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Marchionne non è americano, la svolta è made in Italy

30 dicembre 2010

L’accordo per Pomigliano raggiunto oggi recepisce l’intesa di giugno non firmata dalla Fiom, ma soprattutto estende alla newco campana la condizione posta anche nell’accordo di Mirafiori, cioè l’esclusione dalla rappresentanza sindacale delle sigle che non sottoscrivono le intese. E’ una condizione che i sindacati dei metalmeccanici appartenenti a Cisl, Uil, Ugl e Fismic approvano e condividono. Ma sbaglia moltissimo chi, credendo così di dar manforte a Sergio Marchionne, parla di “svolta americana”. Non lo è affatto. Qui non si propone di abbattere a meno della metà la paga dei neoassunti. Non sono americane le nuove intese su turni e pause, retribuzione aggiuntiva e lotta all’assenteismo, straordinari oltre la quota indicata dal contratto nazionale e contestuali impegni a non proclamare scioperi e agitazioni quando l’azienda chiederà proprio quegli straordinari aggiuntivi. E anche la nuova clausola sulla rappresentanza, anch’essa con l’America non c’entra niente.

La verità è che a questi accordi “dal basso”, proposti con forza dalla Fiat di Marchionne battendo la strada delle deroghe ai contratti nazionali che Confindustria di suo da due anni aveva aperto col consenso degli stessi sindacati che condividono la nuova impostazione a Pomigliano e Mirafiori, sono finalmente la reazione italiana a limiti e storture del tutto italiane. …

In ciò consiste la portata storica di questa svolta. Era solo figlio di una lunga deriva pluridecennale italiana, aver ingessato le relazioni industriali intorno al totem del contratto nazionale che definiva per tutti limiti e condizioni per la parte sia normativa sia salariale: utilizzo impianti, orari, turni e remunerazioni, come se la domanda interna e internazionale per un settore o per un prodotto fossero uguali a quelle di un altro.

Nessun altro grande Paese avanzato ed europeo – l’America non c’entra appunto – aveva imboccato o era rimasto fermo a una contrattazione così rigidamente centralista e omologata. Non solo perché altrove la tradizione sindacale è diversa dalla nostra. Non solo perché nel settore privato in Francia la sindacalizzazione è molto più bassa che da noi. O Perché in Germania in realtà in moltissimi casi, settore per settore e azienda per azienda, il sindacato è assai più unitario di quanto sia frazionato e concorrente da noi. Ad aver fatto la differenza, ad aver altrove potentemente spinto verso la contrattazione aziendale, ad aver determinato una realtà dove tra il 30 e il 40% del salario dei lavoratori dipendenti del settore privato è fatto di salario variabile definito nelle aziende mentre da noi la quota non arriva al 4%, è stata la capacità di saper interpretare e di adeguarsi a un mercato che cambiava molto, che si apriva al mondo. Che imponeva non condizioni salariali o di diritto pari a quelli degradate dei Paesi emergenti – come si dice da parte dei nemici della globalizzazione – bensì regole condivise capaci di consentire insieme alle aziende gli utili che servono per difendere il vantaggio tecnologico, e ai lavoratori salari in grado di migliorarne e non peggiorarne il reddito disponibile.

In Italia non lo abbiamo fatto. Siamo rimasti indietro. Perché abbiamo sempre caricato di aspetti politici la rappresentanza di imprese e sindacati e le loro relazioni industriali, invece di giudicarle buone o cattive a seconda che si dimostrassero in grado di acchiappare il topo, cioè di continuare a far crescere insieme sia il lavoro che l’impresa. Per questo le relazioni industriali hanno finito per dare anch’esse una mano alla bassa crescita italiana, sommandosi alle alte tasse su impresa e lavoro e alle tante inefficienze che frenano il Sistema-Italia.

Se fosse stata la politica, a fissare essa nuove regole e a intervenire per esempio sul tema della rappresentanza, tornando all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori e respingendo il protocollo del 93 come si fa ora a Pomigliano e Mirafiori, e cioè tornando al principio per cui chi non firma non ha diritto ad essere sindacato rappresentato in azienda, si sarebbe determinata un’esplosione polemica assai più grave delle pur troppo accese polemiche che anche oggi si ripropongono. Solo dal basso, aziende e sindacati a maggioranza potevano insieme condividere e far decollare una svolta tanto profonda. Mostrando che in una parte del mondo del lavoro italiano esiste una consapevolezza delle sfide aperte nel mondo nuovo, e della necessità dei cambiamenti necessari, che è molto più profonda e seria di quanto non appaia invece in tanta parte delle classi dirigenti italiane, intellettuali e accademici che oggi si affannano a definire come autoritaria se non addirittura fascista la scommessa di più lavoro per più retribuzione.

Ieri in Fiom si è manifestato un primo dubbio, l’astensione della componente riformista con 29 voti su 102, rispetto alla decisione dello sciopero generale e alla durezza dei toni usati dalla maggioranza per respingere l’accordo e per attaccare con durezza inusitata i sindacati firmatari. Ma qui non si tratta di tifare come allo stadio, che vinca questo o perda quello. Bisogna invece che le persone serie vigilino sui toni, evitando accuse dalle quali possa infervorarsi chi pensa a riservare a Bonanni e Angeletti qualcosa di peggio delle violente intimidazioni già avvenute. Bisogna evitare che avvenga, ora che decideranno i lavoratori a Mirafiori come già è avvenuto a Pomigliano. E bisogna inoltre che la Cgil tutta e la sinistra politica ragionino a fondo sul passato alle nostre spalle, come sul presente. Quanti anni dovettero passare, perché la Cgil si riprendesse dall’errore storico compiuto nel 1955 in una Fiat tanto diversa da quella attuale? Tanti. E dopo fu l’errore di un autunno caldo dalla cui lunga coda il Paese stentò 15 anni a riprendersi. Quanto al presente, è davvero la sinistra decisa a considerare la Fiat di Marchionne impegnata in un balzo mondiale con Chrysler come se fosse l’organizzazione Todt che asserviva prigionieri di guerra alla produzione bellica del Terzo Reich?

C’è un’Italia seria che è pronta tirandosi su le maniche a stare in modo nuovo nel mondo. Anche nella minoranza di chi dice no moltissime sono le persone serie. Io almeno non li considero – tranne alcuni, lo ammetto – dei pazzi pericolosi, perché non posso che riconoscere la presa che l’ideologia della lotta sociale continua a esercitare in una parte non residuale della sinistra.  Ma il mondo non aspetta. Perdere lavoro e imprese in nome di princìpi rispettabili ma superati è l’eterno errore del massimalismo. Non solo nell’interesse del Paese, in primis nei suoi stessi interessi la sinistra dovrebbe evitarlo.

di Oscar Giannino

link: http://www.chicago-blog.it/2010/12/29/7923/

One Comment
  1. FRANCESCO BUFFA DESIGNER permalink

    UN RICATTO TRASPARENTE – Questa vittoria è il trionfo della prepotenza e della sopraffazione che cavalca con il massimo della lucidità la disperazione e lo scoraggiamento di tanti operai che non hanno nessuna colpa di vivere in un paese tornato nel medio evo grazie a governanti incapaci, hanno votato si quei disperati sotto ricatto, che pur di assicurare una misera sopravvivenza alle proprie famiglie sono stati costretti a sacrificare la propria salute fisica, impegnandosi a subire turni massacranti e a violentare la propria serenità e il proprio benessere mentale per la frustrazione che in tanti, pur di non perdere la faccia, non sono disposti ad ammettere. E questa cattiveria, a livello di organizzazione da caporalato, viene posta in essere da parte di chi pur di arricchirsi ulteriormente, ovviamente, mette la faccia a disposizione dei suoi mandanti, certo, con un assurdo compenso megagalattico di 5.000.000 di € all’anno o forse più, sfido chiunque a resistere ad astenersi a fare il fustigatore. E gli ingredienti per vincere questa squallida battaglia ci sono tutti e semplici, e si chiamano miseria e malgoverno. Svolta storica ha la faccia tosta di definirla Marchionne sguazzando nei soldi dei suoi padroni, e ha perfettamente ragione, perché la miseria ha ridotto chi ha bisogno come servi della gleba. Di fatto con un imbroglio gratuito senza precedenti, si tenta di esautorare le esistenti leggi dello Stato e in particolare la sua Costituzione che regola i diritti e i doveri di tutti anche in materia di lavoro, una promessa di lavoro, con un ricatto da quattro soldi, una burla da birbante che impugnata davanti alla legge non può che crollare miseramente. Una burla però capace di schiacciare la salute di tanti operai, tutto questo per arricchire un pugno di aguzzini. Questo sporco voto imposto ai disperati che il governo ha contribuito a produrre, è stato capito immediatamente dal premier e tra un bunga bunga e un festino da parvenu di gran classe, organizzato con ragazzine compiacenti, si è inaspettatamente svegliato, così piuttosto che proteggere l’immagine del paese che vive questo orrore di fronte al mondo, ha preferito cavalcare questa vergogna che più gli si addice, forse perché spera che questo squallido precedente possa essere applicato ed esteso in questa povera Italia che vorrebbe trasformare in una sporca azienda personale.

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