dei salari. Quando gli aumenti salariali eccedono la crescita della produttività del lavoro, secondo l’idea allora prevalente, s’innesca una spirale salari – prezzi che sfocia in inflazione. L’aumento dei costi si trasferisce sui prezzi e l’aumento di questi ultimi a sua volta genera un aumento dei salari e così via all’infinito. D’altro canto, se si fosse fatto ricorso a una politica monetaria prudente per impedire l’inflazione, la disoccupazione sarebbe diventata insostenibile.
Per evitare queste sciagure si riteneva quindi che fosse necessario un qualche meccanismo che riuscisse a moderare la crescita delle retribuzioni, convincendo i sindacati a moderare le loro pretese. L’idea nasce, non a caso, in Inghilterra ed è di derivazione Keynesiana. Il rimedio che gli inglesi ritenevano di avere individuato era la politica dei redditi. I rappresentanti dell’industria e del lavoro, con l’indispensabile assistenza del governo, dovevano sedersi a un tavolo e decidere la dinamica delle retribuzioni nei vari settori in modo da impedire l’inflazione o la disoccupazione. Questa formula, utilizzata con costanza degna di miglior causa per oltre un decennio, alla fine degli anni Settanta portò l’Inghilterra a essere il “malato d’Europa”, il paese europeo con l’economia più dissestata, con tassi d’inflazione e di disoccupazione a due cifre, superiori cioè al 10%. Poi arrivò la Thatcher.
In Italia, non avendo avuto la Thatcher, l’illusione della politica dei redditi ha avuto vita più lunga e nella sua versione italiana di concertazione è stata viva e vegeta fino a poco tempo fa. Marchionne ha, finalmente, preso atto che quel metodo era del tutto inappropriato e ha riportato il discorso sul terreno meno ideologico ma più importante dell’efficienza aziendale e della competitività internazionale. Nel mondo di oggi, come in quello di sempre, le relazioni industriali non possono prescindere dalla necessità di garantire l’economicità della produzione, pena l’esclusione dal mercato.
Il salario, come pure una volta si farneticava, non è una variabile indipendente, il suo livello compatibile con la vitalità dell’impresa non è arbitrario. Sarebbe molto bello se lo fosse – potremmo raddoppiarlo un paio di volte al mese senza ripercussioni negative per il bilancio aziendale – ma non è così. La “rivoluzione” di Marchionne è tutta qua: ha applicato il buonsenso di sempre al caso Fiat e non è quindi un caso che a sinistra molti si siano scandalizzati. Non si può spazzare via di colpo quello che per decenni costituiva un punto fermo delle loro ideologie e pretendere che non battano ciglio di fronte a quest’esproprio delle loro certezze.
Adesso credo che si possa fare un ulteriore passo avanti e prendere atto che il sindacato nazionale inteso come super-partito che mette bocca in tutte le decisioni di politica economica non è soltanto estraneo alla nostra Costituzione, è anche dannoso e quanto prima ce ne sbarazzeremo tanto meglio sarà per tutti. Lo stesso vale per la Confindustria che non è chiaro a chi possa essere utile e in conformità a quale norma costituzionale possa interferire nelle scelte politiche suggerendo o sconsigliando decisioni di politica economica di stretta pertinenza del governo e del Parlamento. Infine, avremmo finalmente dovuto accettare l’ovvio ma non banale fatto che il governo non è legittimato a interferire nei rapporti contrattuali fra privati né dispone di una particolare competenza in materia. Deve soltanto limitarsi a consentire atti di capitalismo fra adulti consenzienti!

di Antonio Martino

link: http://ilblogdiantoniomartino.blogspot.com/2010/12/concertazione-alla-fine.html

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