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La democrazia è il gioco preferito da chi comanda, i liberali devono limitarla, e devono spiegare perché va limitata

19 dicembre 2010
Nessuna teoria può funzionare sul singolo individuo: tutte le teorie che vogliano un minimo di generalità devono essere sufficientemente anonime, cioè garantire che un risultato sia poco influenzato dalle variabili individuali. 

Una teoria economica dell’estro artistico sarebbe stupida: non si può parlare di Caravaggio in termini di incentivi. Una teoria economica della concorrenza è al contrario il massimo dell’anonimato perché ogni singolo individuo ha una sola scelta libera. Le teorie del monopolio sono meno robuste perché il monopolista può scegliere diversi prezzi.

Le teorie politiche non sono teorie del leader carismatico, non possono esserlo, perché sarebbero teorie del Caravaggio: possono però essere teorie della funzione e della struttura istituzionali. E qui che viene la “public choice”, e stranamente ci prende praticamente sempre, a seconda del monstrum ideologico creato dai socialisti del dittatore sociale benevolo.

Andreotti, famoso esperto di public choice, diceva che “a pensar male ci si azzecca”.

Posso dire su basi teoriche abbastanza robuste che i candidati liberali avranno meno fondi dai gruppi di pressione. Posso dire che i candidati liberali non piaceranno ai burocrati e al pubblico impiego. Posso dire che i candidati liberali non piaceranno ai loro colleghi. Posso dire che avranno meno fondi per comprare i voti.

E’ difficile fare politica senza comprare i voti, senza dare posti di lavoro a chi ti vota, senza dare privilegi a chi ti appoggia, e criticando e combattendo contro la burocrazia e la P.A., o costringendoli a lavorare di più.

Molto più facile fare il contrario, e infatti…

L’impersonalità di questi schemi di interazione rende la spiegazione più robusta di quella della teoria del Caravaggio, anche se ovviamente non deterministica.

Più l’assetto istituzionale determina il comportamento individuale, e meno i valori e le preferenze individuali rilevano, esattamente come nella teoria della discriminazione dei produttori, cosa che nessuno potrebbe permettersi in concorrenza perfetta.

Non bisogna andare troppo in là e dire che non esiste l’eccezione: però il socialismo è la regola, la libertà è l’eccezione. Esiste, più perché permette di estrarre rendite dalla società che perché qualcuno ci tiene, e dunque come eccezione va comunque spiegata.

Uno si aspetta che la burocrazia lasciata a sé stessa si espanda, che i politici beneficino dei disastri che causano perché questi disastri aumentano la domanda di politica, che le lobby e le corporazioni abbiano un vantaggio competitivo nell’appropriarsi di rendite politiche. E nel 99% dei casi, infatti, è così.

Meglio partire da una teoria che si stupisce che esista Reagan, cioè che si stupisce una volta ogni secolo, che da una teoria che non riesce a spiegare l’esistenza di innumerevoli mediocri, corrotti, assetati di potere… che sono invece la norma.

Come esempio pratico: 

1. ogni produttore ha un interesse pari al suo reddito a occuparsi del suo mercato.
2. ogni consumatore ha un interessa pari alla frazione del suo reddito che spende su un particolare mercato per occuparsi di quel mercato.

Se ne deduce che i produttori faranno pressioni politiche per avere privilegi, anche se qua consumatori pagheranno qualche euro in più il loro privilegio qua produttori.

Se ne deduce che ci saranno migliaia di lobby che introdurranno leggi inefficienti per guadagnare di più come produttori, e complessivamente la somma delle perdite che tutti hanno come consumatori tenderà ad essere maggiore del guadagno che hanno come produttori.

Poi in realtà Agnelli vince sempre, in condizioni di asimmetria tra gli agenti non è che tutti perdono (tanto) come consumatori e vincono (poco) come produttori.

Però con due righe si spiega una caratteristica universale ed onnipresente dell’interventismo economico. Che volere di più da una teoria? E’ facile dunque dimostrare che la democrazia prenderà decisioni economiche cretine, miopi, inique, inefficienti.

Il singolo politico può anche imparare Mises a memoria, ma non può cambiare le regole del gioco. Le regole determinano il risultato molto più che le idee del singolo politico. Non è determinazione totale, ma le eccezioni sono rare.

Occasionalmente ci saranno delle eccezioni: ad esempio l’ultima grande vittoria politica dei liberali, l’abolizione delle Corn Laws a inizio Ottocento.

La democrazia è il gioco preferito da chi comanda, i liberali devono limitarla, e devono spiegare perché va limitata. Non è possibile giocare una partita con i dadi truccati, perdere sempre, e non denunciare il problema.

di Pietro Monsurrò, da una discussione su Facebook.com

linko originale: http://www.facebook.com/home.php?#!/pietro.monsurro/posts/106553076080401

From → ECONOMIA, POLITICA

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