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Acqua salata

20 dicembre 2010

Sul referendun per l’abrogazione del decreto Ronchi si mescolano equivoci, retorica e vera e propria propaganda



«Dai centri sociali alle parrocchie». E il fronte che si oppone a quella che viene comunemente chiamata “privatizzazione dell’acqua”. Un fronte compatto, granitico nelle sue certezze e contrario a qualsiasi “intromissione” del mercato nella gestione dell’acqua che esce dal rubinetto delle case degli italiani. Un fronte che ha promosso un referendum (che dovrebbe svolgersi all’inizio dell’anno prossimo) per abrogare una norma, il decreto Ronchi, che tenta, anche abbastanza timidamente, di chiudere il capitolo della gestione pubblica di un bene scarso. Gestione pubblica costellata di errori, omissioni, sprechi e mancati investimenti. Sia che il referendum abbia successo, sia che fallisca, però, non bisogna farsi illusioni: le tariffe dell’acqua aumenteranno. Chiunque la gestirà, la trasporterà e ci invierà le bollette, il destino è che la pagheremo di più. E adesso vediamo perché. …

La battaglia dei paladini dell’acqua di Stato, quelli che si riconoscono sia nei centri sociali che nelle parrocchie, ha una data di inizio, il 19 novembre 2009 quando la Camera approva, con la fiducia, il testo del decreto 135/2009, poi convertito nella legge 166/2009. Lì per lì nessuno ci fa caso, soprattutto tra i partiti politici. Poi qualcuno prende la palla al balzo per trasformare quel decreto in una clava politica. Ad esempio il Forum italiano dei movimenti per l’acqua che punta il dito contro l’articolo 15 della legge che obbliga a svolgere una gara per affidare la gestione dei servizi idrici. C’è anche una data di scadenza: le gare devono tenersi entro il 31 dicembre del 2011. Le gare che dovrebbero svolgersi l’anno prossimo (referendum abrogativo permettendo) avranno come effetto quello di far scendere la quota del socio pubblico nelle società di gestione sotto la soglia del 30% del capitale entro il 2015.

«In questo modo», commenta laconico Paolo Carsetti della segreteria nazionale del Forum «si va verso una privatizzazione forzata e definitiva dell’acqua, perché si introducono nella gestione enti di diritto privato che hanno come primo obiettivo l’utile, e non la garanzia del servizio». “È il mercato, bellezza”, rispondono in coro i liberisti dall’altra parte della linea Maginot. Al decreto Ronchi non privatizza un bel nulla», ribatte Carlo Stagnaro, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, il think tank liberale e liberista di Torino. «D’ora in poi, infatti, il servizio idrico deve essere affidato in via ordinaria tramite gara, ma questo non impedisce a società a capitale parzialmente o totalmente pubblico di parteciparvi e vincerle». Dunque, secondo Stagnaro, quel testo dal nome del ministro finiano «tocca solo marginalmente gli assetti proprietari esistenti: semmai crea un contesto di regole più trasparenti rispetto a quelle attuali».

Da scontro economico-finanziario, la battaglia si è rapidamente trasformata in conflitto politico-ideologico. «Quando ci siamo resi conto che il decreto Ronchi disciplina la gestione dell’acqua come un servizio a rilevanza economica, abbiamo pensato che fossero maturi i tempi un referendum», dice Carsetti. E così il 25 aprile scorso è partita la raccolta di firme per poter indire la consultazione popolare. Le firme sono state consegnate il 19 luglio in Cassazione: erano più di 1,4 milioni. «Per questa causa è sorto il più grande movimento sociale degli ultimi vent’anni», continua forse un po’ enfaticamente Carsetti, «proprio dai centri sociali alle parrocchie. Nemmeno la Dc era riuscita a fare tanto nel referendum contro il divorzio». In testa alla raccolta delle firme, la Lombardia con 236.278 moduli («hanno aderito anche molti sindaci leghisti») seguita dal Lazio (146.450).

Tre sono i quesiti “partoriti” dai giuristi del comitato promotore. Nel primo si chiede l’abrogazione dell’articolo 23-bis della legge 133/2008 così come modificato dall’articolo 15 del decreto Ronchi: disposizioni che in sostanza collocano tutti i servizi pubblici essenziali locali sul mercato, compresa la gestione idrica integrata. Il secondo quesito punta il dito contro l’articolo 150 del Codice dell’ambiente relativo alla scelta della forma di gestione e alle procedure di affidamento. Infine, col terzo quesito si vuole abrogare l’articolo 154 dello stesso Codice dell’ambiente che, al comma 1, prevede la tariffa come corrispettivo del servizio pubblico integrato, determinata rendendo conto di un’adeguata remunerazione del capitale investito dalla società di gestione. In poche parole, il referendum punta a ottenere l’affidamento del servizio idrico integrato a enti di diritto pubblico o a forme societarie che qualificherebbero il servizio come “privo di rilevanza economica”. In parole ancora più semplici: i promotori del referendum non vogliono che nessuno ci guadagni con la gestione dell’acqua. Ora la parola è alla Cassazione, che dovrà esprimersi sul numero di firme, poi toccherà alla Corte Costituzionale esprimersi sull’ammissibilità o meno dei quesiti. Nel frattempo, i referendari hanno chiesto una moratoria al Governo perché vengano “congelate” le scadenze già previste dal decreto Ronchi.

E i partiti che cosa fanno? «C’è una condivisione totale da parte della sinistra non rappresentata in Parlamento», spiega Carsetti. «Con il Pd invece c’è un’interlocuzione». E, se vogliamo, pure un paradosso. «Abbiamo l’adesione formale dei giovani democratici e di decine di circoli, ma non quella del partito nazionale. Diciamo che la base è molto vicina alle posizioni referendarie, ma la dirigenza ha qualche difficoltà». Mentre se il Pdl è compatto nell’avversare quest’iniziativa, secondo il Forum la Lega a livello locale «avrebbe tutte le ragioni per sostenerci». Lo scontro vero e proprio si è avuto invece con l’Ido. Inizialmente tra i promotori del referendum, i dipietristi sono usciti per farsene uno proprio (700 mila firme consegnate il 29 luglio) “perché nel nostro comitato non avrebbe avuto la possibilità di stare in prima linea come partito, così hanno cercato una forzatura di pura visibilità e controproducente», dichiara Carsetti.

Mentre lo scontro è in pieno svolgimento, in attesa del referendum i governatori delle varie regioni italiane hanno iniziato a muoversi. Mentre l’Acquedotto pugliese, il più grande d’Europa, potrebbe diventare un ente di diritto pubblico secondo una legge voluta dalla giunta Vendola su pressione del Forum, in Lombardia Formigoni ha avviato le procedure per recepire il decreto Ronchi. E così ognuno va per la sua strada, perché non c’è scritto da nessuna parte chi ha l’autorità per decidere quale servizio debba essere a rilevanza economica: lo Stato? Le Regioni? O i Comuni?.

Tuttavia, un dato di fatto pare assodato: «La gestione pubblica è fallimentare. La perdita di circa un terzo dell’acqua trasportata e la disastrosa situazione finanziaria in cui versano molti gestori pubblici parlano da sé», mette in chiaro Stagnaro, parlando soprattutto del sud Italia. «Il servizio idrico», continua, «ha un costo e una complessità che rendono utile, se non necessario, il coinvolgimento di soggetti industriali veri. Il settore deve mobilitare investimenti ingenti e richiede la capacità di gestire sistemi complessi: in entrambi i casi, pensare di affidarsi alle finanze pubbliche e alla lungimiranza dei politici o dei loro nominati, è una soluzione quantomeno discutibile». Eppure viene fatta. Dal canto suo, l’esponente del Forum ribatte che «negli ultimi dieci anni la gestione privata dell’acqua ha portato a un aumento del 60% delle tariffe e a una diminuzione di due terzi degli investimenti. Con la logica del profitto», continua Carsetti, «ci sarà un maggiore necessità di acqua, tanto che i Piani d’ambito dei prossimi 20 anni prevedono già un aumento del 20% dei consumi». Insomma, basta con le lobby dell’oro blu, le Acea, Hera, Irenia e A2A che «allontanano la partecipazione del cittadino».

Ma che le tariffe siano aumentate lo confermano anche dall’Istituto Bruno Leoni. Peccato però che la spiegazione di Stagnaro sveli qualcosa che i referendari non dicono: «Le tariffe non sono decise dai gestori, pubblici o privati, ma dalle autorità d’ambito nominate dai sindaci. In futuro anche col decreto Ronchi non è chiaro come andranno le cose, ma si spera che questo compito venga affidato a un regolatore indipendente. In ogni caso», conclude, «le tariffe sono stabilite secondo formule che tengono conto dei costi di esercizio e degli investimenti effettuati. E in ogni caso qualsiasi sistema di gestione verrà scelto le tariffe non potranno che aumentare, a meno che non accettiamo, irresponsabilmente, di mantenere o lasciar crescere le perdite d’acqua create da decenni di gestione pubblica e ci ostiniamo a non dotare molti dei nostri Comuni di adeguati impianti di depurazione». Che costano. E chiunque vinca il referendum, il fronte dei “privati” o il fronte del “pubblico” saranno da costruire. Per la felicità della bolletta idrica degli italiani

Da Business People, 15 dicembre 2010

link: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9899

From → LIBERALIZZAZIONI

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