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Gli equivoci sul liberalismo

23 dicembre 2010

Le proteste studentesche delle scorse settimane hanno confermato una volta di più che esiste grande confusione intorno a cosa sia l’idea liberale; è urgente uno sforzo per rettificare gli equivoci. L’attenzione che diamo alla comunicazione è insufficiente: infatti è ancora forte il pregiudizio, ereditato dal marxismo e da alcune aree del cattolicesimo sociale, per cui il liberalismo si sostanzia in “Conta solo il mercato e chi se ne frega delle persone”.

Dispiace vedere che alcune delle migliori energie della società sono incanalate verso linee di pensiero che in realtà portano molto lontano da qualsiasi forma di eguaglianza di opportunità e di giustizia sociale, intesa come attribuzione a ciascuno di quanto ha dimostrato di meritare, fatto salvo il rispetto dei suoi diritti fondamentali. Di fianco ad alcuni attratti dalla prospettiva di saltare qualche giorno di scuola, è questo il caso per molti dei giovani pronti a mobilitarsi per un fine ideale. Ancora peggio è osservare come l’empatia e la solidarietà siano spesso considerate “patrimonio della sinistra”, come se essere liberale significasse godere alla vista di un senzatetto che muore di freddo in un parco.

Il primo punto di confusione da risolvere riguarda la differenza di fondo tra pensiero liberale e pensiero socialdemocratico. Entrambi hanno come obiettivo, nelle versioni contemporanee, la realizzazione di una società dove ciascuno goda del massimo benessere possibile, non solo economico. Nessuno desidera povertà, sfruttamento dei paesi in via di sviluppo, arricchimento di potenti lobby ai danni del cittadino comune, complicità con le dittature, oppressione dei lavoratori, violazione dei diritti umani. La divergenza sta nei soggetti individuati come protagonisti di questa “buona società”. …

Per un liberale al centro c’è l’individuo, in quanto tale e in quanto partecipe volontario dei corpi sociali intermedi: famiglia, associazioni, imprese, che devono avere la massima libertà possibile nel realizzare i propri obiettivi. Lo Stato è garante della legalità e della sicurezza, interviene nei casi in cui le strutture sociali spontanee – come il mercato – producano, proprio in virtù della loro natura decentrata, distorsioni non rimediabili. L’interventismo deve comunque essere ridotto al minimo necessario, perché lo Stato non ha il diritto di sostituirsi agli individui e alle loro libere aggregazioni. Si segue il principio di sussidiarietà, per cui i corpi sociali di ordine superiore devono intervenire solo qualora quelli di ordine inferiore non riescano a svolgere un determinato compito.

Per un socialdemocratico la direzione del discorso s’inverte. Lo Stato, legittimato dal voto popolare, ha diritto-dovere di individuare obiettivi collettivi: ad esempio l’abbattimento delle disuguaglianze economiche o la massimizzazione del numero di occupati. Può pertanto imporre a cittadini, famiglie e imprese regolamentazioni e limitazioni della propria attività non solo in conseguenza di problemi di coordinamento che impedirebbero loro di raggiungere gli obiettivi preposti, ma anche come affermazione di un valore di carattere collettivo ritenuto eticamente superiore a quelli scelti dagli individui.

Il liberalismo non ritiene irrilevante la dimensione etica. Fin dai tempi di Hume, Locke e Smith, la considerazione dei moral sentiments come motore dell’azione umana è una componente sostanziale del pensiero liberale. Il concetto di diritti inalienabili del singolo uomo in quanto tale è proprio della tradizione giusnaturalista liberale, non di quella giuspositivista che da Hobbes arriva a Hegel e a una parte della sinistra massimalista individuando nello Stato la fonte del diritto. Il ruolo dei vincoli morali interiori nelle scelte è tema caro a von Hayek, che condannava come erroneo il concetto di homo oeconomicus tanto quanto i correnti studiosi dell’economia relazionale e dell’economia della felicità.

E ancora: le società di mutuo soccorso tra gli operai inglesi ai tempi della rivoluzione industriale, che svolgevano il ruolo più tardi proprio dei sindacati, erano assai apprezzate dai liberali dell’epoca.  In Italia l’assistenza sociale a chi è in una situazione di disagio è affidata in larga parte allo Stato; negli USA no, con il risultato (virtuoso) che la quota del PIL afferente al settore no-profit è circa sei volte quella italiana.

Questo concetto deve passare per primo: il liberalismo ha in altissima considerazione la motivazione morale dell’agire, ed è proprio per questo che ritiene debba essere mantenuta nella sua dimensione propria. La scelta etica è intimamente individuale; non esiste una giustificazione per cui un governo, per quanto di ottimati, dovrebbe aver diritto di imporre le proprie priorità a tutti in un ambito così costitutivo della definizione di sè. Il compito dello Stato è di assicurare a ciascuno, secondo un’idea espressa da Amartya Sen, “le libertà sostanziali a cui le persone hanno ragione di dare valore”: e quindi deve legiferare in modo che le scelte di un individuo non ledano tali libertà in capo ad altri. Garantito questo, ovvero corrette le inevitabili storture che si accompagnano alla condizione umana, non occorre fare altro.

E, per favore, dire che preferisco vedere un disabile o un disoccupato assistito da un’associazione senza scopo di lucro piuttosto che dallo Stato non equivarrà mai a dire che vorrei gettarlo da un ponte, che ritengo che si sia meritato le sue disgrazie, o una qualsiasi delle altre nefandezze associate con il liberalismo in una certa volgata.

di Claudia Biancotti, da Libertiamo.it

link: http://www.libertiamo.it/2010/12/21/le-proteste-studentesche-e-gli-equivoci-sul-liberalismo/

From → POLITICA

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